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Dal rock on the stage

What’d I Say

Ray charles

Posizione 10

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29 novembre 2010

La gente impazziva. adoravano quell’ummmmh, unnnnh», diceva ray Charles a RS nel 1978, descrivendo la genesi di What’d I Say, la sua prima vera hit, oltre che uno dei momenti più sensuali nella storia del R&R. «La gente diceva che era volgare», raccontava Charles riferendosi a quell’irresistibile, sensuale bridge vocale. «Ma diciamoci la verità, tutti conoscono benissimo quel ummmmh, unnnnh. È il modo in cui tutti siamo arrivati qui».
L’uomo che chiamavano “Il Genio” aveva letteralmente improvvisato What’d I Say in pubblico a una maratona dance vicino a Pittsburgh, verso la fine del 1958. Ray e la sua orchestra (che allora comprendeva anche un gruppo di vocalist, le Raelettes), erano a fine concerto quando lui si è avventurato in un difficile assolo al piano, chiedendo alla band di seguirlo e dando istruzione alle Raelettes: «Qualunque cosa io dica, ripetetela con me». Alla fine del pezzo, il pubblico era in delirio e lo aveva circondato per sapere dove si potesse comprare il disco...

Quando Charles entrò negli studi dell’Atlantic a New York per registrarla, il 18 febbraio 1959, What’d I Say non era ancora una vera canzone, ma piuttosto una serie di brevi versi sconnessi (onore al merito dell’ingegnere del suono dell’Atlantic, Tom Dowd, che raccolse e ordinò in forma compiuta i 6 minuti e 30’’ del brano). Improvvisan-dola, Charles aveva fatto appello all’esperienza del gospel nero che conosceva bene, all’energia implicita nella forma a call-and-response. «In chiesa era semplice», ha scritto nella sua autobiografia Brother Ray. «Il pastore cantava o declamava e la congregazione cantava e declamava con lui». Ed è così che nacque What’d I Say. Lo scambio di gemiti tra Charles e le Raelettes era la cosa più vicina a un orgasmo che si potesse trovare nella Top 40 dell’era Eisenhower: e 51 anni dopo offre ancora quella sensazione di liberazione.


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