Atoms for Peace: The Rolling Stone Interview

A colloquio con Thom Yorke e Nigel Godrich sui progetti della band… Che non bisogna chiamare supergruppo (altrimenti Yorke s'arrabbia)

24 aprile 2013
In azione al Poisson Rouge di NYC, Foto Ahmed Kling per Rollingstone.com

In azione al Poisson Rouge di NYC, Foto Ahmed Kling per Rollingstone.com

Di Simon Vozick-Levinson

Potete fare quello che volete ma per carità, non chiamate gli Atoms for Peace un supergruppo davanti a Thom Yorke. “Se qualcuno lo dicesse con me presente”, dice il cantante dei Radiohead con un ghigno, “Lo prenderei a cazzotti fino a fargli saltare i denti”. Yorke è nel bar dell’albergo di Manhattan nel quale alloggia insieme a Nigel Godrich, collaboratore principale della nuova formazione, il cui debutto carico di groove, Amok è arrivato nei negozi a febbraio dopo tre anni di alchimie in studio. Yorke è di ottimo umore e fa continue battute: lui e Godrich, collaboratori fin dalla metà degli anni Novanta, sono molto bravi a far ridere l’altro.

A luglio il non-supergruppo – quello i cui membri sono Flea, Mauro Refosco e Joey Waronker – lancerà il proprio primo tour dal 2010 in qua. I calendari che si sovrappongono finora hanno reso difficile a tutti e cinque il trovarsi in un solo posto, e fino alla metà di marzo non erano sicuri di come fare le prove per i concerti. Ma forse un po’ di incertezza è proprio l’ingrediente segreto degli Atoms for Peace.

“Quello che è successo l’ultima volta”, dice Godrich pensando alle esaltanti jam session losangeline che hanno messo in moto il processo di registrazione “è che non sapevamo davvero cosa sarebbe successo finché non ci siamo trovati davvero nella stanza tutti insieme. In sé la cosa è molto eccitante”. Yorke annuisce e sorride: “Amok è nato dalla gioia di scoprire un nuovo gruppo di persone. Ora sono curioso di vedere che succederà”.

Anche se il nuovo tour incombe su di loro, Yorke trova comunque il tempo di lavorare a nuova musica: “Al momento sto scrivendo cose che sono di nuovo molto elettroniche, ma molto semplice e molto minimali. Mi chiedo se funzioneranno”.

Avete fissato delle date in situazioni molto grandi, come il Barclays Center di New York, dove hanno suonato i Rolling Stones, o il Rock in Roma. È una cosa eccitante o mette un po’ di timore?

YORKE: Ce ne sono alcune in calendario, ma non sono così tanto grandi. La Roundhouse di London, dove suoneremo a luglio, è piccolina. Quello sarà un live divertente. So che può suonare stupido, ma siamo una nuova band, capisci? Anche se il disco è andato al secondo posto nella classifica USA.
GODRICH: Bruno Mars aveva l’offerta speciale su Amazon. Ecco perché ci ha fregato.
YORKE: Già, Bruno Mars. Ma chi cazzo è Bruno Mars? Chiedo scusa. Adesso mi massacreranno…
GODRICH: Pare che sia stata una decisione di Amazon.
YORKE: Amazon ci frega di continuo. Ci hanno tagliato le gambe.
GODRICH: Cercano solo di portare gente sul loro sito. È il marketing moderno nell’era di internet.
YORKE: Insomma, era al numero uno in verità.
GODRICH: O perlomeno questo è quello che ho detto a mia mamma.

Cosa vi piace di più del suonare live con gli Atoms for Peace?

YORKE: Sono superveloci e tecnicamente fanno paura. C’è tanta energia – voglio dire, è ovvio che Flea trasudi energia da tutte le parti, ma anche gli altri sono così, ognuno a modo loro. Quando suoniamo è tutto molto diretto, e io cerco continuamente indicazioni su come procedere, cosa alla quale non sono abituato. Beh, ormai un po’ (ride).
GODRICH: Conosco Joey da tanti anni – è uno incredibilmente bravo a capire cosa sta per succedere. È il tipo di persona che vuoi sui tuoi dischi perché può far accadere qualunque cosa. E conosce Mauro. Il loro affiatamento è pazzesco, e sono così tecnici che riescono a fare delle cose complesse e andare addirittura oltre esse. Io sono quello che per un anno e mezzo ha guardato queste cose succedere sotto forma di session di Pro Tools, e so esattamente come funziona tutto, quando ogni elemento deve essere presente e cosa succede in ogni momento.
YORKE: Lui conosce tutti gli arrangiamenti, io no. Mi distraggo.
GODRICH: E naturalmente io e Thom siamo gli inglesi di questo progetto. Veniamo da un universo molto differente.
YORKE: In effetti questo particolare è molto importante. Organizzare il disco a Los Angeles, fare le prove a Los Angeles… è bello, c’è bel tempo. Abbiamo tanti amici lì. Ci passiamo dei periodi. Nessuno sente il lavoro come un obbligo, è un po’ come stare in vacanza quando sei lì. E spero che questa specie di feeling continui perché ho paura che all’improvviso tutto diventi come un lavoro con la sua routine, anche se fin qui non è successo.
GODRICH: La prima volta che sono stato a Los Angeles, la sensazione arrivando dall’Inghilterra era di essere arrivati nella terra del mago di Oz. All’improvviso ti trovi con persone competenti, tutti sono incredibilmente brillanti, tutto quello che usi in termini di equipaggiamento è la cosa migliore sulla quale tu abbia mai messo le mani. Alla fine tutto sta nel fatto che ti trovi con delle persone che la pensano come te, e vuoi goderti l’esperienza.
YORKE: Aggiungerei che noi due siamo quelli che portano in dote il loro cinismo (ride).
GODRICH: Ci vogliono almeno due persone per contrastare tre persone sempre sorridenti e positive.

Nigel, tu sei prima di tutto un produttore. Come ti trovi a suonare dal vivo con una band?

GODRICH: Mi piace da tempi non sospetti stare dietro le quinte, quasi in laboratorio, per provare le cose, per smontarle. Ed è tuttora quello che amo fare. Non sono un performer. Ma è divertente andare fuori di quando in quando a confrontarsi con il pubblico che ascolta le cose che fai. Il più grande shock della tua vita, quando sei una persona che fa questo tipo di lavoro, è quando durante un concerto la gente ti canta le tue stesse canzoni. Perché ti hanno ascoltato! L’altra cosa è che io non mi considero proprio un produttore discografico, perché non penso che sia ancora un lavoro che esiste: l’industria discografica non c’è più. A questo punto preferisco fare cose che amo con le persone con le quali voglio lavorare, ed essere in grado di estendere quell’esperienza e suonare dal vivo è fantastico. Mi sento molto fortunato. Sono un pivello in questo campo. Thom piuttosto: lui lo fa da vent’anni.
YORKE: Sono un professionista (sorride).
GODRICH: Lo è! Guarda, io lo vedo quando suona. Comunque per me è semplice andare in scena circondato da tutti questi grandi musicisti: nessuno mi guarda. Posso continuare a fare del mio meglio rimanendo nelle retrovie.

Entrambi avete fatto molto i DJ per il passato: si può dire che abbia influenzato il modo in cui fate musica?

GODRICH: Ho un amico a Los Angeles che fa il DJ e fu il primo a mostrarmi quel programma che si chiama Virtual Vinyl – non potevo credere ai miei occhi, perché mi resi conto che si può usarlo per comporre. Puoi usare qualunque studio, qualunque file audio, qualunque cosa tu voglia a dirla tutta, e manipolarla con la mano.
YORKE: Per anni abbiamo discusso – specialmente con Jonny Greenwood – di registrare tracce su vinile per poi assemblarle in questa maniera. Non l’abbiamo mai fatto, e poi anni dopo è uscito quel software.
GODRICH: In realtà è abbastanza complicato fare una cosa simile. Parlavo con un ingegnere del suono di fare un lato di groove da usare solo per quello scopo e lui a un certo punto mi fa “Mmh, mi sa che quel giorno sarò malato”. A ogni modo, fare il DJ ti fa pensare alla musica in un altro modo, e ti fa pensare al modo in cui la musica si incastra insieme ad altri pezzi di musica. Ti smonta tutte le certezze. Fare il DJ vuole anche dire reagire a dei momenti nel tempo, ed è credo di fondamentale importanza per quello che stiamo facendo ora.
YORKE: È una maniera di reagire a un gruppo di persone che si trovano nello stesso spazio con te ma senza suonare uno strumento.
GODRICH: Già, stai avendo una conversazione. Ma dipende da te – puoi far scoppiare un incendio oppure buttare una coperta bagnata su quel fuoco.
YORKE: Devo dire che però non mi piace molto la cultura del DJ che c’è in giro. Non mi piace l’idea di pagare tantissimo per avere uno che arriva e fa il suo set. Per carità, tutto va bene ma qualche volta la reazione è “Ma così tanti soldi? Davvero?”. Se parliamo a livello di performer il mio DJ preferito è Gaslamp Killer. Penso che sia un cazzo di genio, perché cambia stile e non gliene importa niente. Ero in Australia e Mark Pritchard parlava del fatto che per un sacco di DJ le serate sono la loro principale fonte di reddito, e allora fanno quello che gli viene chiesto di fare perché fare di testa loro equivale a non avere entrate o a non trovare più ingaggi. Quindi non rischiano. Ma diceva anche che ci sono posti come il Panorama Bar a Berlino o il Plastic People degli inizi a Londra, o il Low End Theory di Los Angeles, dove la gente arriva e suona quello che cazzo vuole, cambiando stile di continuo: ed è quello il punto del fare il DJ!
GODRICH: Thom è molto più al corrente su tutta questa scena, sa chi sono i protagonisti.
YORKE: Mi piace spulciare la roba nuova. Tante volte è un lavoraccio, ma ogni volta che trovi una canzone buona c’è vero entusiasmo.

Qual è la cosa migliore che hai scoperto di recente?

YORKE: Mi piace molto Actress. Ne sono davvero ossessionato in questo momento. Mi piace la sua estetica con degli elementi quasi low fi. Ho trovato un’intervista online che ha rilasciato e mi ha davvero affascinato, perché usa esattamente la stessa attrezzatura che ho io a casa mia. Ma la usa in un modo che mi fa reagire con un “Ma cosa cazzo?”. Penso che sia una reazione sana per chiunque ancora scrive la musica. Non è una cosa necessariamente negativa, intendo, ogni tanto avere delle reazioni così quando si ascolta roba fatta da altro. Quel tipo di curiosità è quello che ci spinge ad andare avanti.

Come hai detto prima, la DJ culture adesso è questione di soldi veri. La cosa ti dispiace?

YORKE: Voglio dire, dipende da come la guardi. Se devo essere onesto in maniera brutale, non vado d’accordo con il 90% di quel tipo di cultura. Non lo capisco e divento matto quando un promoter di Ibiza ci invita a suonare lì. Allo stesso tempo alcune delle cose più eccitanti che mi sono successe in tempi recenti sono state quando Flying Lotus mi ha trascinato al Low End Theory e non ci volevo andare perché avevo il jet lag o che cazzo ne so, e invece è stato da pazzi. Ed era bello vedere il rapporto che hanno le persone lì, perché si conoscono tutti. È stata un’esperienza davvero diversa, perché non era quello che mi aspettavo e conoscevo. Non era una situazione da vera discoteca ma era col volume altissimo e molto, molto divertente. Molta di quella scena è una roba folle, tutta quella musica hip-hop è davvero astratta, più simile a una forma d’arte. Quando abbiamo suonato a Berlino Anstam era in scena prima di noi è il suo set è stato un pezzo di arte da quaranta minuti, davvero. La gente ballava, si scatenava, ma se ascoltavi con attenzione ti accorgevi che era roba davvero complicata. Come del prog-rock storto.
GODRICH: La musica elettronica è molto strana in questo momento, perché in parte sfocia nel mainstream ma d’altro canto va anche di moda, capisci? C’è allora una parte molto d’avanguardia e un’altra parte orribile, la distillazione della figura del DJ.
YORKE: Lavano via tutta la sostanza, la puliscono e la auto-tunano. Ma vaffanculo!
GODRICH: Davvero, amalo o odialo ma hai il David Guetta della situazione, il Calvin Harris. Quella roba lì è il Marks & Spencer della scena!
YORKE: [ride]
GODRICH: È vero! È come H&M. Io almeno la vedo così: hai gente che fa cose molto pericolose e sperimentale, e quello che passa nel mondo mainstream diventano… cappelli che vengono copiati dai negozi del centro.
YORKE: Personalmente non mi sento a mio agio con tutta la scena. Non è per questo motivo che stiamo facendo la nostra cosa. Voglio dire, è divertente mettere dischi ma… penso a Dan Snaith, che è uscito con il disco a nome Daphni quando ha iniziato a mettere dischi più spesso e ha sentito che c’erano canzoni che avrebbe voluto mettere ma che non esistevano… E così le ha fatte lui. Quello è uno dei motivi per cui siamo interessati a tutto questo… Scrivo perché non trovo la musica che ho in testa.

Che cosa pensi dei social media? Non usi davvero Twitter, no?

YORKE: No, non ancora. Ma lo farò. Però ho un tumblr. Uno con Stanley Donwood che si chiama What Have You Done To My Face, che è una frase presa dai Simpson.

A questo proposito, ci sono cose in tv o al cinema che vi sono piaciute molto?

YORKE: Guardo un casino di film. “Lincoln” mi è piaciuto. “Quasi amici”, quello francese – molto bello, molto divertente. Non ho davvero capito perché abbia vinto quello che ha vinto l’Oscar. Qual era?
GODRICH: Argo.
YORKE: Era ok. Ma ci sono cose migliori.

Come mai hai con te una biografia di Michel de Montaigne?

YORKE: La mia compagna me l’ha fatto conoscere. Mi ha detto che è da lui che bisogna iniziare. Per qualche motivo non lo conoscevo affatto, e ora sto recuperando. Mi piace perché tante cose che scrive hanno a che vedere con il vivere in quest’epoca e in questo momento.

Prima dicevi che stai scrivendo cose nuove. Ci puoi dire qualcosa di più?

GODRICH: È arrivato il momento di un disco country.
YORKE: Già, proprio quello che vorrei! Che sto facendo? Non lo so, davvero. Più robaccia elettronica (ride).

Hai pensato per caso a quando potresti tornare a lavorare su un disco dei Radiohead?

YORKE: No, non lo so in effetti. Ci siamo dati un anno di tempo ma penso che alla fine sarà un po’ di più, perché dovrò prendermi una pausa. Per ben tre giorni (ride)! Davvero non ne ho idea, il che mi piace. Non ci siamo mandati affanculo, ma è stato abbastanza eccitante decidere di prenderci una vera pausa perché non l’avevamo mai fatta prima, non per scelta.

Sono curioso rispetto al vostro passaggio dagli studi di Jack White lo scorso anno. Avevi detto che una delle canzoni era Identikit, giusto?

YORKE: Sì. Abbiamo passato solo qualche ora nello studio. Identikit ci sembrava già molto sviluppata, e volevo metterla giù prima che iniziasse ad annoiarci, che di solito è quello che succede. C’era anche un’altra canzone, anche lei potrebbe funzionare, ma principalmente siamo andati lì per Identikit. Ma non è finita, niente affatto. È un po’ come per i compiti per casa: devo ancora farli.

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