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Club Dogo: l’intervista ‘conscious’ di RS
“Un disco ispirato alla golden age dell’hip hop? Che cazzata colossale! Quella è tanta roba di 20 anni fa, noi guardiamo al futuro...”
Il Club Dogo, Foto Stampa
Di Simone Sacco
Il Dogo è in leggero (leggero?) ritardo per l’intervista programmata con Rolling Stone. Tutto banalmente ovvio e prevedibile, per carità: tra pochissimi giorni esce il loro ultimo CD Noi Siamo il Club e quindi è perfino logico che ci sia ressa di officianti in una Milano che ha vissuto l’arrivo di un certo pontefice tedesco, presso la “chiesa” (smaccatamente laica) dei vari Guè Pequeno, Don Joe e Jake La Furia.
La tentazione, quindi, sarebbe quella di spalancare la porta e lanciarmi in un freestyle d’antologia, di quelli che magari ti becchi pure un featuring da qualche parte. Una roba tipo: “Dogo vi sto aspettando da circa un’ora/ ma non posso mica mandarvi in malora/ perché dal 2003 la vostra roba mi piace/ e pure questa svolta da club la trovo efficace”. Solo che, tempo cinque secondi, tutto ciò mi appare anche leggermente patetico e pretenzioso; perciò proseguo a pazientare in attesa del mio turno. Tanto di cose ce ne saranno da dire comunque. E loro, da bravi conversatori, troveranno sempre la quadra a questa o quella critica spinosa. Senza ringhiare, ma fiutando con astuzia quanta palese disinformazione ci sia ancora al giorno d’oggi attorno al nostro gruppo rap “number one”. E il sample (verbale) in quest’ultimo caso era degli indimenticabili Public Enemy, ovviamente.
Nuovo album per i Club Dogo. Il sesto in circa nove anni di carriera non contando i vari progetti solisti di Guè Pequeno e Don Joe. Sbaglio o…
Don Joe. “Intendi che non ci siamo mai fermati? Hai dannatamente ragione! Io sarò dieci anni che non mi prendo una vacanza come si deve…”.
È questo, dunque, il vostro segreto? Questa frenesia un po’ paranoide che vi mantiene sempre in splendida forma?
Guè Pequeno. “Nel caso mio e di Don presumo di sì, nel senso che siamo maniaci sia della musica che ci circonda sia dello studio di registrazione. Jake, ogni tanto, tira un po’ la corda (per la cronaca è l’unico dei Dogo a non essere ancora uscito con un album in proprio, N.d.R.) mentre noi due siamo sempre dietro a qualche idea strana. O magari ci buttiamo in discoteca giusto per captare qualche nuova sonorità nell’aria…”.
Il nuovo disco, manco a farlo apposta, fin dal titolo emana umori forti e decisi da club-culture. Per farla breve, è sudatissimo. E, se mi passate la battuta, sembra più un’opera dei Chemical Brothers che di Jay-Z…
Guè Pequeno. “Con i Chemical non ci sei andato tanto lontano visto che Noi Siamo Il Club è un po’ una mezza citazione del loro We Are The Night. Insomma, ci piace la notte, il mondo delle disco, quell’atmosfera lì. Io con il tour de Il Ragazzo d’Oro, il mio album solista dell’anno scorso, sono andato a suonare soprattutto nei club. E, dopo il mio show, arrivava subito un DJ e saturava l’aria con dei mix pazzeschi”.
Don Joe. “Conta poi che questo è il nostro primo album in assoluto che mixiamo a New York… e direi che si sente! (ride, N.d.R.) Il problema delle produzioni italiane è che spesso hanno delle rime fantastiche, ma anche dei suoni da serie B… Noi non volevamo cadere in questo tranello e perciò, anche se nel CD ci sono svariati strumenti veri come basso e chitarra, il suo cuore è smaccatamente hip hop ed elettronico”.
Diciamo che ve la siete cavata in corner… Un titolo come Noi Siamo Il Club poteva anche fare il paio con Che Bello Essere Noi del 2010: i soliti Club Dogo spacconi e desiderosi di mangiarsi il resto della scena rap italiana…
Guè Pequeno. “Eppure anche in Che Bello Essere Noi c’era meno ego-trip di quel che si può immaginare… Voglio dire: quel ‘che bello’ può anche essere riferito al fatto che ‘noi’ non facciamo parte né della classe dirigente, né di certi fenomeni trash dello spettacolo italiano: i nomi è perfino inutile che te li faccia, no? Tanto sono sempre i soliti”.
Jake La Furia. “I Club Dogo, benché se ne dica, non stanno dalla parte dei vincenti e hanno un pubblico particolare di cui vanno particolarmente fieri”.
Un pubblico che, a volte, temete di deludere?
Guè Pequeno. “Forse sì, nel senso che a me piacerebbe progettare un tour portandomi dietro una band vera e propria, giusto per sfuggire al solito cliché dello spettacolo hip hop con gli MCs e il DJ che manda le basi. Una roba tipo gli show che hanno messo in piedi J-Ax e Caparezza. Solo che noi abbiamo un’audience molto giovane e non so quanto un ragazzino possa apprezzare un bassista o un batterista sul palco che duetta con i Dogo. Boh…”.
Mesi prima che uscisse Noi Siamo Il Club era girata una voce insistente sul web…
Jake La Furia. “Quella in cui ci davano per morti?”.
Non così drastica. Si diceva che avreste realizzato un album vecchia maniera, quasi un omaggio alla golden-age dell’hip hop di fine anni ’80…
Jake La Furia. “Una falsità assurda! Lasciamo stare, dai!”.
E perché? Non ci troverei nulla da male se uno venisse da me e mi dicesse che il mio disco assomiglia ai De La Soul, ai Gang Starr o ai Tribe Called Quest…
Jake La Furia. “Già, peccato che quelle sono state cose bellissime già fatte da altra gente vent’anni fa. Mentre noi guardiamo sempre avanti, album dopo album”.
Guè Pequeno. “Io so ogni cosa della cosidetta ‘golden age’ della mia musica preferita. A casa ho tutti i dischi e conosco ogni singolo artista, ma non ho bisogno di metterlo in mostra nel mio CD. Resto un B-Boy nell’anima, come Jake e Don Joe, ma non vado a sbandierarlo in giro. Sono già sicuro di me stesso così, non ho bisogno di scudi dietro cui difendermi…”.
Ok, cambio domanda: cosa c’entra uno come Carlo Lucarelli (ospite nella traccia iniziale Meno Felici Ma Più Furbi) con questi Club Dogo del 2012 che vanno dritti e sicuri per la loro strada?
Jake La Furia. “Niente, assolutamente niente. Lucarelli è uno come Biagio Antonacci: nessuno avrebbe mai sospettato che avremmo fatto pezzi con loro due e invece è successo… Sono persone che stimiamo e con cui ci siamo presi bene. La collaborazione con Carlo, tra l’altro, è nata dopo che lui ci aveva invitati ad Almost True, il suo programma televisivo su RaiDue”.
Nell’album compaiono anche i Datura, leggende della dance italiana dei primi anni ’90…
Don Joe. “Sì, li abbiamo incontrati una volta in un locale e abbiamo chiesto loro se potevamo campionarli ufficialmente. Permesso accordato ed è venuta fuori Erba del Diavolo, una delle bombe del disco”.
A me ha colpito molto il featuring di Giuliano Palma in P.E.S., uno che dalla sua fuoriuscita dai Casino Royale non aveva bazzicato granché il giro dell’hip hop contaminato…
Guè Pequeno. “Un grandissimo onore pure quello. Senza nulla togliere ad Alioscia che stimo ma che ha uno stile di rapping più vicino alle cose di Bristol (Tricky, ecc.), Giuliano Palma per me era quello che faceva esplodere i pezzi dei Casino Royale dal vivo. Sfido io, con quella voce… Da ragazzino un disco come CRX era sempre nel mio walkman”.
Per la stessa P.E.S. ci sarà qualcuno che vi accuserà di product placement dato che elogiate a non finire una famosa console e un celebre videogame dedicato al calcio…
Jake La Furia. “Ancora?! Già quando facemmo il pezzo per le scarpe (Nuove Nike, presente su Che Bello Essere Noi, N.d.R.) ce la menarono con ‘sta cosa dei guadagni miliardari, che ci eravamo venduti alle corporation, che avevamo fatto il cash, ecc. Già, peccato che la Nike non abbia mai sponsorizzato un singolo artista, ma solo atleti sportivi! Se non ha preso soldi Jay-Z, figurati noi!”.
Guè Pequeno. “Quello è un brano ‘generazionale’ tra virgolette. Volevamo solo parlare di cosa fanno i ragazzini al pomeriggio quando i genitori non sono a casa: ovvero delle interminabili partite di calcio alla Playstation con magari qualcosa di fragrante tra le labbra…”.
Gué, pensi che in questo disco le rime amare e (concedimi il termine…) “neorealiste” dei Club Dogo superino il cazzeggio e lo sproloquio verbale? Penso a tracce serie come Ragazzo della Piazza e Se Tu Fossi Me…
Gué Pequeno. “Spero di sì. E spero pure che se ne accorgano in molti, dato che io sono sempre un po’ preoccupato che il nostro atteggiamento zarro superi i testi ‘meaning’, con un significato dietro… Ovviamente, il disco è sbilanciato verso la cafonaggine con molte rime da party ma, poco alla volta, se si ascolta con attenzione, credo che venga fuori anche la sostanza dei Club Dogo”.
Scusatemi se rompo immediatamente la poesia e chiudo con una domanda trasgressiva, ma il punto è: si rimorchia a essere i Club Dogo? Sì o no?
Jake La Furia. “Basterebbe ascoltare quello che rappiamo nei dischi…”.
Appunto: realtà o fiction?
Jake La Furia. “Realtà, spudorata realtà. Si rimorchia un casino ed è perfino inutile aggiungere altro”.
Guè Pequeno. “Aspetta, se arrivasse un editore e ci riempisse di soldi per scrivere un libro di scabrose verità, io ci starei eccome a essere ancora più esplicito! (ride, N.d.R.)”.
The Dogo’s shocking truth potrebbe essere un bel titolo…
Guè Pequeno. “Lo hai detto! Lo porti tu l’assegno, allora? Io ovviamente ci sto! Ah ah ah!”.
Noi Siamo Il Club uscirà in tutti i negozi di dischi il prossimo 5 giugno. Per le date estive del Dogo on the road vi invitiamo a consultare il loro sito ufficiale.
