Now On Air:

Destroyer, l’intervista in anteprima di RS!

Suonare in questa band è come camminare attraverso una giungla fitta. Con attorno una fastidiosa nube di mosche e zanzare...

13 luglio 2012


Dan Bejar, Foto Stampa

Di Simone Sacco

Ve lo diciamo subito all’inizio: intervistare a 360 gradi Dan Bejar (icona indie-canadese con una predilezione per i lunghi soggiorni spagnoli) non è una cosa facile. Esempio: quando parli della sua creatura (i Destroyer), tutto bene, il discorso fila e si vengono a scoprire dei punti di vista perfino poetici che ci fanno entrare ancora più a contatto con le sonorità eteree (e recentemente pure invaghite di espedienti smooth molto anni ’80…) dello storico gruppo originario di Vancouver.
Quando, invece, uno prova ad allargare un po’ di più il discorso (con domande al confine con l’ironia tipo quella sui Nickelback…), ecco che il buon Bejar preferisce chiudersi a riccio e bofonchiare qualche mesto “No comment” nella cornetta. Niente di irreparabile, per carità. Anzi è solo un piacere sapere che il gruppo (dalla cui costola sono nati pure i New Pornographers) sarà presto da noi – 27 e 28 luglio prossimi in quel di Bologna e Padova – per due concerti incentrati, sospettiamo, sulle tante belle canzoni che compongono il lodatissimo Kaputt. Il loro disco meno “distruttivo”, insomma. E più vicino ai gusti di un pubblico senza troppe barriere mentali.

Hey, mi ha appena suggerito il tuo promoter italiano che questa dovrebbe essere la tua prima intervista in assoluto con un magazine o sito del nostro Paese: sei leggermente emozionato dalla cosa?
“Ehm, forse è possibile che abbia già parlato in passato con qualche altro giornalista italiano, ma ora non me lo ricordo! (ride, N.d.R.) Comunque sì, sono sempre eccitato quando mi si presenta la situazione di suonar nel Paese del sole e della pizza: è una sorta di vetta della tournée! Non ho la minima idea di chi ascolta la musica dei Destroyer lì da voi, però. O forse sì: abbiamo tenuto un concerto a Bologna l’anno scorso e ho avvertito un’atmosfera magica attorno a me. Sarà stato per l’ambiente che trasudava Storia…”.

Scusa, se insisto sull’argomento, ma cosa ti suggerisce la parola “Italia” nella tua mente? Oltre a Bologna, questa volta suonerai anche a Padova, per esempio…
“Credo che la vostra nazione abbia significati differenti per diversi tipi di persone. Io ci sono stato troppo poco per farmene un’idea complessiva: ne so molto di più riguardo alla Spagna! (ah, ancora il confronto Spagna-Italia! Deve essere una specie di maledizione dell’estate 2012… N.d.r.) Se penso all’Italia, comunque, mi vengono in mente Luchino Visconti e Paolo Conte, artisti che amo parecchio”.

Quante volte complessivamente avete suonato nel Belpaese come Destroyer?
“Abbiamo tenuto esattamente cinque show: tre nel 2005 (spettacoli molto strani) e altri due nel 2011. Questi ultimi sono stati decisamente più divertenti”.

Facciamo un bel salto indietro, adesso: dopo nove album in studio e circa vent’anni di carriera (diciassette per la precisione, dato che hai fondato la band nel 1995), i Destroyer sono finalmente riusciti a guadagnarsi un rispetto non indifferente nello music-business globale. Te ne frega qualcosa di tutto ciò? Oppure per te è tutta una faccenda di creare musica senza troppe distrazioni?
“Mi piace quella parola che hai appena usato: ‘distrazioni’. A cui io aggiungerei anche ‘buzz’ (nel senso di ‘ronzio’, ‘mormorio’, N.d.R.). Sai, per me gestire i Destroyer è come camminare attraverso una fitta giungla circondato da una nube di fastidiose mosche e zanzare. La regola è passarci dentro, magari con i tuoi tempi artistici: non c’è alcun bisogno di correre… Ne ho passate così tante nell’ambiente musicale che termini come ‘rispetto’, ‘fratello minore di’ oppure ‘hype’ non è che mi scuotano più di tanto ormai. L’unica cosa che mi attira è fare le cose per bene. E suonare con musicisti di cui ho stima”.

Il vostro ultimo e bellissimo disco, Kaputt del 2011, mi ha ricordato parecchio il pop sofisticato e adulto dei Prefab Sprout. Penso, innanzitutto, ad una grande canzone come Bay of pigs… Dimmi la verità: sei un cultore anche tu, come me e tanti altri, della figura di Paddy McAloon?
“Io amo da morire i Prefab Sprout! E lo faccio da circa diciassette, anche se durante i primi dieci non ho fatto outing! (ridacchia, N.d.R.) Sai, ho cercato in ogni maniera di preservare il mio piacere segreto…”.

Perché? Certo, gli Sprouts di Steve McQueen e Jordan: The Comeback non sono esattamente una indie-band tradizionale…
“Devo essere onesto con te: la loro non è proprio ‘musica dura da ragazzacci’, sempre che il termine voglia poi dire qualcosa… Cioè, non sono esattamente i Fugazi o gli Shellac! (ride, N.d.R.). C’è un modo di dire inglese che recita più o meno così: ‘Marcia al ritmo del tuo tamburo personale’. Beh, come espressione potrebbe essere stata inventata per la carriera di Paddy, no? C’è un’alchimia di cieco coraggio e lodevole artigianato nelle hit dei Prefab Sprout che, però, io non sento dentro i Destroyer. Ma nel caso di Kaputt, ok, ti devo dar ragione. È sicuramente il nostro album più Paddy-addicted”.

Scusa se insisto, ma gli Sprouts hanno costruito gran parte della loro carriera, sia negli anni ’80 che (soprattutto) nei ’90, su concetti molto in voga al giorno d’oggi come ‘nostalgia’ e ‘malinconia’… Che ne pensi?
“Sì, sono totalmente d’accordo”.

Dunque, credi che gli aspetti più lunatici della vita influenzino anche la tua musica?
“No, io devo sentirmi a mio agio prima di creare qualcosa. Ma certe volte mi va di perdermi in situazioni mentali come la malinconia e, soprattutto quand’ero giovane, l’insoddisfazione. L’insoddisfazione cronica che nutrivo nei confronti del mondo. È forse questa politica? Dimmelo tu…”.

Non so se sia politica alla maniera dei Rage Against The Machine, ma quello che è certo è che Kaputt sembra davvero un disco pensato per accompagnare lunghi e oziosi pomeriggi estivi… Solo che è uscito nel pieno dell’inverno del 2011!
“Quando penso a Kaputt mi viene in mente la pioggia. La pioggia acida. E poi mi si presenta questa tremenda immagine di fronte a me: dei locali in Spagna, abbandonati, trascurati da anni e col tetto divelto…”.

In Canada vanno attualmente forte band e artisti all’opposto tra di loro come Arcade Fire, Nickelback e St. Vincent: mi dai una tua opinione sincera su di loro?
“Ehm, no comment!”.

Non mi dici nemmeno mezza parola su Justin Vernon in arte Bon Iver che ti ha scippato, nella temutissima classifica di Pitchfork, il titolo di “miglior album del 2011”?
“No.”

Ok, mettiamo che i Destroyer domani si tramutino in un film…
“A quel punto saremmo Tenera è la Notte, una pellicola del ’62 diretta da Henry King e basata sull’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald”.

In un libro?
Tenera è la Notte. Ma non il volume originale, bensì la serie letteraria a puntate. Quella che è arrivata dopo, insomma.”

Il nome del gruppo l’hai scippato al famoso disco dei Kiss del 1976? Quello di Detroit Rock City e Shout It Out Loud
“No, nella maniera più assoluta”.

Ok, stai già lavorando a nuova musica per quel che riguarda sia i New Pornographers sia per il seguito di Kaputt?
“Né l’una, né l’altra cosa. Sto solo girando il mondo per portare la mia musica a tutti i fan dei Destroyer. E sto pure lontanissimo da casa. Dalla mia pace interiore”.

Le ultime parole di Dan Bejar per chiudere questa intervista…?
“Non ho nulla da aggiungere, amico. Spero di vedervi a fine luglio a Bologna e a Padova. Quello assolutamente sì!”.

I Destroyer suoneranno il prossimo 27 luglio a Bologna (Bolognetti Festival; ingresso ad offerta libera) e il giorno successivo – il 28 – in quel di Padova (Radar Festival, ingresso gratuito). L’album che stanno portando in giro è (come si sarà intuito) il fantastico Kaputt uscito nel gennaio 2011, ma ancora richiestissimo in sede-live. Il tour è organizzato dall’agenzia Grinding Halt e il nostro consiglio è quello di non perdervi la poetica-indie di un performer decisamente originale come Dan Bejar. Buon divertimento… introspettivo!

Commenta la notizia

New York Film Academy