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Gioman e Killacat: finche c’è passione…

Tra loro c’è una differenza d’età che è dialogo tra dj-style e melodia. Con una costante... il mitico Bob

24 maggio 2012

Gioman&Killacat;, Foto Stampa

Di Stefano Cuzzocrea

È inutile che dici di no. Non c’è più il reggae di una volta. Cosa resterà di quegli anni 70 e 80? “C’è chi dice che il reggae sia morto, perché, magari, si sono persi i riferimenti ai valori che hanno permesso la diffusione di questa musica. In Italia, così come in Giamaica, dove i rasta sono sempre meno, la gente purtroppo non crede più in nulla e tanti, tra cui le case discografiche, cavalcano questa mentalità. Poi però spuntano gli album nuovi di Busy Signal e Romain Virgo, due dischi totalmente reggae, in piena controtendenza, e allora come la mettiamo? Io dico una cosa: “good music neva die”.
Difende così il suo territorio il duo composto da Gioman e Killacat. Si tratta di dancehall all’italiana, anzi dancehall del Vecchio Continente. “Ecco, mi piace l’idea di associare Storie infinite a un canone più europeo”, risponde così il più grande dei due. Tra loro c’è una differenza d’età che è dialogo tra dj-style e melodia. E se uno dei due e arrivato a tavola apparecchiata, l’altro ha iniziato a prendere confidenza con questi ritmi all’epoca delle Posse.
“Il primo cd del genere che mi è capitato tra le mani è stato una raccolta di tutte le posse: Isola Posse, Torino Posse, Niu’ Tennici e tanti altri, era il 92. Hit come Lega la lega, Affitta na ferrari, per me che ascoltavo solo roots, sono state una rivoluzione vera e propria, così come quando ho ascoltato Three Little Birds, per la prima volta, qualche anno prima”.

Quanto tempo è passato? Forse adesso che la Lega si slegata da sola, tra pesci piccoli, trote e pesci più grossi, ora che pare si inizi a navigare tutti in cattive acque si potrebbe definire pionieristico quel filone. Storie infinite sembra dunque un buon titolo. (Anche per questo ovviamente). E poi dentro ci sono altre distanze che si accorciano. Quali? Le combinazioni, o combination che di si voglia, la dicono lunga. “La collaborazione con i Sud Sound System è stata per noi un grande traguardo: la cercavamo da tempo; loro sono i nostri maestri, siamo cresciuti con le loro canzoni e in un territorio simile. Nel disco abbiamo avuto anche il piacere di ospitare Paya e Anansi”. Dunque si tratta di un album in cui sono fotografati sia Sanremo sia il palco del Concertone. Vecchie foto insomma.
Sarà tempo di andare avanti allora. “Abbiamo fatto la nostra gavetta, ci abbiamo creduto e oggi iniziamo a raccogliere qualcosa”. Killacat, del resto, è il ragazzetto che canta nel nuovo e fortunato singolo di Ghemon. “Sono contento per il successo che sta avendo grazie al suo ultimo disco; credo sia una persona eccezionale, un vero poeta del rap, un artista che ha saputo dare all’hip hop un carattere di autorialità molto forte, ed è per questo che per me la sua musica è rivoluzionaria”. Marco è un ragazzo educato. Ha studiato a Perugia, riuscendo a conciliare la sua carriera musicale con altri obbiettivi. Oggi vive e lavora a Milano. Lui non è ancora trentenne.

Gioman, invece, è tornato a Roma. “Ebbene sì, anche noi siamo caduti nel tranello dell’emigrazione. Credo che cambiando città ci si trasformi un po’ e che questa trasformazione abbia influito positivamente sulla nostra crescita artistica”. Da dove vengono? “La Calabria è la nostra casa spirituale, un bagaglio di emozioni e colori che ci portiamo addosso, è la nostra maglietta della salute”. Nessun campanilismo. Non in questo caso almeno: come si può slegare il reggae dal Sud e dal sole? A parte i motivi contingenti, quelli legati all’occupazione, è impossibile. Anche se c’è da dire che la cattività Londinese di Marley ha giocato un ruolo fondamentale per la storia infinita dei ritmi in levare. Però, più che di girare Babilonia in bus, ormai è tempo di stare tutti sulla stessa barca.
“Se porti una persona di Milano in un paesino dei nostri ti dirà che la gente è stupenda, che tutto costa poco e che il tempo è bello. E magari ci pianta pure le tende. Viceversa, uno del Sud constaterà che le opportunità di crescita e i inserimento sociale che ti offre il nord sono maggiori. Le differenze, in ogni modo, sono il sale della vita e vanno mantenute. Certo che, ora come ora, a livello economico e di prospettive di vita siamo tutti lì, nella merda insomma”.

E anche il sound ne risente. “Se ci riferiamo alle nuove produzioni dance hall, sinceramente, non credo che le sonorità di Storie infinite rispecchino molto ciò che viene dalla Giamaica. Le continue tensioni sociali, negli anni, hanno influito parecchio sullo sviluppo sui brani che vengono da lì: si sono innervositi, e spesso talmente tanto da risultare noiosi”.
Questa è una verità. Non c’è più lo stesso mood nei party. E non è una questione solo italiana. “Sono cambiate davvero tante cose; siamo cambiati forse anche noi, quindi era inevitabile che questo si rispecchiasse nella nostra musica. Storie infinite è il risultato delle esperienze che abbiamo vissuto negli ultimi anni; avevamo tante cose da dire alla gente, dunque il disco è stato un’ottima occasione per farlo. Direi che ciò che è rimasto uguale dal giorno 0 è la passione”.

Ah, già la passione. Guardando la famiglia più importante del reggae mondiale, la passione ha giocato un ruolo fondamentale. Ky-Mani, uno dei figli di Bob Marley, ha vuotato il sacco. Chinasky Edizioni pubblica Dear Dad: la storia di un ragazzo uscito indenne dal consueto copione dell’r&b, fatto di strada, povertà, delinquenza, droga, proiettili vaganti, solita redenzione attraverso la musica, la notorietà e i soldi. Ecco, i soldi. In questo libro emerge l’avidità della famiglia Marley.
Il giovane cantante-autore è stato chiamato fuori dalla ricchezza. Nato da una relazione extra-coniugale con una campionessa di ping-pong racconta di quanto sia stato dilaniato da una “guerra fredda familiare tra il cosiddetto fratello legittimo e quello, in qualche modo, percepito illegittimo; è una follia, è ignoranza, perciò Bob non è nostro padre: Quello è qualcun altro”.
Storie verghiane sulla roba insomma. Ma con altri risvolti. A Robert Nesta piaceva andare a veline: oltre che in questa bella sportiva ha inzuppato il biscotto in una miss mondo dell’epoca, sbrodolando la zuppetta fino al punto da concepire Damian Marley. Eh, sì, l’amore ha giocato un ruolo fondamentale nel reggae. Sarà per questo che ha attecchito così bene in Italia.

Alborosie sostiene che a livello melodico sia, tra l’altro, molto simile al nostro cantautorato. Difatti, è ancora in prossimità del cuore che le Storie infinite finiscono per far quadrare il cerchio. “L’amore, come nei nostri dischi passati, è un tema ricorrente anche in quest’ultimo, ma assume sempre dei significati differenti. L’amore di Quando ti rivedrò, scritta con il poeta Peppe Cavallari, gioca a nascondino ed è nostalgico, malinconico, timoroso di essere affrontato dopo un lungo periodo di distacco, ma anche fiero di essere stato vissuto profondamente, quindi credo che il pezzo provi a rappresentare l’essenza di un sentimento non ancora svanito”. Però si tratta di una storia finita, un po’ come il reggae nel 2012. Ma, forse, nessuna storia è realmente finita finche si è vissuta. Ed è difficile negarlo…

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