HOME > Musica > Interviste
Ipnotico, sognante, rock. Ecco Jonathan Wilson!
Lo abbiamo intervistato a Londra. Ritratto pulito di un musicista d'altri tempi... Quando tutto era analogico!

Jonathan Wilson, Foto Chiara Meattelli
Di Chiara Meattelli
È stato un anno intenso per Jonathan Wilson. “Chi l’avrebbe detto che sarebbe andata così bene?” dice lui, riferendosi a Gentle Spirit, l’album di debutto, tra i migliori dischi usciti nel 2011. A Tom Petty è piaciuto talmente tanto che l’ha voluto come gruppo di supporto del suo attesissimo tour europeo (unica data italiana: venerdì 29 giugno in Piazza Napoleone a Lucca).
Si tratta di un rock ipnotico, sognante, con la psichedelia dei Pink Floyd e le atmosfere hippie di Laurel Canyon negli anni d’oro. Polistrumentista, produttore e musicista ricercato della scena di Los Angeles (ma è originario del North Carolina), Wilson ha lavorato con nomi del calibro di Robbie Robertson e Elvis Costello: “Adesso però è il momento di concentrarmi sulla mia musica”. Mentre usciamo dalla Royal Albert Hall per fare due chiacchiere prima del soundcheck, viene fermato dai primi fan accalcati fuori dalla venue che gli chiedono foto ed autografi. Uno di loro indossa la maglietta di Tom Petty e stringe in mano un vinile di Jonathan Wilson, suggerendomi così la prima domanda…
Possiamo interpretare la double bill di stasera come un passaggio di testimone?
“Senz’altro mi sento parte della stessa tradizione: capisco quello che fanno, il loro linguaggio. Sono cresciuto ascoltando Petty e tutte le band che lo hanno a sua volta influenzato, come Dylan, i Byrds e soprattutto i gruppi inglesi”.
L’invasione del rock inglese in America…
“Esatto, i Beatles, i Rolling Stones, i Kinks: ho ascoltato loro molto più di quanto non abbia fatto con Crosby, Stills e Nash. Ricordo che da teenager mi nutrivo del romanticismo di album come Abbey Road; amavo le strumentazioni che utilizzavano i Beatles: il basso Hofner di McCartney e la chitarra Rickenbacker che poi ha copiato anche Petty. Per questo tour ne abbiamo portate un paio anche noi…”.
L’altra sera (alla prima delle due date alla Royal Albert Hall) ho visto che guardavate lo show di Petty dal lato del palco…
“Sì, lo osserviamo ogni sera ed è piuttosto raro che accada una cosa del genere quando si è supporting act, ma gli Heartbreakers non sono una band qualunque, per noi è come andare a scuola. In genere chi arriva a quell’età non canta e non suona più come in passato, perdono di vitalità. Ma lui ha ancora la scintilla: imbrocca ogni canzone con la tonalità originale ed ha un’energia e un carisma eccezionali”.
Al Concerto alla Royal Albert Hall, a Londra, Foto Chiara Meattelli
Sono un esempio di rock’n’rollers di altri tempi, una categoria che si sta estinguendo…
“Se nessuno lo proteggerà, il rock è destinato a svanire. Ci pensavo ieri quando ero alla Rough Trade, in Brick Lane. Mi sono guardato attorno e ho pensato che nessuno dentro quel negozio sarebbe stato interessato a un concerto rock. Però andrebbero matti per una piccola band che fa beats: magari un ragazzo e una ragazza che pigiano bottoni e sintetizzatori. Ma non c’è stile, non c’è grazia non c’è storia in quel genere di musica; per me è solo noiosa. È giusto che la scena sia diversificata ed esista anche quello, ma stanno prendendo il sopravvento sul rock. Eppure c’è chi lo ama ancora, forse gente di una certa età…
Vuoi dire che il rock è diventato roba per nonni?
“Sembrerebbe di sì. Ma le cose dovrebbero essere diverse”.
Sono celebri le jam che tenevi nel tuo studio di Laurel Canyon: quanto spazio lasci all’improvvisazione negli show dal vivo?
“Ci sono pezzi che possono finire ogni volta in posti diversi ed è un test di abilità per una band sapere improvvisare. Ma credo sia altrettanto importante avere buone canzoni a cui attenersi durante uno spettacolo: non voglio essere etichettato come ‘quello che sa fare le jam’”.
Jackson Browne è apparso più volte sul palco con te, come vi siete conosciuti?
“Tramite conoscenze comuni e siamo diventati cari amici. Jackson è molto bravo nel sostenere i giovani artisti in cui crede, gli piace scovare talenti. Inoltre, è sempre pronto a suonare con noi dal vivo: basta spedirgli un sms e lui si presenta.
Hai uno studio di registrazione del tutto analogico; sia su disco che dal vivo hai una cura speciale per il sound: da cosa nasce?
“Ho sempre pensato al sound, a 12 anni avevo un piccolo registratore a quattro piste, mi divertivo a creare il mio piccolo studio con due tastiere Casio, qualche tamburello e pezzi di batteria che prendevo da scuola. Ricordo che cantavo canzoni della Motown come My Girl, sovraincidendo ciascuna traccia, provando ad azzeccare le armonie”.
Ancora un momento del concerto, Foto Chiara Meattelli
Per metà disco suoni ciascuno strumento e nell’altra metà sei con la band: come riesci a creare l’illusione di un gruppo quando suoni da solo?
“Non so, a volte me lo chiedo anch’io! Di certo è un lavoro lungo e minuzioso, ho lavorato molto su come comunicare con me stesso per realizzare un brano che riesca a trascendere dalle singole strumentazioni: ciascuna parte deve essere ugualmente forte. Spesso inizio dalla batteria e poi passo a tutto il resto. Altre volte, invece, la cosa migliore per la canzone è che sia suonata da una band”.
Il testo di Desert Raven è a dir poco immaginifico. Come ti approcci alla stesura delle parole?
“A volte prendo funghi allucinogeni e poi, al ritorno dal trip, scrivo quello che ho visto. Così è stato per Desert Raven, per esempio. Altre volte, invece, si tratta solo di afferrare dei pensieri e metterli nero su bianco come per Gentle Spirit, che ho scritto in modo immediato, senza editarla. È uscita e basta”.
So che Roy Harper ti ha chiesto di produrre il suo nuovo album…
“Sì, è fantastico lavorare con lui, è un maestro. Abbiamo quasi finito, deve tornare in California a breve per completarlo”.
Come bilanci la carriera di produttore con quella di musicista?
“Sfortunatamente, o fortunatamente, dipende dai punti di vista, al momento devo mettere in pausa il lavoro di produttore. Dopo quello con Roy Harper, farò solo un altro disco a gennaio con i White Denim, ma poi dovrò concentrarmi sul mio nuovo album che vorrei uscisse a primavera. Potrò fare il produttore a tempo pieno quando sarò troppo vecchio per salire sul palco”.
È vero, come ho letto qualche giorno fa in una tua intervista, che quando manca qualche valvola da una radio o da un organo in un negozio di seconda mano, è perchè si trova probabilmente nel tuo studio?
“Sì, lo confesso! Non si possono spendere 500 dollari per un organo disastrato ogni volta che hai bisogno solo di una piccola valvola…”.
Che cosa ci fai poi?
“In genere le utilizzo per costruire amplificatori. Una volta era quello il mio lavoro, costruivo chitarre e ampli, odiavo il music business, mi mandava matto. Non volevo suonare dal vivo, non avevo ancora gli occhi aperti all’Europa, ero bloccato negli Usa e lì può essere scoraggiante: è un posto troppo grande e dispersivo, sfondare è dura”.
Cosa ti aspetti dalla data in Italia?
“Gente con un’anima che risponda alla musica con il cuore”.
P.S. Giovedi 28 Giugno alle 19, in Santeria a Milano ci sarà un piccolo showcase acustico di Johnatan Wilson. Un piccolo regalo e una sorpresa per tutti quanti non potranno andarlo a vedere come support di Tom Petty a Lucca…
Ascoltate Desert Raven
