Now On Air:

Neon Indian, padri e figli del retrofuturo

Ecco Alan Palomo, uno stregone delle note. Perché lui la musica la sente eccome, e la vive come una compagna curiosa

2 giugno 2012

Neon Indian, Foto Stampa

Di Stefano Cuzzocrea e Fabio Nirta

Le cose andrebbero chiamate col loro nome. Ad esempio foyer è una bella parola, sebbene non celi altro che l’anticamera di un salone, se vogliamo. Prima che il grandioso Dissonanze svanisse, proprio nel foyer ha suonato Neon Indian. Sembrava un po’ un Riccardo Cocciante in acido che nutriva di allucinazioni potenziometri e delay, davanti ad una vetrata con vista sulle forze dell’ordine spiegate là fuori per la sicurezza del festival. Ma se il festival non è più al sicuro, vittima della caducità del tempo, la chillwave, o come diavolo si chiama, è entrata di diritto nel salone adesso.
Come si chiamano queste cose: coincidenze o fatalità? Eppure questa non è l’unica curiosità alla quale si cerca di dare chiarezza. Sono passati tre anni e Neon Indian non ha ancora smesso di stregarci. “Ad essere sinceri non sempre so cosa sto facendo; con ogni disco che faccio acquisisco delle capacità nuove, e ne sono consapevole quanto felice”, risponde in un’intervista telefonica, qualche settimana fa, prima di venire in Europa per un tour attesissimo (sebbene il concerto romano sia stato parecchio deludente).
La dinamica della chiacchierata è alquanto cortese: all’orario prefissato non risponde al telefono, ma richiama immediatamente. C’è una strana sintonia nell’aria. Sarà che Laura Gennaro, la nostra interprete, è all’ultima settimana di gravidanza, o forse che lui, Alan Palomo, cerca di sincronizzarsi con un’energia cosmica che quella stessa placenta custodisce da millenni.

Coincidenze, fatalità, karma o buona educazione che sia l’atmosfera è familiare. E lui certi cordoni ombelicali li sente eccome. “Per quanto riguarda l’influenza che mio padre ha avuto sulla mia musica, devo dire che io non documento gli avvenimenti della mia vita, non tengo un diario e ogni volta che ho provato a farlo non sono stato mai costante, ma la musica è l’unica, reale, forma di documentazione che sfrutto: ogni singolo campione preso da Pine Apples o dai fratelli La Bionda è direttamente legato a me e ad un momento speciale che ho vissuto, quindi era ovvio che avrei campionato anche il mio papà”.
Suo padre è un musicista messicano, ma la cosa pare che, al contrario delle dinamiche nepotistiche all’italiana, per la carriera di Neon Indian, più che una scorciatoia, sia stata un deterrente. “Ero iscritto al college, da due anni, quando mi sono ritrovato di fronte a un bivio: dovevo scegliere se essere un bravo studente universitario o un bravo musicista, e, cosa ancora più importante, non volevo essere mediocre in entrambe le cose. Sebbene mio padre fosse un cantante di pop messicano, tra la fine degli anni ’70 e gli ’80, i miei genitori, ovviamente, volevano che io continuassi a studiare e mi hanno fatto capire di non aver pensato al nostro trasferimento in America per farmi diventare un rocker, ma, semmai, per darmi un’istruzione migliore. In ogni caso sono stati costretti ad accettare la mia decisione”.

Da allora è stato tutto parecchio fulmineo per il giovane Palomo: “Ho avuto una specie di strana catarsi: volevo solo scrivere canzoni, tant’è che in meno di un mese avevo abbastanza materiale per fare un album intero. La velocità con la quale si sono susseguiti gli eventi ha preso di sorpresa anche me”.
Un successo inaspettato che ha cambiato la musica dell’ultimo lustro. Ma lui è consapevole di aver portato aria fresca nel panorama rock, di aver innovato in maniera retro-futuristica la storia dell’elettronica contemporanea? “Sicuramente non è la mia prerogativa mentre compongo. Addirittura, per un periodo, ho smesso di leggere qualsiasi cosa mi riguardasse e, in linea di massima, ancora ignoro molte di quelle cose. In fin dei conti la musica non è quello che voglio fare per tutta la mia vita, voglio fare film, è quello per il quale ho studiato, dopotutto”.
Cosa vorrà dire questo? Possibile che di quello che gli gira intorno non gli freghi nulla? “I concetti e le idee riguardo alla mia musica, ovviamente, sono in costante evoluzione; cerco sempre di rimanere distaccato dalle mode del momento, però amo la musica nuova e faccio parte della scena musicale di internet da quando avevo quindici anni, in più ascolto un sacco di dischi e band differenti, anche se molte sono, decisamente, lontane dal sound di Neon Indian”.

Il sound è amalgama spezzato e speziato, disorganico e armonioso che manda in tilt ogni fonico preparato. Saturazioni di un attimo che passerà? Magari sì. Cosa c’è di eterno in quest’ambito, oggi? L’aria della crisi avvolge il panorama fino al punto da dare connotazioni non solo nostalgiche ma addirittura dark all’intero filone.
“Non penso di essere molto attento ai trend, per quanto mi riguarda sarebbe già strano semplicemente incasellarmi in un filone musicale. In realtà, all’inizio, non c’era tutta questa omogeneità tra i progetti chillwave, almeno fin quando la critica musicale non ha creato questa categoria, raggruppandoci in quel girone per semplificare le cose. Il mio album più recente potrebbe risultare più dark perché è legato in maniera diretta ad alcune situazioni personali molto cupe che stavo vivendo quando l’ho composto. Psychic Chasms, se lo si scruta più in profondità, era già piuttosto dark, almeno per quanto riguarda i testi, la vera differenza sta probabilmente nel fatto che le persone non sono riuscite a decifrare del tutto il cantato e, quindi, non ci hanno fatto molto caso: probabilmente hanno basato il proprio giudizio principalmente sui suoni”.
Insomma, ci tiene a sembrare avulso da ogni chiccheria, lontano da qualsiasi raccoglitore di dozzinalità. Se non avesse un modo di comunicare cristallino si potrebbe ipotizzare che sia uno di quelli che vogliono fare gli strani per forza. Le cose però vanno chiamate con loro nome. Come si può negare che nel filone glo-fi, dream pop o ipnagogic pop, o drugapulco che dir si voglia, siano state stipate band e progetti diversissimi? Magari ci vuole meno fantasia a creare una categoria concettuale che ad analizzare e capire.

C’è bisogno di qualche conferma? E allora chiedete a qualcuno che ama le schitarrate cosa pensi di Neon Indian, sebbene basterebbe solo che scavasse in profondità: “Le chitarre sono decisamente presenti nella mia musica, sebbene i loro suoni vengano modificati o ricreati usando i synth. Diciamo che vengono mimetizzate quasi fino al punto da renderle, talvolta, irriconoscibili. Mi sento particolarmente ispirato da Kevin Shields dei My Bloody Valantine. Mentre scrivevo Era Extranea, tra l’altro, ho ascoltato molto post punk e i pezzi, quindi, sono stati alimentati da uno spirito chitarristico, fino al punto, anzi, da pensare alle partizioni dei synth immaginandole come parti buone per un chitarrista, se proprio devo essere sincero”.
La verità è che siamo tutti, chi più e chi meno, vittime dei pregiudizi. “Quello che trovo strano è che quando un progetto viene lanciato per mandare avanti una scena musicale si debba limitare il suo potere di avere carattere, di restare troppo coerenti. Ho rilevato che molte band propriamente rock possano permettersi, per esempio, di fare dieci album con un suono che rimane simile, mentre con la musica elettronica è tutto differente: la gente è più critica e non ci si può, dunque, concedere di fare album che tendano ad avere gli stessi suoni usati precedentemente, altrimenti si verrà accusati di essere statici o, peggio, retrò”.

E l’accusa di essere retrò gli è arrivata da più parti. Sebbene lui si limiti a coniugare il passato, suo padre, la disco e gli echi di contemporaneità alle saturazioni che ci spingono ad andare avanti nonostante le disillusioni. Troppa poesia? Sarà, ma anche i Flaming Lips ne sono rimasti sedotti. “Avevo appena finito di registrare Era Extranea in quella che, in effetti, era una casa adibita in studio, quindi avevamo tutti i comfort di un’abitazione. Stavo raccapezzandomi nella vasta collezione di laser disc che avevamo a portata di mano, quando, improvvisamente, sono arrivati i Flaming Lips. Al lavoro sono esattamente come sono dal vivo: ognuno di loro fa la propria parte in maniera indipendente ed hanno tutti molta fiducia l’uno nell’atro e nel loro metodo di lavoro, tanto che alla fine della registrazione le parti si sposano in maniera naturale. La cosa incredibile è che nessuno di loro dubita mai del lavoro di sé stesso o del gruppo. È qualcosa di magico. È stata un’esperienza assolutamente surreale”.
E, come se non bastasse, Alan ha anche un altro aneddoto su di loro: “L’album in chiavetta USB dentro il teschio nasce dopo aver suonato insieme a loro a Dallas. Wayne aveva un teschio, che era stato immerso in una vernice latex rosa, e continuava a dire di come questo teschio pitturato così facesse venire voglia di mangiarlo; tre settimane dopo hanno prodotto la famosa chiavetta Usb dentro il cervello di dimensioni umane, realizzato con materiale gommoso e commestibile, a sua volta rinchiuso dentro un teschio di dimensioni umane, sempre commestibile.

Una dinamica che lega cyberpunk e creatività alle nuove frontiere. Un lampo di genio che non fa altro che dar vita a un’idea superflua quanto originale. Magari bisognerebbe dire a Marzullo, però, che i sogni aiutano a vivere meglio, se non ci si limitasse a pensarli e si finisse per tentare di concretizzarli. Ma forse il progresso ci sta svilendo proprio nell’immaginazione. “Negli anni ’90 c’era tanta enfasi sul cyberpunk, mentre adesso c’è davvero poca attenzione rispetto a tutto quell’immaginario, anche se, in effetti, noi stiamo vivendo il presente che quel movimento artistico-culturale si limitava a sognare. È strano che nel 2012 non ci sia quasi nessuno nel pop che si dedichi a quegli argomenti, mentre venti anni fa le persone avevano delle visioni nitide di come sarebbe potuto essere il futuro. Il difetto è nell’immaginazione. Loro hanno semplicemente fantasticato quello che noi stiamo vivendo. Come generazione non siamo stati in grado di creare una corrente altrettanto visionaria. Eppure, se come esempio prendiamo l’era della musica su internet, non è difficile notare come tutte le band abbiano un bandcamp e che l’intera scena contemporanea sembri essere popolata da avatar viventi; questo è un concetto inequivocabilmente molto, ma molto cyberpunk”.

E se allora tutto questo nuovo movimento sgangherato del quale Neon Indian è una sorta di pioniere fosse la risposta? Se l’idea di futuro fosse una riproposizione alterata del passato? Si dovrebbero chiamare le cose col loro nome; e questo sound è quello di figli frastornati che non hanno più bisogno di uccidere il proprio padre per emanciparsi con sé stessi. Il progresso accelera il distacco generazionale del resto. E poi ci pensa la vita a uccidere i padri. Bisognerebbe salvare la memoria (e non imitare la postura di Roger Nelson a ogni costo, magari). Ad esempio si potrebbe ricordare un gruppetto talentuoso che suonava in un’anticamera. Erano dissonanze e lo sono ancora. Eppure adesso tutto è cambiato, a distanza di pochi mesi. Non ci vorranno far credere che sia troppo presto per parlare di contemporaneità? O forse è il salone a lasciare che ci si accomodi sugli allori. Può darsi che siano solo cicli che si ripetano. Che palle però…

Commenta la notizia

Abbonati a Rolling Stone