Vaccines, benvenuti nella nuova era!

Justin Young: “Elvis e Kurt Cobain sono state le più grandi ossessioni della mia vita”

4 settembre 2012

Vaccines – foto stampa

Di Luca Garrò

Considerati una delle realtà più interessanti della nuova scena indie rock mondiale, i Vaccines sono stati da poco protagonisti di un trascinante show in quel di Villafranca, funestato solo da un terribile temporale che però non ha scoraggiato i numerosi fan presenti nel nostro paese. Se pensiamo che ogni loro show in Gran Bretagna fa registrare il tutto esaurito e che NME lo scorso anno premiò il loro disco di debutto, è logico aspettarsi molto dalle undici nuove canzoni di “Come Of Age”, in uscita proprio in questi giorni. Justin Young, voce e chitarra, ma soprattutto deus ex machina del combo britannico, ci ha raccontato qualcosa di più di uno degli album più attesi di questa fine 2012.


Justin, spiegaci il significato dietro al titolo dell’album…

Il titolo ha a che fare con la nuova era musicale che penso sia iniziata da qualche anno a questa parte. Non sono così presuntuoso da dire che ne facciamo parte, o meglio non sono io la persona più adatta a dirlo, ma credo che dalla Gran Bretagna dall’inizio del nuovo millennio sia nato un numero così elevato di band di talento che il futuro non può che essere roseo. Penso ai Franz Ferdinand, ma anche agli Artic Monkeys, agli Script e molte altre che ora non mi vengono in mente. Ed è bello venire accumunati a questi gruppi e poter vivere determinate esperienze insieme a loro. Sicuramente “Come Of Age” è una dichiarazione di intenti a tutti gli effetti.

La vostra storia è molto particolare. Vi siete formati nel 2010, pochissima gavetta e subito un successo incredibile, con riconoscimenti e attestati di stima un po’ ovunque. Penso però all’altra faccia della medaglia…

Se ti riferisci alla diffidenza che si era creata di riflesso nei nostri confronti, ti dico che inizialmente ne abbiamo sofferto. Spesso si da per scontato che esplodere senza aver dovuto subire mille angherie di ogni tipo sia sinonimo di progetto creato a tavolino, magari spinto dalla casa discografica per sfruttare un momento propizio. Invece i primi ad essere completamente rimasti sorpresi dal successo siamo stati proprio noi. E ci abbiamo messo diversi mesi a renderci conto che la strada fosse quella giusta: solo la scorsa estate, quando suonammo davanti ai primi grossi pubblici, abbiamo capito che la nostra musica non piaceva solo a noi.

Il nuovo album viaggia su binari leggermente diversi rispetto al debutto, più rilassati per così dire. Ve ne siete accorti durante le sedute di registrazione?

Ci siamo accorti immediatamente che i nuovi brani erano caratterizzati da una maggiore dolcezza rispetto al passato e la cosa ci è piaciuta molto. Il mio modo di comporre brani è cambiato in questi anni, anche per via dei grossi problemi di salute che mi sono trovato ad affrontare. Come sai, sono stato operato più volte alla gola e la cosa, oltre ad incidere logicamente sulla mia voce, mi ha cambiato dentro. Ho avuto più volte paura di dover abbandonare il mio sogno proprio nel momento in cui lo stavo per raggiungere, ma fortunatamente non è successo. Per questo non finir mai di ringraziare i medici, tutti quelli che mi sono stati vicini e anche la nostra casa discografica, che ha sempre creduto nella mia ripresa.

Mi stai dicendo che anche le major hanno un cuore…Non è una cosa che si sente molto spesso dire in giro.

Be’ sai, di ogni cosa bisogna parlare male quando è il caso di farlo, mai per partito preso. Ultimamente sembra che denigrare le case discografiche sia diventato uno sport nazionale, ma credo che quando qualcuno fa bene il proprio lavoro gli vada riconosciuto. Nel mio caso c’erano tutti gli estremi per una rescissione del contratto, invece mai una volta ho avuto la sensazione che potesse succedere. Quando qualcosa è nell’aria te ne accorgi anche se non se ne parla apertamente…

Tornando al disco, è difficile immaginare che tu sia stato un grande appassionato di hardcore punk in passato. Quanto ti influenzano i tuoi ascolti al momento di comporre nuova musica?

In passato? Guarda che io sono ancora un grandissimo appassionato di hardcore! Come avrai capito sul nuovo album i miei ascolti sembrano non aver influito per niente, ma è solo un’impressione. Del punk ho sempre amato in primis la filosofia e non come venisse manifestata. Altrimenti i Clash non potrebbero essere inseriti nel genere. La verità è che sono un grande fruitore musicale fin dalla prima adolescenza e quando mi innamoro di un gruppo lo trasformo in una vera e propria ossessione, che poi influenza anche il mio songwriting.

Quindi oltre all’hardcore americano, quali altre ossessioni fanno ancora parte di te?

Col tempo sono migliorato moltissimo, penso sia anche una cosa naturale: si cresce e si vivono le emozioni in modo meno ossessivo. Ricordo però sempre con piacere le due figure che più mi incantarono in adolescenza: Kurt Cobain e Elvis. Non faccio difficoltà a capire come si sentisse la gioventù americana dopo il primo show televisivo di Elvis: ne rimasi folgorato, come se avessi visto un marziano. Comincia a collezionare di tutto, supportato dai miei genitori che non pensavano di alimentare un folle (ride, ndr). Poi ci fu Cobain: non era tanto la sua musica a colpirmi, quanto il suo magnetismo. Passavo ore e ore a guardare sue foto, tanto che a un certo punto i miei genitori mi limitarono gli accessi alla rete. Ripensadoci, forse dovrei fare qualche seduta da uno psicologo (ride, ndr).

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