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We Love… la fine della notte

'Ogni fenomeno musicale potrebbe essere storicamente rappresentato da una divisa, e noi indossiamo le nostre corazze'

1 agosto 2012

Di Stefano Cuzzocrea

È la risposta alla crisi. Inutile negare che il duo sia, negli ultimi anni, il modo per tentare di uscire indenni dal dissesto del mercato discografico. Per We Love è diverso. Si tratta di amore. Un incontro tra uomo e donna che è incrocio di sensi, di fluidi, di emisferi. Un dialogo che Giorgia e Piero traducono lasciando che analogico e digitale si integrino. Sono sogni divenuti realtà. Hanno rincorso il loro mito Ellen Allen. Lei ha cambiato il suo volo di ritorno da Firenze e li ha portati fuori a cena. Quando, pochi giorni dopo, è arrivata l’e-mail della Bpitch control per produrre l’esordio della band i colori del tramonto, sopra il tetto degli Uffizi, erano rossi come il bel tempo che quella sera lasciava presagire per il giorno a venire. Tutto tropo romantico? In effetti per questi due ragazzi non è cambiato poi molto. E, sebbene siano stati gli unici italiani assoldati dalla label berlinese, il pane se lo devono meritare con occupazioni lavorative che trascendono le classifiche. Certo, Beatport ne parla come genietti navigati, ma in quest’era, all’atto pratico, resta un link con la contemporaneità, tutto qua.

Non ci si scoraggia, questo è chiaro. Anche perché il loro primo titolo, Don’t cross the yellow line, portava con sé il concetto di partenze, di attese e di viaggio. Non si fermano, allora. Difatti l’ep End of the night è l’ennesima uscita degli ultimi mesi per We Love: “Due singoli in meno di dodici mesi, il penultimo Timeless era stato pubblicato dalla Bpitch Control il 16 settembre 2011 e il nuovo arriverà nei negozi il prossimo 27 luglio”. E, ovviamente, parlando di musica elettronica, fioccano anche i remix. “Di questo brano ci sono ben quattro versioni, oltre a quella originale, abbiamo deciso di comune accordo con la label gli artisti che li avrebbero realizzati, alcuni avevano già collaborato con Ellen, gli altri, Audiojack e Amirali, ci sembravano nomi molto interessanti in questo momento: eravamo entusiasti delle loro ultime produzioni”.

La dinamica alterna vecchi assetti e nuove prospettive. Ciò che, di certo, resta uguale è il connubio con la casa madre: “Continuiamo a credere nella Bpitch Control quasi come in una famiglia capace di unire artisti molto diversi fra di loro, sia per origine geografica che per genere musicale”. Del resto con la Allen i We Love condividono, oltre ad una passione viscerale per un certo sound elegante e cupo, anche l’infatuazione per la moda e il design. “Anche il Punk stesso, nato come movimento di protesta e di rifiuto, è diventato un fenomeno chic, Vivienne Westwood è attualmente una stilista famosa in tutto il mondo e ogni fenomeno musicale potrebbe essere storicamente rappresentato da una divisa; We Love è un duo composto da ‘soldati d’amore’ e come tali indossiamo le nostre corazze”.

Detta così sembra la solita manfrina. Invece non si tratta di emulazioni trite e ritrite ormai patrimonio di ogni teenager frocetto che gira per le vie del centro pensando che l’omosessualità sia trendy. We Love manifestano questa affezione in maniera inequivocabilmente creativa. La loro indole è quella del concept trnsartistico. “Abbiamo concepito il nostro live curando i dettagli come in un evento teatrale: musica, video-scenografie e abiti di scena.
Dalle prime apparizioni a oggi abbiamo mutato pelle per ben quattro volte e siamo prossimi alla quinta, ogni vestito nasce da un nostra idea interpretata e realizzata da amici-collaboratori-designer. L’uscita del nuovo singolo è affiancata anche dall’ennesimo abito di scena, questa volta realizzato dai fiorentini Velvet Goldmine, uno studio grafico, che è anche ufficio stile.
Nei primi live imbracciavamo delle chitarre midi bicromatiche in plexiglass e delle vestivamo visiere disegnate da noi e realizzate dalla I&S design; i video che accompagnano i nostri show sono una sorta di scenografia 3d che incornicia la performance. I videoclip, infine, rappresentano l’ennesima occasione per inaugurare idee e instaurare collaborazioni: quello girato per Timeless, ad esempio, è nato dal lavoro di Valerio Taricone ed è una tesi di laurea, che lui stesso ha presentato a Laba di Firenze, volta a rileggere le tematiche steampunk in chiave art nouveau”.

Ah, ecco, Firenze. Sebbene Piero sia calabrese e Giorgia di Monopoli, sono arrivati lì, senza sostare su Parco delle vittorie, e ne hanno tratto una commistione fra le due correnti rock che forgiano la storia moderna del capoluogo toscano: la new wave e la dance. Prima la simbiosi tra queste componenti era molto più tangibile nei connotati sonori della band. Poi, in seguito ad esibizioni clubbing, i bpm sono aumentati in funzione del pubblico e si sono stabilizzati anche in studio ben oltre i 120. “Abbiamo fatto molte date dall’uscita dell’album e il live è cambiato, assumendo una veste sempre più ballereccia, il tutto è avvenuto in maniera molto spontanea, in base ai feedback della pista, e le nuove produzioni sono state influenzate da questo cambiamento”.

Si diceva sopra, del resto, che c’è grossa crisi. Meglio giocare a fare i dj tra cestelli e bottiglie che farsi largo tra lattine di birra scadente nei backstage di posticini più rock. Voglio andare dove suonano la dance, rappava qualche Dogo non argentino. Ma non è detta l’ultima parola. “Magari, in futuro, le sonorità potranno cambiare nuovamente: siamo sempre mossi dalla curiosità e dalla voglia di fare senza legarci a schemi o vincoli creativi”. Sarà. Ma forse l’amore vince su tutto solo nelle favole. Questa, per quanto possa essere fine e ritmata, invece, è la realtà…

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