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Italians: Dimartino, un debutto ma non proprio

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26 gennaio 2011

Dimartino

Di Antonio Viscido

È un debutto, ma non proprio. È il primo disco con il nome Dimartino, ma sanno già benissimo come si sta in studio e come si registrano i dischi. Si sono dati il nome di uno di loro ma sono un gruppo uniforme e ben amalgamato. Un paio di mesi fa è uscito il loro primo lavoro Cara Maestra Abbiamo Perso. Il loro nome gira velocemente, anche per il titolo di una canzone, che vede protagonista un noto cantautore reggiano, al quale Dimartino ha sparato. Non per odio, solo perché gli andava. Incontro Antonio Di Martino, Simona Norato e Giusto Correnti nei camerini del GLUE, a Firenze.

Iniziamo con una domanda che va proprio alle radici: perché hai iniziato a suonare, a fare musica? Come hai capito che potevi farla diventare una professione?
Antonio: ho inziato a suonare perché mio fratello aveva un basso. All'inizio certamente non pensavo che potesse diventare la mia vita, io volevo guidare gli aerei. Poi ho iniziato a scrivere canzoni, ho scoperto che mi piaceva ed ho cominciato a dedicare sempre più attenzione alla scrittura. La cosa che mi ha fatto capire che poteva essere una carriera è stata il vedere la gente che veniva ad i concerti e cantava le mie canzoni. Anche se erano cinque o sei, la cosa mi ha entusiasmato.

I testi delle canzoni li scrive tutti Antonio. Li condividete al 100%, vi ci riconoscete?
Giusto: Sì, si lavora tutto d'istinto. Io ed Antonio ci conosciamo da tanto tempo, ed abbiamo condiviso tante esperienze insieme, quindi sì. Siamo cresciuti insieme, sia nel modo di suonare che nel modo di scrivere, sono due cose che sono sempre andate di pari passo. Ci riconosciamo moltissimo.

Vi capita mai di intervenire sui testi che scrive Antonio? Di dire la vostra?
Simona: Sui testi no, non capita mai.
Antonio: Non capita, però ci confrontiamo. Mi piace che Simona mi dica la sua opinione, perché anche lei è un'autrice, ed il suo modo di scrivere ha influito sul mio e viceversa.
Simona: Succede molto di più sulla parte musicale, forse proprio perché anch'io sono autrice, mi sembrerebbe quasi irrispettoso, o anche inutile, intervenire sulla parte letteraria, che ha un senso, una logica ed una magia che ha creato l'autore, che non va toccata. O ci si mette a scrivere insieme dall'inizio, oppure è come interrompere una magia. Sulla parte musicale succede molto di più di intervenire.

Un ruolo che si è creato in maniera naturale?
Simona: un equilibrio istintivo.

Qual è l'idea iniziale di questo vostro primo disco, che, a mio avviso, ha dei suoni piuttosto particolari.
Antonio: per una serie di vicissitudini ci siamo ritrovati in sala prove ad arrangiare brani che nascevano per un ensemble di cinque strumenti tra cui due chitarre, soltanto con un basso un piano e una batteria. Ciò ha stimolato in noi un modo nuovo di leggere ed interpretare quelle stesse canzoni e a scriverne altre con quello che avevamo. In tre dovevamo suonare tutto, Simona che suonava già il piano nella vecchia formazione ha preso anche la chitarra e Giusto la batteria e tutti i suoi “strumentini”con cui produce cose interessanti. Abbiamo capito che ce la potevamo fare, anche dal vivo, e che era particolare.
Simona: è diventato un gioco una sfida
Giusto: abbiamo raggiunto un equilibrio molto interessante che a noi piaceva allora e che piace anche adesso.
Antonio: è un sound che deriva dal nostro spirito di adattamento.

Riusciresti a dirmi qual è il segno caratteristico del suono Dimartino?
Antonio: Quello che spero si senta dal disco è il fatto che c'è una particolare attenzione al suono, a caratterizzare un arrangiamento ad accostare strumenti particolari in maniera semplice. È un aspetto che curiamo molto e che secondo me in Italia fanno in pochi. È dovuto anche a soluzioni drastiche, come l’annullamento totale del charleston e la sostituzione con ferraglie varie. Anche solo questo rende il suono più particolare.
Simona: un suono come quello del charleston, frequenze che hanno caratterizzato il secolo, vengono ammutolite, vuol dire prendere una posizione.

I vostri testi hanno delle origini ben radicate nella storia musicale italiana, per i suoni non mi sembra lo stesso: che ascolti oltreoceano o oltre manica fate?
Giusto: i miei ascolti inglesi sono quelli classici, Radiohead ai Coldplay oltreché i Beatles naturalmente e ultimamente mi è piaciuto il disco dei Fanfarlo.
Antonio: in realtà ascolto moltissima musica ma in maniera confusa, passo facilmente dai Jesus Lizard a Andrew Bird e ultimamente sono rimasto felicemente sorpreso dall’ultimo dei Vampire Weekend.

Benissimo dal main stream all'indipendente!
Antonio: in realtà non abbiamo un gruppo di riferimento, come sempre, rimaniamo influenzati dalle cose che ci piacciono.

Dimartino

Tornando agli italiani, io ho la sensazione che ai giorni nostri, se non dici di ispirarti a Luigi Tenco o non dichiari il tuo amore secolare verso Piero Ciampi, rischi di non essere preso in considerazione. Voi mi sembrate sinceri, visto che ne avete anche rifatto un brano.
Antonio: Ti posso dire che siamo sinceri perché più della metà dei brani che compongono il disco li ho scritti prima che scoppiasse il boom cantautorale. Cercasi Anima l’ ho scritto circa sei anni fa. Non c'era tutto il revival della musica italiana come c'è adesso. È un brano che nasce dalla mia necessità di iniziare a scrivere in un modo comprensibile. Il disco precedente (con i Famelika) era piuttosto criptico, non facilissimo. In realtà io volevo farmi capire meglio.

A proposito di “italiani”, avete collaborato con Enrico Gabrielli: secondo voi, Enrico Gabrielli, è un essere umano o un alieno?
Tutti in coro: è un alieno!
Simona: ma per fortuna abita sulla Terra.

È ovunque, suona con tutti e fa sempre cose egregie, mi chiedo sempre come faccia. Voi come l'avete conosciuto?
Antonio: Eravamo alle officine meccaniche a registrare, lui è venuto a trovarci con Alessandro Fiori, ha sentito il pezzo (La Lavagna è Sporca) e mezz'ora dopo l'aveva già registrato.
Giusto: ed ha registrato più di uno strumento!
Simona: ha immaginato le parti in due minuti e mezzo, sapeva che timbri voleva, s'è fatto portare le fonti sonore che voleva ed ha immediatamente registrato tutto.

Nel nuovo disco, riascoltandolo a due mesi circa dalla sua uscita, c'è qualche cosa, anche piccola, che cambiereste?
Simona: forse avremmo inserito un altro brano, forse il disco è un po' corto.
Antonio: sono nove canzoni, in realtà ne avevamo diciotto, ma abbiamo voluto inserire solo quelle che costruivano un senso ascoltate nello stesso disco.
Simona: canzoni con testi coerenti fra loro.

Dimartino

La mia domanda però era più riferita ai suoni.
Simona: sì avevo capito, ma sui suoni non ho “dubbi”. Aver lavorato con Cesare Basile è stato come specchiarsi. Abbiamo lavorato anche con altre persone e produttori artistici. Lui ci ha rappresentato in maniera molto fedele. Ha rispettato talmente tanto l'idea, riuscendo anche a valorizzarla con il suo contributo, che ora come ora, è uno dei pochi lavori per i quali non ho “dubbi” sulle scelte fatte.
Giusto: Cesare all'interno del disco ha dato un valore aggiunto ad ogni brano senza snaturare la nostra idea iniziale, ed era ciò che volevamo noi fin dall'inizio. Siamo soddisfatti di aver lavorato con lui.
Antonio: devi pensare che è un disco che è stato fatto con pochi soldi quasi il costo del catering di un disco di Grignani. Prima di conoscere Basile, avevamo girato una serie di studi che per registrare ci chiedevano migliaia di euro, produttori artistici che avrebbero volentieri stravolto molti arrangiamenti. Cesare è stato molto rispettoso nei confronti delle canzoni e delle nostre idee.

A proposito di Sicilia: prendendo spunto dalla canzone “Parto”, avete in mente di trasferirvi un po' più al Nord, come hanno fatto altri vostri colleghi? Anche solo per ragioni logistiche.
Antonio: Mi fai questa domanda, proprio in un momento in cui in Sicilia sta nascendo qualcosa che si chiama L’ Arsenale. È un progetto che stiamo realizzando insieme ad altri musicisti siciliani, tra cui c’è anche Basile. Si tratta di una una libera federazione di musicisti e di arti e mestieri della cultura che vede nel territorio siciliano un unico laboratorio di indipendenza in cui sperimentare, condividere, proteggere e produrre le professionalità e le esperienze della musica e della cultura. L'idea di partire e lasciare tutto, non la sento mia. Però mi piace l'idea inversa, far venire la gente a suonare qui, creare le condizioni per cui un artista può avere voglia di venire a suonare in Sicilia o anche di produrre un disco qui o anche di viverci per sempre. Capisco che detta così può sembrare un idea troppo romantica, ma a me piace proprio per questo.
Giusto: lo slogan è “venite a suonare all'estero!” Rendere facile la possibilità anche a chi viene da fuori di suonare qui.
Simona: stiamo facendo una sorta di mappatura su tutto il territorio siciliano di persone, locali, agenzie di booking e quant'altro e creeremo una sorta di confederazione con tante associazioni “figlie” dentro le province, facciamo già delle riunioni generali che sono magnifiche, molto partecipate. Cercheremo di creare delle risorse che fino ad adesso dovevamo andare a pagare a caro prezzo, magari fuori. Invece le abbiamo già perché c'è già tanta gente che produce nel mondo della musica. E di soldi che girano ce ne sono.
Giusto: inoltre riuscire a riprendersi delle strutture e metterle a disposizione della musica, sia di chi la fa, sia di chi la vuole sentire, strutture che già ci sono ma che non sono utilizzate. Anche questa è una delle idee.

Forti di questo progetto, salgono sul palco, e subito si capisce che hanno la determinazione per potercela fare. Nonostante siano in tre hanno dei suoni belli e limpidi, potenti ma mai rumore. La voce è urlata e non poteva essere altrimenti. La cosa che più mi colpisce è la teatralità di Simona, che suonando interpreta con il volto, a modo suo, le parole di Antonio. Dietro c'è Giusto alla batteria, senza charleston (per quei pochissimi che non lo sanno, il charleston, o hi-hat, è quel pezzo di batteria, fatto con due piatti orizzontali che il batterista suona con il piede, tenendolo chiuso o aperto, sì va be' avete capito!)
La scaletta va ben oltre i nove pezzi del disco, ed oltre al tributo a Tenco, fa capolino anche De Andrè, alla maniera Dimartino. Se posso dare un suggerimento, dico loro di evitare di sparare, sono tempi bui.


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