27 gennaio 2011
Dilaila, foto di Antonio Viscido
Di Antonio Viscido
C'è un periodo della storia della musica italiana alla quale sono particolarmente affezionato. Quello di Mina che cantava Insieme, Grande, grande, grande e Amor Mio, di Patty Pravo e la sua Pazza Idea. Ero piccolo, avevo circa sei anni, ma quelle canzoni avevano ed hanno ancora il potere di entusiasmarmi, di farmi star bene. Certo, all'epoca le parole non mi erano chiarissime, non avevano un senso completo. L'atmosfera, i suoni ed il fatto che fossi per buona parte dell'anno Versiliano, giocavano un ruolo fondamentale nella storia. Poi ho perso l'interesse quasi totale verso la musica italiana, gettandomi a capofitto nella braccia della perfida Albione, coccolato da Gabriel e compagni.
Così nel 2010, mi capita di ascoltare il disco dei Dilaila Ellepì ed il primo pensiero è: finalmente. Finalmente cosa? Negli ultimi due anni, forse tre, non so, è stato tutto un tourbillon di nuovi gruppi italiani che, chi meglio chi peggio, chi onestamente chi furbescamente, cerca e trova ispirazione nel cantautorato storico italiano, quello che è stato sempre un po' nascosto, un po' maudit (non faccio i nomi tanto li sapete), ma ancora non avevo sentito chi invece si prendesse la briga di riportare in auge la canzone italiana che piaceva a me. Chi almeno provasse a prendere tale testimone, certo pesante, ma di valore. Finalmente, i Dilaila l'hanno fatto.
Così in meno di dieci minuti, prima che salgano sul palco del GLUE, ho l'occasione di far loro qualche domanda.
Sembra che in Italia non si possa fare a meno di guardare al passato per produrre musica, con continui riferimenti a modelli diventati miti, forse perché dà sicurezza e non si vuole rischiare o è solo moda?
Paola: Ultimamente penso si stia andando verso un processo di continua clonazione. Non voglio rivendicare nulla, ma le nostre canzoni sono nate in un periodo abbastanza non sospetto, non c'era questo grande revival dei grandi cantautori italiani. Abbiamo avuto la fortuna di far uscire il disco proprio nel momento in cui il fenomeno è esploso. In realtà penso che sia una moda.
Claudio: Poi c'è anche l'esigenza del marketing di semplificare la comunicazione, con la necessità di dover vendere un prodotto. Poi per fortuna, quando ascolti i dischi, scopri che c'è anche altro oltre le similitudini col passato. Il dire “ecco la nuova Mina, ecco la nuova Patty Pravo” è un'esigenza che hanno le case discografiche per il loro marketing. Alle volte è clonazione, alle volte, per fortuna c'è anche altro.
In un mondo musicale discografico veramente libero, senza il problema di vendite, che musica fareste? So che qualcuno di voi ama il prog.
Paola: Questo disco sarebbe sicuramente venuto uguale, non so il prossimo, sicuramente quelli prima erano diversi. Poi ognuno di noi porta il suo contributo, siamo in sei è non è facile gestire il tutto.
Claudio: Però non è una vera democrazia, ovverosia, non c'è una distribuzione equa dei contributi, Una volta segnata la strada, ognuno può inserire il suo contributo al brano, che lo caratterizzi personalmente. In questo modo ciascuno sente il brano anche suo.
Paola: Stando attenti ad ottenere un risultato omogeneo.
Dilaila live, foto di Antonio Viscido
Dove trovate ispirazione per le storie, per i testi?
Paola: Per quanto riguarda i miei soprattutto esperienze personali e riflessioni su come sono fatta io. Sono canzoni che sono venute dal guardarmi da fuori e dall'osservarmi attentamente, come dall'esterno. Per poi descrivermi.
Tra la parola “amore” e la parola “rabbia”, quale delle due ti ispira di più?
Paola: A me è capitato che si accavallassero talmente tanto le due cose, che il risultato di questo accavallamento è la cosa più mi affascina e che mi ha ispirato.
È notizia che Johnny Marr, il chitarrista degli Smiths, nel 2010 abbia scoperto Mina con Se Telefonando in una raccolta di Ennio Morricone e l'abbia scelta come miglior ascolto dell'anno. Sarà il caso di mandargli un po' di CD e sfruttarlo come testa di ponte per far arrivare la nuova musica italiana in Inghilterra?
Claudio: Mandare il cd è anche possibile, e forse gli potrebbe anche piacere. Sull'esportare la musica italiana in Inghilterra la vedo molto più complicata. Anche perché ho forti dubbi che in Inghilterra ci siano persone illuminate, come Johnny Marr, che siano in grado di apprezzare e capire la nuova musica italiana.
Paola: Poi bisogna anche stare attenti al fatto che in Inghilterra sono estremamente professionali: anche il gruppo più orrendo produce in maniera estremamente curata. Da noi non è proprio così, l'elevata quantità della proposta musicale italiana, non sempre ha elevata qualità di produzione.
Domande botta e risposta, la canzone che avreste volute scrivere:
Claudio: per me La Donna Cannone di De Gregori
Paola: mmh, non lo so, troppo difficile!
Meglio una bella melodia o un testo perfetto?
Paola: Una bella melodia.
Claudio: non riesco a separare le due cose. Citando Vasco, per me le canzoni nascono con le parole...
Paola: se proprio devo scegliere sono per una bella melodia insieme a delle parole ,anche non sense, messe a caso.
Guilty Pleasures? Ovverosia musica che apprezzate anche se sentite che non dovreste?
Claudio: A me piace Tiziano Ferro.
Paola: le Spice Girls, a suo tempo...
Come mai fate spesso riferimento a mesi, giorni a date?
Claudio: È una cosa che facciamo sin dal primo disco, e sono espedienti poetici abbastanza classici. Ci aiutano ad ancorarci in qualche modo alla realtà. Canzoni che ci portano in dei momenti, altre ci portano in dei luoghi.
Cosa ritenete insopportabile del mondo della musica?
Paola: per quanto mi riguarda direi il termine “indie” e tutti coloro che si danno da fare nel cercare di definire una cosa, un genere, che in realtà non esiste.


