Rolling Stone

Il blog del Direttore
La copertina del mese
Tutto il rock lo vivi solo su ROLLING STONE

RollingStone è in edicola

Abbonati.  Rolling Stone
Dal rock on the stage

Simon Reynolds, il critico musicale più illustre del pianeta

"Oggi si compone di più seguendo la lezione di John Lennon. McCartney è un po' in estinzione..."

Share

23 settembre 2011

Simon Reynolds

di SIMONE SACCO

Forse abbiamo preso tutti quanti un grosso, grossissimo abbaglio. Ok, a priori lo abbiamo definito nelle maniere meno nobili (non noi di Rolling Stone ma, sapete, il mondo è vasto...) : catastrofico, saccente, snob, posessore ingiustificato del 'Verbo', eccetera eccetera. Eppure Simon Reynolds non sarà mai e poi mai la reincarnazione di Lester Bangs (troppo diversi come carattere), ma è indubbio che quando il nostro approccia la materia musicale la sua scrittura diventa come una melodia dei Talking Heads che non lascia scampo. Semplice, pop e complessa allo stesso tempo. Nessuno meglio di quest'autore inglese, fin dal cuore degli anni '90, ha saputo raccontarci con uguale fervore intellettuale la techno, il fenomeno dei rave, il post-rock, l'hip hop, il post-punk ('Post-Punk 1978-2004', per chi scrive, resta il suo capolavoro...) e ultimamente anche la 'Retromania'. Ovvero un eloquente saggio omonimo uscito in queste settimane per ISBN Edizioni in cui lo stesso Reynolds porta avanti, per oltre 400 pagine, una tesi ugualmente spaventosa e affascinante: ossia che la nostra voglia assurda di passato (con relativi scivoloni nella più bieca nostalgia...) si è letteralmente mangiata la creatività attuale... Non male, eh? Eppure, quando lo incontro in un albergo milanese a due passi da La Scala, scopro immediatamente che il "trombone", lo "snob" non è affatto tra noi. Mancano un paio d'ore alla sua presentazione (parecchio affollata, com'era prevedibile...) in una nota libreria del centro, e il "critico dei critici" mi appare oltremodo giovanile (nonostante i suoi 48 anni) quanto modesto, causal-chic nel vestire (maglioncino turchese e pantaloni di velluto) quanto elegante nell'esposizione verbale e nella scelta della montatura degli occhiali. Un tipo alla mano, insomma, forbito e pacato nella sua eloquenza, ma non per questo noioso. Reynolds rischia di suo - ci mancherebbe altro... - perchè al giorno d'oggi avere delle solide opinioni e portarle avanti è un po' come sparare pallottole d'argento in un ovattato club di licantropi conformisti. E' uno sporco mestiere, quello del critico, ma qualcuno deve pur farlo, avrebbe detto John Belushi. E Simon dell'Hertfordshire ha scelto di "farlo" come François Truffaut (mi perdonino i cineasti...) abbracciò per tutta la sua vita la prosa legata alla Settima Arte. Vale a dire, partendo dall'amore per la sua materia preferita. Che in 'Retromania' , per l'appunto, sconfina spesso e volentieri nella sacrosanta disillusione. Alias nell'unica reazione che di solito hanno gli amanti feriti...

Signor Reynolds, pensa che dopo la stelle del cinema sbocciate nell'epoca d'oro di Hollywood, le rockstar maledette degli anni '60 e '70, le popstar anni '80 modello Michael Jackson e Madonna e gli idoli della scena hip hop (2Pac, Eminem, Jay-Z), siamo finalmente entrati nell'era delle "critic-star"? Non a caso sulle copertine dei suoi libri lei è definito "il critico musicale vivente più illustre del pianeta"...

"Well, per me questa storia del 'critico-guru' è una roba che ci portiamo dietro almeno dagli anni '70. E, per quel che riguarda l'America, penso a grandi nomi come Lester Bangs, Pauline Kael (figura femminile che scrisse di Cinema per oltre un ventennio sull'illustre New Yorker, ndr), Greil Marcus, ecc. Nel mio Paese, invece, ho avuto la fortuna di collaborare – quando scrivevo per il Melody Maker – con un maestro di giornalismo come Everett True (colui che per primo coniò la parola "grunge" abbinata ad un genere musicale, ndr) che fu molto intimo con Kurt Cobain e con tutto quello che ruotava attorno all'universo dei Nirvana. Ecco, questi sì che sono esempi estremi di critici! Gente che ha fatto delle proprie vite una sorta di modello avvicinabile alle rockstar. Io non mi ritengo a quei livelli: scrivo libri e articoli di successo, quello sì. E cerco di argomentare delle mie teorie personali. Tutto qui."

Quale pensa che sia il ruolo del critico in questo incasinatissimo 2011? Voglio dire: un ventenne di oggi fanatico degli Strokes potrebbe avventurarsi in una disamina della loro musica senza conoscere i Television, i Velvet Underground o i Cars?

"Diciamo che oggi c'è questo brutto vizio di correre dietro alle uscite discografiche che, come è noto, sono tantissime e molto eterogenee... Ok, siamo in un regime di concorrenza mediatica, solo che agendo così, i dischi si ascoltano poco e male. E magari adoperando non uno stereo e un bel paio di cuffie, ma palliativi tecnologici come YouTube o MySpace... In realtà ci sono troppe influenze nel web e, quando c'è da approfondire un argomento a noi ignoto, ricorriamo subito a Wikipedia. In questa maniera, però, il livello delle recensioni si abbassa ogni anno di più, le idee divengono troppo conformiste e questo non è positivo quando si parla di musica o di arte in generale. Bisognerebbe avere più personalità. E ispirarsi maggiormente non alle enciclopedie virtuali, ma a quei grandi critici che citavamo prima..."

Quindi che futuro avrà il cosiddetto "ruolo del critico" con tutto questo web famelico, feroce e pure un po' cazzaro che ci circonda? Tra dieci anni saremo tutti spariti?

"Io resto ottimista perché, scava scava, pure al giorno d'oggi ci sono un sacco di giovani talenti emergenti... Prendiamo ad esempio il mio ultimo libro 'Retromania': a livello di recensioni è stato molto attaccato, sia in Rete che sulla carta stampata, perchè non trasmette un'idea ottimista sul futuro della musica..."

Scusi, ma è lei è contento di un giudizio del genere? Tanto di cappello alla sua diplomazia!

"Beh, se alcuni critici sono smaccatamente ottimisti verso i nuovi gruppi che stanno venendo fuori, questo è solamente di buon auspicio per la musica... Io potrei essere sbugiardato oggi stesso da un giornalista ventenne per quello che ho scritto in 'Retromania'; e la cosa non potrebbe che farmi piacere visto che a guadagnarne sarebbero il rock, il pop, l'indie, l'hip hop, la techno, il jazz... La buona musica, in definitiva!"

Negli ultimi cinque-sei anni mi sono fatto una mia teoria personale. Ovvero che il "critico-guru" - quello alla Lester Bangs, giusto per intenderci... - sia ormai definitivamente emigrato nel web (si veda il caso clamoroso di Pitchfork che ha "creato" da solo l'hype attorno agli Arcade Fire o ai Clap Your Hands Say Yeah), mentre il giornalista vecchio stampo si sia col tempo tramutato in "storico" tout court; e qui ci sarebbero da citare gli esempi illuminanti di magazine revivalisti come Mojo, Uncut o Classic Rock in Gran Bretagna... Lei cosa ne pensa?

"Mmh, l'unico problema della critica odierna - forse quello più grande, assieme all'appiattimento delle idee – è che, non girando più tanti soldi, il reporter di turno abbia perso a sua volta quell'idea romantica di vivere a stretto contatto con le band..."

Intende come faceva Cameron Crowe, da ragazzino, nel suo bellissimo film autobiografico 'Almost Famous'?

"Esatto. Leggi un articolo nel web, metti anche un articolo scritto molto bene, ma non percepisci più quella grandeur da 'Hey, sono appena andato in tour per giorni e giorni con i Led Zeppelin!'... Non sono tipo da dare consigli, però credo che il metodo migliore per far risaltare il proprio stile giornalistico sia fare interviste di persona, 'annusare' i personaggi che si vanno a conoscere. Studiarli a fondo come farebbe uno scienziato."

Mi permetto di essere completamente d'accordo con lei.

"Se scrivi storie, grandi storie di rock 'n' roll, avrai sempre lettori che ti seguiranno... Se fai aride interviste via mail, con dieci domande di rito, non andrai mai da nessuna parte. E questa roba delle interviste via mail è una malattia tipica del web di questi anni... Ragazzi, dovete ubriacarvi con le band che state intervistando! (sorride, ndr) In fondo anche i musicisti più irragiungibili sono esseri umani come noi. E questo Lester Bangs l'aveva capito per primo..."

Senta, in base a ciò che sostiene lei in 'Retromania' (ovvero che il più è già stato inventato e non dobbiamo aspettarci a breve un nuovo Rinascimento musicale), le faccio una piccola provocazione: ma il nuovo tour dei Rolling Stones – di cui si vocifera da mesi sui media tradizionali – è davvero "nuovo" oppure è una cosa che puzza già tremendamente di vecchio? E glielo domando da grande fan della coppia Jagger/Richards...

"Per me una 'nuova' tournée dei Rolling Stones è semplicemente insignificante..."

Ahi, ahi: sento già rumore di "pietre" che, più che rotolare, vibrano nell'aria. E nella sua direzione...

"Aspetta, capisco perfettamente che fin dai primi anni '80, Jagger e soci abbiano deciso di imbarcarsi in questi tour giganteschi negli stadi perchè la richiesta di pubblico e biglietti era sicuramente dalla loro parte... Ma, suonando sempre i soliti classici, si sono cristallizzati e non mi hanno più emozionato. Certo, questa è solo la mia visione delle cose riguardo ad una band che, ogni quattro-cinque anni, torna a girare il mondo con una proposta del genere. Ma la ribadirei per ogni gruppo che, al pari degli Stones, abbia scelto di barattare la creatività dei propri dischi per mettere in piedi questi circhi itineranti..."

Io una lancia per 'Bridges To Babylon' (disco dei Rolling Stones datato 1997 e nobilitato dalla presenza del jazzista Wayne Shorter) la spezzerei anche, ma proseguiamo oltre... C'è almeno una giovane band attuale che lei salverebbe dal calderone della mediocrità?

"Certo che c'è! Ce ne sono tantissime, a dire la verità. Così, su due piedi, mi vengono in mente i Vampire Weekend..."

Insomma, bravissimi i Vampire Weekend, ma giusto una goccia di talento in un oceano di delusioni...

"Più che altro il gruppo 'retromaniaco' per eccellenza! (ride, ndr) Una volta mi sono divertito, con i componenti degli stessi Vampire Weekend, a sezionare il loro album di debutto (l'omonimo 'Vampire Weekend' del 2008, ndr) e ci ho trovato, brano per brano, un'enormità di riferimenti al passato. Sembrava quasi che lo facessero apposta... Però, nonostante questo, restano dei bravissimi artisti."

Per lei uno come Simon Reynolds è diventato ciò che è per "quello che scrive" o per "come lo scrive"? A mio parere, alla base di libri fondamentali come 'Post-Punk' o lo stesso 'Retromania', c'è soprattutto la sua semplicità di esposizione...

"Sì, la mia prima missione è sicuramente la leggibilità... Sia che vada a parare in argomenti teorici come in 'Generation Ecstasy' – un libro che aveva fughe nell'astratto perchè la musica elettronica è fatta soprattutto di 'viaggi mentali' – o in saggi modello 'Retromania', non intimorire il lettore resta sempre un mio must. In 'Post-Punk', invece, ho decisamente sposato l'intensità e la voglia di raccontare a fondo quel determinato periodo storico con delle storie avvincenti. Nella speranza che chi non avesse mai sentito nominare i Public Image Limited, gli Scritti Politti o il Pop Group, beh, magari li volesse scoprire proprio da quel giorno..."

Signor Reynolds, mi perdoni la brutalità del quesito, ma la musica al giorno d'oggi esiste ancora... oppure no?

"Esiste, esiste eccome. Nel RnB degli ultimi dieci anni sono uscite cose interessantissime tipo le produzioni di Timbaland o dei Neptunes. Ci sono canzoni estremamente dark e 'leftfield' ('sinistre', ndr) in album di artisti pop insospettabili come Christina Aguilera, Britney Spears e Rihanna. Sono i loro testi, al massimo che mi deludono terribilmente. Tutta questa ricerca affannosa di alcool, sesso, edonismo sfrenato e soldi facili mi sembra che tradisca una musica che pure vent'anni fa induceva al ballo... Solo che all'epoca il messaggio dei Public Enemy era un po' diverso!"

Decima e ultima domanda: ma non è che, al tirare delle somme, la musica del 2011 non è più paragonabile a quella dei sixties o dei seventies semplicemente perchè mancano talenti del calibro di Bob Dylan, Paul McCartney, Brian Wilson, i Doors, i Police, ecc.? Le canzoni, signor Reynolds, le canzoni con la "C" maiuscola...

"Sì, quel senso melodico lì si è decisamente perso. Paul McCartney scriveva con dei saliscendi armonici modello ottovolante, mentre il suo collega John Lennon era decisamente più lineare nel tracciare una canzone. Ecco, attualmente e soprattutto nel campo dell'indie-rock si compone più 'alla Lennon'. McCartney, da questo punto di vista, è un po' in estinzione..."

Grazie, mister Reynolds.

"Grazie a voi."

'Retromania' (ISBN Edizioni) di Simon Reynolds – che per un appassionato di musica vale come un nuovo saggio di Umberto Eco per chi mastica semiotica – è attualmente in vendita nelle migliori librerie italiane. Lettura consigliatissima, non è nemmeno il caso di aggiungerlo...


Accedi per aggiungere un commento. Accedi