Now On Air:

30 schegge di David Bowie: Bono Vs. Franco Capacchione

La playlist del frontman degli U2 se la gioca con quella del responsabile cultura di RS Italia

11 maggio 2012

Playlist di BONO

Bono è quello con gli stivaletti ortopedici e gli occhiali da tamarro che sta sul palco con gli U2. E comunque: per quanto noi si possa prenderlo (amabilmente) per i fondelli, ornai sono trent’anni e passa che ascoltiamo la sua voce sui dischi e andiamo a vederlo suonare. Che in fondo ci stia più simpatico di quello che noi stessi si abbia il coraggio di confessare??

«Ho scelto questi brani all’interno di un periodo temporale molto preciso della carriera di Bowie: quello che coincide con la mia adolescenza. Ero un suo fan, e lo sono ancora, ma i brani che ho selezionato arrivano da un periodo in cui il mio cuore e la mia mente erano indifesi davanti alla musica. Gli U2 devono molto a Bowie. È stato grazie a lui se abbiamo conosciuto Berlino, gli Hansa Studios, Brian Eno… Bowie per me è una specie di anello di congiunzione tra il cantato “macho” e una voce che svetta verso il femminile: oltre che un innovatore, certo, e un maestro del saper stare sul palco. Qualcuno mi ha fatto notare che “the Claw” (il palco a 360° degli U2) ricorda quello del “GlassSpider tour” di Bowie. Lui non aveva paura di giocare con le grandi dimensioni e nemmeno di flirtare con il lato teatrale (e se necessario drammatico) del suo stare in scena».

1. “Space Oddity”, 1969

Ogni sera, saliamo sul palco proprio su queste note. Come fossimo quattro astronauti.

2. “The Man Who Sold the World”, 1970

L’America si è innamorata di questa canzone grazie a Kurt Cobain. Curioso, no? Un uomo che non avrebbe mai cercato di vendere niente al mondo.

3. “Changes”, 1971

Non è esagerato affermare che David Bowie è stato per la Gran Bretagna e l’Irlanda ciò che Elvis ha rappresentato per gli Stati Uniti. Fondamentalmente, un salto quantico in termini di consapevolezza.

4. “Five Years”, 1972

Un pezzo che sembra arrivare dalla tradizione classica della chanson letteraria. Del resto, pure in Ziggy Stardust Bowie parlava di William Burroughs. A 15 anni ho comprato il suo Il pasto nudo, una lettura decisamente complessa a quell’età. Ma Bowie mi aveva preparato a quel libro già solo descrivendomi ciò che aveva acceso in lui.

5. “Life on Mars”, 1971

Il mondo di Bowie era sempre ricco di stimoli artistici e intellettuali. Una distanza siderale rispetto alla Dublino in cui vivevo io…

6. “Starman”, 1972

La prima volta che ho visto David Bowie, cantava Starman a Top of the Pops, in tv. Sembrava una creatura caduta dal cielo. Gli americani avevano mandato un uomo sulla Luna, noi avevamo il nostro astronauta britannico – e di madre irlandese!

7. “Lady Grinning Soul”, 1973

Un pezzo seducente e inconsueto, pure per gli standard di Bowie. L’influenza black che avrebbe sfruttato nell’album successivo era già tutta lì. Sarei curioso di sapere che cosa pensa Roy Bittan (della E Street Band) di quel teatrale assolo di pianoforte. Bowie era un grande fan di Springsteen.

8. “The Jean Genie”, 1973

Bowie si è spesso messo in competizione con Mick Jagger. Qui, ad esempio. Adoro il suo approccio al blues e al R&B, il suo swing disciplinato. Questo pezzo fu una grande influenza pure per gli Smiths.

9. “John, I’m Only Dancing”, 1972

Pure qui: adoro il suo minimalismo nell’approcciare il rockabilly! Non basta essere un grande songwriter, bisogna anche saper trasformare la tua canzone in un “disco”, e questo richiede una visione e grande confidenza con le tecniche di studio.

10. “Young Americans”, 1975

Il momento clou del pezzo è quell’inciso di chitarra che scombina completamente la tonalità. Geniale.

11. “Fame”, 1975

Sono affascinato dal dilemma che Bowie affronta e mette in scena in questo pezzo. Un talento che dice di non voler morire stupido…

12. “Warszawa”, 1977

Ricordo sere intere con il mio amico Gavin Friday, nel suo salotto. Ascoltavamo l’album di Warszawa (Low, 1977, ndr), cercando di capirne il senso.

13. “Heroes”, 1977

Racchiude il pensiero di tutti gli amanti: non siamo soli, possiamo sfidare il mondo. E c’è quella devastante chitarra suonata da Robert Fripp.

14. “Ashes to Ashes”, 1980

Qui è quando l’innovazione musicale di Low e Heroes si era fatta più pop. Ci ho messo anni a capire come avessero ottenuto quel suono acido del piano, ma alla fine lo abbiamo ricreato per Lemon.

15. “Up the Hill Backwards”, 1980

L’ho scelta perché sembra parlare della mia vita.

========================================================================

Playlist di FRANCO CAPACCHIONE

Franco Capacchione è il responsabile della sezione cultura di “Rolling Stone Italia”, oltre che ciclista (amatoriale), fumatore per antica vocazione e appassionato delle derive più intimiste dell’indie.

«Così tanti stili. Tante cose inutili e tante perle. Un essere umano-antenna che capta frequenze e te le ritrasmette secondo il suo punto di vista. È sempre stato così David Bowie e ti ha abituato a non sottovalutare nessun suono, nessun ritmo. Come altri grandi che ci accompagnano da molto tempo e non ci hanno abbandonato, ti ha mostrato come in un progetto pop possono entrare letteratura e arte, kitsch e sublime. In una canzone e nel corpo che te la fa conoscere, nella sua voce, nei suoi movimenti, ci possono stare tante cose: dal cut-up di Burroughs alla fisicità tra sabba e zen di Lindsay Kemp. Bowie negli ultimi anni e diventato un signore che vive appartato. Non compone e manca molto alla scena musicale, perché attraverso lui, attraverso le sue opere, è stato possibile fare, ogni volta, il punto su un momento storico, sui suoni che lo caratterizzavano, dunque sulla cultura che lo esprimeva. Senza mai seguire banalmente l’onda, anche nelle cose mancate, ma sempre riappropriandosene, masticandole e risputandole al mondo con magica sfrontatezza. Qui le mie perle nel lavoro immenso del signor David Robert Jones».

1. “Station to Station”, 1976

Math rock prima del math rock. La lezione dei Kraftwerk e della loro Autobhan che diventa meraviglioso rock. Tra il tazzorro e il sublime, grazie a un giro di chitarra classicissimo e a una straordinaria, infinita introduzione. Una composizione che si sviluppa in tre movimenti: “The return of the thin white duke”…. Tante idee, buttate lì in una manciata di minuti infiniti.

2. “Stay”, 1976

Forse, la passione tra Bowie e Eno nasce con questo pezzo che anticipa le tracce etno della fantastica coppia e ha già in sé il percorso che Brian seguirà con David Byrne per My Life in a Bush of Ghosts. La pulsione funky è incredibile grazie a una ritmica tritasassi.

3. “Candidate”, 1974

Due minuti e mezzo dentro quella pacchianeria incredibile che è Diamond Dogs. Poca roba in termini di tempo. Ma l’isteria che trasmette è pura energia e quel cantato svagato, dispettoso a metà tra John Lydon e Tv on the Radio (sì, signori) è straordinario.

4. “Come and Buy My Toys”, 1967

L’elemento vecchia-zia-inglese (magari un poco strana) è presente qui e là nell’opera di Bowie. Questo è un quadretto che rappresenta bene il british old-style di Bowie. Un gioiellino acustico, da cantare al tuo bambino piccolo sapendo che porta in sé una nota inquietante.

5. “Look Back in Anger”, 1979

Quella chitarra nella sezione centrale, pura ritmica, da mandare in loop e ascoltare all’infinito. «Waiting so long, I’ve been waiting so, waiting so….».

6. “Red Money”, 1979

Anche questa, come Look Back in Anger, è presa da Lodger che chiude la trilogia con Brian Eno ed è ingiustamente considerato un poco figlio minore. Sarà che è stato registrato in Svizzera? Comunque questo è un pezzo grandioso, di nuovo una sorta di premonizione di cose (musicali) che avremmo sentito molti anni dopo, per esempio Tv on the Radio (di nuovo) per picchi di vocalità, anima funk, chitarre affilate che si fanno loop.

7. “Red Sails”, 1979

Sempre da Lodger. Taking Tiger Mountain (By Strategy) di Brian Eno, anno 1974, rivisto e corretto. Pura isteria. Magnifica.

8. “Drive-in Saturday”, 1972
La più bella canzone di David Bowie in assoluto? Sorta di Doo-woop con effetti speciali. Quei cori verso la fine con sassofono a impazzire sono, ancora oggi, pura commozione.

9. “Aladin Sane”, 1972

Il più bel assolo di piano nella musica rock tutta? Il basso sotto a dare fondamenta ritmica al piano di Mike Garson che si libera totalmente in una improvvisazione che sa di ragtime e di flamenco, di jazz e musica dissonante. Ebano e avorio preziosissimi che sperimentano i primi voli verso la luna e vanno a spegnersi in un finale che sa quasi di beffa.

10. “Hallo Spaceboy”, 1995

Pura compressione sonora, imperdibile per chi ama Nine Inch Nails e quel tipo di furore che sa di metallo industriale. Sta dentro Outside, album che fu molto trascurato all’uscita: doveva essere il primo tassello di un nuovo progetto con Brian Eno, in un decennio non proprio entusiasmante per David. L’idea spaventò la casa discografica e non ebbe il riscontro di pubblico che ci si aspettava. Invece è uno dei lavori in assoluto più belli e complessi del duca. Tutto da assorbire, davvero.

11. “Subterraneans”, 1977

Una percezione finissima della società in evoluzione, il senso di un cambio anche violento della Storia in arrivo. Salta all’occhio con il senno di poi, chiaro. Ma è anche nel ripensare oggi a un progetto come Low, il primo tassello berlinese elaborato con Eno, che cogli la grandezza di un personaggio come Bowie. Qui, solo con parole incomprensibili e una tensione sonora incredibile, ritrovi in poco più di cinque minuti una costruzione architettonica che ti ridà esattamente lo stesso tipo di sensazione visiva che ricevi nelle due ore e passa di Blade Runner. E c’è pure un meraviglioso assolo di sassofono.

12. “Moonage Daydream”, 1972

Quella voce acuta, non particolarmente bella, piuttosto frocia. Immediato il collegamento con le foto pubblicate sul memorabile Ciao 2001, vero giornale di formazione: la tutina spaziale addosso al corpicino secco secco, eppure conturbante. Era il momento giusto per avere 12 anni e per rimanere incantati dal finale con chitarrona elettrica che si allontana da terra in direzione di Marte.

13. “Andy Warhol”, 1971

Spagnoleggiante omaggio semiacustico all’icona maxima in un disco, Hunky Dory, ricco di omaggi: c’è quello a Dylan, l’altro a Lou Reed, Queen Bitch. Anni disinvolti, decennio liquido.

14. “Beauty and the Beast”, 1977

Ogni suono trattato, filtrato. E poi, semplicemente, è l’apertura di Heroes, l’album, ti accoglie in quel mondo e, se è la prima volta, non sai ancora cosa ti aspetta….

15. “Modern Love”, 1983

Per chiudere in leggerezza, in una produzione con Nile Rodgers/Chic, totalmente dentro gli anni Ottanta, con batteria superpompata, canti e controcanti. Un gospel adrenalinico. Divertentissima. Non è già molto?

Commenta la notizia

New York Film Academy