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Blink-182, quando il ‘Rock Show’ invecchia benissimo

Siamo andati a sentire i tre discoli-punk in quel di Milano. E abbiamo notato che...

4 luglio 2012


Travis Barker in azione, Foto Arianna Carotta

Di Simone Sacco

Tre motivi basilari per andare a vedere i Blink-182 in pieno 2012 (e noi lo abbiamo fatto, il 3 luglio, in un Forum di Assago discretamente pieno e appassionatamente coinvolto).

Primo: per me quella del gruppo di All The Small Things è tutto fuorché una reunion canonica. Ok, i Nostri (al secolo Mark Hoppus, Tom DeLonge e Travis Barker) hanno strombazzato ai media di essersi riuniti un paio di anni fa, uno di loro (lo stesso Barker) si è pure salvato da uno spaventoso incidente aereo, hanno inciso un nuovo album (il ben accolto dalla critica Neighborhoods del 2011) e ora stanno girando il mondo sull’onda di un ventennale (la band si è formata nel 1992 nei dintorni di San Diego) che, a pensarci bene, è solo l’ennesimo, mesto esempio di come corra veloce e implacabile il tempo circostante…
Però va anche detto che le reunion-rock col quale ci siamo dovuti scontrare recentemente o avevano i contorni velati del “prendi i soldi e scappa” o dell’ospizio lasciato drammaticamente aperto, per non dire di tutti quei Van Halen del caso che devono tirare indietro la pancia e aggiustarsi il cerone prima di tornare a fare gli animali selvaggi da palcoscenico. Che tristezza, signori. I Blink-182, per fortuna, no: loro stanno velatamente sulla quarantina (Hoppus ha fatto 40 primavere lo scorso marzo, gli altri due devono ancora compierne 37) e stasera suonano come se ne avessero diciotto, soprattutto nei bis quando si lanciano con Carousel e Dammit in un’orgia di hardcore melodico californiano modello NOFX e Pennywise. Tutto molto coinvolgente e fottutamente sonico, datemi retta.

Secondo: i Blink sono forse stati l’ultimo grande gruppo di successo “pre-11 settembre” quando, nell’industria mainstream, il cazzeggio da liceale fuori tempo massimo era ancora consentito mentre la paura del futuro era vista come materia per menagrami o gente sensibile che pendeva troppo dalle labbra pessimiste di Thom Yorke. Ora, paradossalmente, le canzoni “stupide” della band proposte ieri sera al Forum (The Rock Show, What’s My Age Again?, Fuck A Dog, First Date e quella superba lista di insulti teenageriali che porta il nome di Family Reunion) servono ancor di più in questo periodo di assoluta incertezza economica ed esistenziale – avete presente la frase “tirare il freno”? – rispetto a quando uscirono, dove furono subito inquadrate come mezzuccio per affrontare la noia da quartiere benestante americano e attendere l’ennesimo venerdì sera fatto di birra a fiumi e toga-party nella villetta di qualcuno.
Che poi DeLonge e soci queste cose le avessero già apprese strada facendo lo dimostra il fatto che a Milano hanno suonato parecchi estratti (Feeling This, Violence, Down oltre alla sempre splendida I Miss You) da Blink-182 del 2003, probabilmente il loro disco più “maturo” e riuscito. Peccato soltanto per l’assenza di Adam’s Song e Stay Together For The Kids, ma con tutta probabilità si è trattato solo di una scelta artistica per non caricare di troppa malinconia uno spettacolo, in fin dei conti, smaccatamente edonista.

Terzo e ultimo motivo: Travis Barker. Il suo drumming agli steroidi (esaltato da una performance nei bis di Give The Drummer Some, traccia Prodigy-dipendente estratta dal suo solo-album omonimo) è uno spettacolo per gli occhi e per i piedi che non sbattono di battere un attimo. Se i Blink sono una macchina da concerti sempre oliatissima lo devono certamente non al basso di Mark (inudibile per gran parte del gig), ma alla chitarra sferragliante di Tom e a questo Keith Moon redivivo e prestato dagli dei della musica alle delizie di un genere che, oggi, è davvero arduo inquadrare come innocuo “pop-punk”. Insomma, tra degli Offspring un po’ appassiti passati per l’Italia qualche settimana fa e dei Green Day attesi a Bologna ai primi di settembre nell’ambito dell’I-Day Festival, i Blink-182 per ora vincono una battaglia più attuale che meramente nostalgica. Fatta di scemenza, preservativi lanciati al pubblico, siparietti ancorati drasticamente al 1999 (Tom: “Hey, sapete come si dice pene in italiano?”), ragazze pigiate in prima fila ma anche di brani solidi, competenza strumentale e di un light-show semplicemente d’antologia. Ai Rancid (headliner il prossimo 21 luglio al Rock in Idrho) spetterà quindi il compito più arduo: riportare tutta questa bellissima energia umana nell’elettrizzante cornice di un ruvido street-punk very 1977. Auguri vivissimi.

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