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Con i Blur, ad Hyde Park

Il nostro inviato veramente molto speciale Alessandro Cattelan è volato a Londra per godersi l'ultimo (forse) concerto di Damon Albarn & Co.

13 agosto 2012

Di Alessandro Cattelan

Damon Albarn, Foto (cc) XOXOHell via Flickr

La bellezza di un’intera estate spesso risiede nel sapore immediatamente nostalgico di qualche serata speciale. Quelle che sanno di mitologia nel momento stesso in cui accadono, quelle che già sai racconterai negli anni a venire ad amici, parenti, e anche a persone che conosci da non più di qualche giro di birra. L’incipit: “e poi, sai, quella sera a Londra, a vedere il concerto dei Blur…” diventerà motivo di scherno da parte di quelli che la stessa storia l’avranno ascoltata già migliaia di volte. Questa è stata una di quelle sere.

È stata la mia prima volta ad Hyde Park per un concerto e non potevo scegliere occasione migliore. Stabilire ad occhio nudo quante anime fossero presenti sarebbe un esercizio faticoso e pressoché inutile, considerando che oltre un certo numero (e si ragiona in centinaia di migliaia ) entriamo nell’ambito della pura follia. 

Nella Londra in totale isteria da Olimpiade, il traffico paralizzato ha paralizzato anche me e mi sono presentato al gate di ingresso con il mio fiammante biglietto stretto tra le mani in un ritardo poco più che accademico (mi sono perso buona parte dei New Order riuscendo però a godermi un’annacquata ma sempre emozionante esecuzione di Love Will Tear Us Apart, e mi sono coperto di ridicolo ballicchiando ogni singolo pezzo degli Specials). 

Mi sono confuso tra la folla rigorosamente griffata Fred Perry (marchio che, ammetto, avevo messo anch’io in valigia ma al momento di uscire dall’albergo mi ha fatto sentire come uno che sta andando ad una recita e ho desistito) e ho settato il cervello in modalità “attesa fremente”. Rolling Stone mi ha inviato qui per raccontare un evento che sarebbe più semplice descrivere se non fossi devoto fan del gruppo. Nelle poche righe che state leggendo non troverete una selvaggia e pertinente critica al concerto di una storica band inglese, bensì il flusso emotivo di un ragazzo che ha speso le sue prime quindicimila Lire in dischi per acquistare The Great Escape nel lontano 1995. Scrivo delle sensazioni che si provano ad ascoltare dal vivo brani che posso nitidamente ricondurre a singoli episodi della mia storia personale e che sono stati fondamentali nella storia comune di tutti gli appassionati di musica (nonostante Rolling Stone Italia sia riuscito nella missione impossibile di non inserire nemmeno un album dei Blur tra i 500 migliori di sempre. Nemmeno Parklife, per Dio! Ahi! Una serpe in seno!!! ).

I maxischermi sul palcoscenico raccontano l’inizio della cerimonia conclusiva dallo stadio  olimpico fino al momento improvviso in cui il logo della band appare bianco su sfondo azzurro e il boato diventa assordante e pare interminabile. 
La scenografia che viene svelata è più spettacolare rispetto a quella nella stessa location del 2009 (lo sarà anche la scaletta) e raffigura una specie di autostrada futuristica che conduce verso l’infinito. Scelta bizzarra, perché sarà pure futuristica ma pur sempre un’autostrada rimane, anche se acquisterà meravigliosamente senso più avanti nella serata sulle note dolenti dell’inedito Under the Westway. Il tempo dei dubbi estetici ad ogni modo è breve, perché Girls & Boys apre quello che sarà un concerto memorabile trasformando il meraviglioso ma compassato Hyde Park in una discoteca di Mykonos.

L’invecchiamento fisico di Damon Albarn è appena percepibile e presumo che anche per il pubblico dalla terza fila in poi, quella figura smilza e saltellante sul palco sia sembrata esattamente la stessa di vent’anni fa. Per il resto Graham Coxon ha messo su un po’ di pancetta, ma di quella che le donne trovano rassicurante, Alex James è il segaligno bassista frangettato di sempre, e il solo Dave Rowntree anche se nascosto dalla sua batteria, sembra aver mollato un po’ i freni all’auto-conservazione.

L’atteggiamento on stage invece è quello di sempre, con alcune inflessioni di maturità acquisita che Damon si lascia sfuggire tra una canzone e l’altra, come quando dedica di Out Of Time ai militari inglesi in missione all’estero, o nella parentesi intimista in cui snocciola una dopo l’altra le sue hit-post-pene-amorose, No Distance Left To Run e Tender.

Il concerto fila via che è una meraviglia tra inediti appositamente concepiti per questa serata e vecchie b-side rispolverate dal cassetto; brani che parlavano di figli quando figli non ce n’erano ma diventati felicemente attuali per quasi tutti i membri della band. Il premio sing-along è affare tra soliti noti: la dolce nenia di Tender con il suo lungo strascico acustico, il gran finale su The Universal capace di commuovere lo stesso Damon Albarn e la sempre verde End of a Century. Personalmente, oggi, voto per quest’ultima.

Intuire lo stato di salute dei Blur in quanto gruppo poi non è facile. Ho cercato di osservare con attenzione i loro movimenti, i cenni di intesa tra un cantante e il suo chitarrista a ogni attacco, gli sguardi tipici che si materializzano tra un bassista e un batterista ad accompagnare il momento più sincopato di un pezzo… Ne sono uscito con poco in mano. A voler azzardare una sensazione posso solo dire che il coinvolgimento tra i quattro componenti è via via salito nel corso delle due ore, e sulle note di The Universal, il brano che hanno usato per congedarsi come da copione dalle millemila ugole cantanti di Hyde Park, sembrava non importasse più a nessuno sapere se i Blur esisteranno ancora. ‘Cause it really really really could happen, sia chiaro.  Ma intanto noi eravamo lì, con un pizzico di compiaciuto egoismo,  a testimoniarne la storia.

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