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Fallito e Invidioso/ Ligabue, il Leonardo 2.0

Musicista, regista, scrittore: il rocker di Correggio è l'umanista del Terzo Millennio. Ma lui, il Liga, ci crede veramente?

26 aprile 2012

Di Paolo Madeddu

Luciano Ligabue è rocker, regista, scrittore (e poeta). Chissà, forse è il Leonardo da Vinci del nostro tempo, l’umanista 2.0, multiforme e instancabile. E le classifiche (o il box office, o le ristampe) ci dicono che sa fare piuttosto bene tutte e tre (o quattro) le cose, in genere alternandole sapientemente in modo che un suo nuovo prodotto sia disponibile – e acquistabile – e regalabile – ogni tot mesi. E poiché un po’ di premi della critica ne ha ben portati a casa, sarebbe da fallito e invidioso affermare che “non sa scrivere”.

Tutt’altro. Ha un suo stile. E vale davvero la pena soffermarcisi.

In concomitanza con l’uscita del suo nuovo libro di racconti, Il rumore dei baci a vuoto, uscito coraggiosamente di venerdì 13 (per Einaudi, il brand nobile di Mondadori), MiticoLiga è andato dal venditore più buonissimo d’Italia, che come potete vedere qui sotto ha affermato: “La voce che Luciano ha impiegato per scrivere è distante dalla voce del rocker che tutti conosciamo”.

Ehm, ecco: no.

Coerentemente con una delle sue (in verità numerosissime) sentenze epocali, “Da te stesso non scappi mai nemmeno se sei Eddy Merckx”, il Ligabue che abbiamo imparato a conoscere in 22 anni incombe su ogni pagina o quasi di questa seconda raccolta di racconti, molto più che nella prima (Fuori e dentro il borgo, suo esordio narrativo). I personaggi hanno una credibilità limitata perché, anche quando non hanno lo spessore psicologico di una fetta biscottata, parlano tutti come lui, sono tutti dei Ligabui disincantati, disillusi dalla vita – e hanno un senso dell’umorismo legnosissimo (…gli entra una battuta sola, a pagina 7: “Come sta Angela?” “Bene. Diciamo che sta più addosso al cane che a me”. “Se fossi costretto a scegliere farei così anch’io”. Voi capite che a questa stregua, il personaggio che riesce più simpatico è lo psicotico totale di “Ristretto vuol dire ristretto” ).

È evidente che Ligabue è a suo agio quando parla di sè e impacciatissimo quando cerca di parlare di altri (…al contrario dei critici, haha!), il che nelle canzoni gli rende paradossalmente più conveniente sfornare verità lapidarie sulla vita ad alzo zero (a richiesta, potrei elencarvi 23 sue strofe che hanno rigorosamente “La Vita” come soggetto). Stando così le cose, anche quando non racconta palesemente le sue vicende personali (come nel doloroso racconto sul padre, Lo vuole vedere?), finisce per proiettare se stesso in quasi tutti i suoi protagonisti – su tutti il comico di La puzza non passa e il dottore di Medici contro il resto del mondo.

Eppure, in questi racconti dalla costruzione pericolosamente simile (così come pericolosamente simili tra loro stanno diventando le canzoni di MiticoLiga), con uno slow build che vira verso un colpo di scena finale, un rovesciamento, un cambio di prospettiva, Ligabue riesce a definire la sua visione di artista più di quanto abbia fatto negli ultimi dieci anni da musicista. Tutto ciò che sembrerebbe un limite, in realtà si rivela prezioso a capire Il Mondo Secondo Liga.

L’abbondanza di dettagli banali tutt’altro che necessari alla narrazione, ad esempio, contrasta col fatto che le situazioni immaginate da Liga scrittore sono sorprendentemente originali (sicuramente più dei “giri” dei suoi tre album più recenti). Ci sentiamo di ipotizzare che le banalità, la fatica nei dialoghi, lo humour insipido siano voluti: Liga deliberatamente decide di intrattenere con la stessa dolente pesantezza che attribuisce alla vita. E dopo aver zavorrato tutto il contesto, dà una pennellata che porti poesia o quanto meno consolazione (un po’ come uno che ti mette una fragola su una polenta). Almeno tre quarti degli scrittori italiani “alti” sono maestri mondiali di questa tecnica. E nel suo piccolo lo è anche lui: sfidiamo anche i fan di Vasco a negare che i racconti si facciano leggere. Anche solo per l’aspettativa, per l’attesa di quella pennellata. Che poi in qualche caso è telefonatissima, ma intanto lui l’attesa l’ha creata.

Più interessante ancora, però, il fatto che molte delle disillusioni Ligabuesche, alla base di certi sfoghi cantati, incazzosissimi nei confronti di chi osa discuterlo ma forse anche di chi lo venera, emergono quando nel già citato Medici contro il resto del mondo, il dottore afferma: “Non guariamo nessuno. Ecco cosa penso. Ognuno si ammala e guarisce da solo. Noi siamo lì a porgere il cerottino o un po’ di fiducia”. Una posizione che ricorda molto i tormenti di una rockstar di mezza età che forse vorrebbe confessare ai suoi fan che non può guarire le loro anime, e non ce la fa più a produrre a getto continuo canzoni che diano risposte sulla vita. Ma i suoi dischi, i suoi film, i suoi libri, i suoi tour vendono troppo per tollerare il dubbio che il loro autore non creda più in quello che fa.

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