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Franco Battiato e la sua… voce del padrone

Nel 1981: sette brani passati alla storia

15 febbraio 2012

La voce del Padrone, Foto Internet

Più di un milione di copie vendute, sette brani passati alla storia della musica italiana, da Centro di gravità permanente a Summer on a solitary beach, da Cuccuruccucu a Bandiera bianca. Di colpo, il magro sperimentatore siciliano dalla voce monacale diventa una star. Immettendo ironicamente i nostalgici tormentoni sixties sulle fotografie esotico-storiche che sono il suo marchio di fabbrica, coniugando i fraseggi classici arrangiati da Giusto Pio a riff elettronici facili quanto affascinanti, Battiato porta milioni di italiani a cantare in spiaggia le imprese di “…gesuiti euclidei/vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori/ della dinastia dei Ming”. Raramente in Italia il gusto dell’élite e quello della cosiddetta massa si sono trovati così concordi su un’opera che – peraltro – irride i comportamenti di entrambe. Dopo oltre 15 anni di attività, iniziata con dischi pop inclusi in riviste enigmistiche e presenze al Disco per l’Estate (Bella ragazza, 1969), e passata attraverso le sperimentazioni dell’etichetta Bla Bla, Battiato diventa un peso massimo della canzone italiana – ed è significativo che ciò accada negli anni ’80, non nei saccenti ’70.

Come una versione italiana di Brian Eno, per qualche anno gli basta soffiare un po’ della sua personalità su un altro artista per provocare un fremente interesse: Alice vince Sanremo con la coraggiosa Per Elisa, Giuni Russo va a segno con Un’estate al mare, Milva lascia la Milano di Strehler per Alexander Platz, Ombretta Colli azzarda la rentrée con Cocco fresco. Persino Sibilla, pur stonando al Festival del 1983 con Oppio, vende 30mila copie prima di sparire. Ma oltre ai voli pindarici e alle filosofie orientali sparse su queste sponde, l’album colpisce per l’armonia interna ottenuta sovrapponendo le suggestioni del nuovo elettro-pop a un substrato solidamente adagiato sulla tradizione italiana (saldando entrambi con la chitarra di Alberto Radius, presente in chissà quanti dei dischi di questa centuria). Un album dall’impatto irripetibile.

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