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J Mascis, detto J: chitarra, voce e nient’altro

Una faccia scolpita nel monte Rushmore della musica "alternativa" USA

22 aprile 2011

J Mascis (foto di Roberto Panucci)

Il pubblico raccolto attorno al quarantacinquenne Joseph Donald Mascis, detto J, per un’ora e mezza di rispettoso ed affettuoso silenzio, fatti salvi i moti di entusiasmo per i pezzi più amati e gli applausi dopo i lunghi assoli. La serata in compagnia del cantante dei Dinosaur Jr., in una delle due date italiane per la presentazione del suo ultimo Several Shades of Why, è “tutta” qui.
J si presenta da solo sul palco: chitarra, voce e una faccia che è scolpita nel monte Rushmore della musica “alternativa” Usa sin da quel Dinosaur di ormai ventisei anni fa.
L’attacco è con The Wagon, da Green Mind. Inaspettato e molto più che gradito, da tutti. Poi è la volta del bellissimo incipit del nuovo lavoro solista, Listen to Me. Dopo la title track dello stesso album è la volta di una bizzarria: una cover, nientemeno che da Edie Brickell (“La conoscete? La moglie di Paul Simon” ci ricorda J sornione), di Circle of Friends. Subito fatta sua, bastando per questo vestirla di quella voce caldamente metallica.
La scaletta prosegue alternando pezzi dell’ultima fatica a brani del repertorio dei Dinosaur Jr., un paio di estratti dal primo lavoro solista – Martin + Me, 1996 – e anche una canzone dal primo album di J Mascis and the Fog, il progetto con, tra gli altri, il My Bloody Valentine Kevin Shields (Ammaring, da More Light del 2000).
Quasi ogni disco dei Dinosaur Jr. viene omaggiato di una scelta (solo Bug, Without a Sound e il penultimo Beyond rimangono intoccati) e sono, prevedibilmente, i momenti più acclamati. Quelli e i lunghi assoli con i quali J impreziosisce molte esecuzioni. Da sempre gioia e dolore di chi segue produzione discografica e performance dal vivo del chitarrista, questa sera, nell’asciuttezza esecutiva del repertorio, anche loro risultano semplicemente perfetti nelle rispettive collocazioni.
Poche parole tra un pezzo e l’altro, qualche gesto impacciato (tipo il far scivolare il quaderno coi testi dal leggio), un’uscita di scena adorabilmente pro forma (esce e rientra nel giro di una manciata di secondi) e chiosa con Quest (da Dinosaur, 1985) e Little Fury Things (You’re living all over me, 1987). Nell’aria rimane un carisma fatto di sottrazioni, una scrittura inconfondibile e uno stile “nel far musica, a 360 gradi” che ci vantiamo di riconoscere a pochi. E J è lì, nel mazzo dei Buoni.

ALESSANDRO CAVALLINI

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