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Saturday I’m in Love: il trionfo dei Cure e tutto il resto…

Le nostre pagelle all'Heineken Jammin' Festival 2012. Dedicate a chi c'era, ma anche a chi (malauguratamente) s'è perso uno degli eventi-live dell'estate italiana

9 luglio 2012

Di Simone Sacco

Ok, ci abbiamo messo leggermente più del previsto (le recensioni in tempo reale non ci sono mai piaciute: un concerto devi rielaborarlo il mattino dopo per capire cos’hai veramente vissuto), ma ora siamo finalmente pronti. L’Heineken Jammin’ Festival 2012 nella fornace a cielo aperto della fiera di Milano/Rho si è chiuso sabato notte con il fetish-dj set della stupenda Audrey Napoleon e queste sono le nostre personalissime pagelle per un evento di tre giorni che rimarrà comunque nella storia dei festival italiani. Esagerati? Assolutamente no.
Tra dei Red Hot Chili Peppers in palla come ai vecchi tempi (Frusciante non ce ne voglia…), dei Prodigy apocalittici (avete mai ballato Voodoo People sotto un uragano biblico? Beh, dovreste farlo) e dei Cure assolutamente in formato Just Like Heaven, questo è quanto è successo dopo che la kermesse si è trasferita dalle sue abituali sedi di Imola e Venezia degli anni scorsi. Andiamo a cominciare…

THE CURE (7 LUGLIO): la palma di miglior band dell’ Heineken 2012 spetta senza alcun dubbio a loro. Non si suonano 34 canzoni di fila (con giusto qualche pausa tattica disseminata ad arte) se non si ha ben chiaro il concetto di “signori, noi siamo fatti così e questa è la nostra magnifica storia”. Irrobustiti dalla chitarra di Reeves Gabrels (uno che, tanto per dire, nella vita ha suonato con Tin Machine e sua maestà David Bowie…) e da un Simon Gallup sempre più rockabilly-oriented, Robert Smith e soci sono riusciti a passare dalla “disintegrazione” più smaccata (il tris iniziale formato da Plainsong, Pictures Of You e Lullaby è stato il miglior biglietto da visita) alle cupe immersioni in un gothic/dark realmente angosciante (From The Edge Of The Deep Green Sea, Play For Today, One Hundread Years e ovviamente una A Forest attesa da chiunque) fino alle rapide emersioni-pop (Just Like Heaven, Friday I’m In Love, Close To Me e Why Can’t I Be You?) utili per riprendere aria e dare respiro all’intero show. Giusto per fare i cagacazzo della situazione, non ci sarebbero state male anche Charlotte Sometimes, A Night Like This e quel rubino scintillante chiamato A Letter To Elise, ma – credetemi – vedere un rigenerato Smith (53 anni compiuti da poco) ballare on stage come un Totò/Antonio De Curtis delle tenebre è stato l’highlight assoluto di quest’estate nostrana. Morale? Talmente bravi e intensi da apparire perfino “pornografici”. Tornate in fretta dalle nostre parti!
Voto: 10

NEW ORDER (7 LUGLIO): la grande incognita del festival. Nel senso che i post-Joy Division concerti da noi ne fanno in realtà pochini, ma quando si degnano (vedi Torino 2005) la gente ne parla poi per secoli e secoli. A Rho, però, si presentavano privi di quella bestia di Peter Hook (il che ha tolto un po’ di sana animalità alla performance), ma erano arricchiti da Tom Chapman (il nuovo bassista) e da una Gillian Gilbert che sette anni fa non c’era e che sa sempre come far “parlare” il suo sintetizzatore lungo come due assi da stiro. Dunque, com’è andata? Direi bene, visto che il pasciuto Bernard Sumner ha subito azionato il karaoke collettivo (Crystal, Regret, True Faith, ecc) omaggiando il convitato di pietra (leggi: Ian Curtis) con una Isolation impeccabile e una legittima Love Will Tear Us Apart i cui cori saranno giunti almeno fino a Macclesfield. Dopo un’ora però tutto è finito bruscamente. Amen, anche l’Hacienda dei tempi d’oro aveva il brutto vizio di mandare tutti a casa alle due di notte in punto. Nel frattempo, però, siamo ancora riusciti a goderci una Temptation da orgasmo (come si fanno a scrivere canzoni white-soul così straordinarie?), una Blue Monday marziale e, soprattutto, uno Stephen Morris alla batteria abbigliato con una t-shirt nera e molto kraut dei Neu!… Poco da obbiettare: il premio “look più stiloso dell’Heineken” spetta decisamente a lui.
Voto: 8

PRODIGY (6 LUGLIO): i Chase & Status (alias la pompa-dubstep che ha preceduto l’esibizione di Flint e soci: per chi scrive il fenomeno più “contemporaneo” dell’intera tre giorni milanese) e il cielo sopra di loro ce l’avevano già fatto intuire a furia di nuvoloni scuri e minacciosi: lo show dei Prodigy sarebbe stato qualcosa da raccontare ai nipotini (se mai ne avremo, data la crisi economica mondiale). E non perché loro abbiano suonato chissà cosa (la scaletta degli ex raver del Sussex viaggia invariata da anni, nonostante qui abbiano aggiunto qualche chicca dal loro nuovo album How To Steal A Jet Fighter previsto per la fine dell’anno), ma per le condizioni atmosferiche che si sono sviluppate dieci minuti dopo che i Nostri avevano aperto le danze – è davvero il caso di scriverlo! – con delle versioni spaventose di World’s On Fire e Breathe. Sul palco, tanto per cambiare, si stava scatenando l’inferno con Omen. Sotto invece diecimila anime infradiciate da capo a piedi ballavano tarantolate e travolte da un nubifragio torrenziale. Le soluzioni a quel punto erano solo due: o fuggire dal pit o fregarsene allegramente. E chi se n’è fregato ha finalmente visto coi propri occhi cosa doveva essere un rave edonista in quella famosa prima metà degli anni ’90. Howlett e compagnia, intuendo la situazione, ci hanno naturalmente dato dentro con tutto il bignami del techno-punk di quel convulso decennio (Voodoo People, Firestarter, Smack My Bitch Up) e sono arrivati al traguardo con la “canzone” per eccellenza del loro repertorio: Their Law. Vale a dire chitarra punk + sintetizzatori acidi in orbita: una bomba capace, per dirla alla Bryan Ferry, di “dance the night away”. Dopo di loro ci sarà pure il bel dj-set dei Gorillaz Sound System, ma a questo punto è come paragonare Il Ritorno dello Jedi a La Vendetta dei Sith. Il confronto è imbarazzante…
Voto: 8,5

RED HOT CHILI PEPPERS (5 LUGLIO): la regola d’oro la conosciamo tutti, no? Se Anthony Kiedis è in forma, beh lo show dei Red Hot Chili Peppers fila via che è un piacere. E Tony stasera non ha voglia di deludere proprio nessuno, con il baffo-trash d’ordinanza e un cappellino recitante la parola “Off!”, quasi una sorta di product-placement per uno spray anti-zanzare. Lo show dei Peperoncini, dunque, si può riassumere in due sole parole: onesto e viscerale. Capace di passare dal funk liquido che tanta gloria negli anni ha arrecato ai cari Red Hot (The Power of Equality, I Like Dirt, la botta finale scuoti-chiappe di Give It Away) al pop dalle fragranze esclusivamente californiane (e stasera The Adventures of Rain Dance Maggie si è dimostrata – al pari di Dani California e By The Way – quello che avevamo sospettato fin dall’inizio: un singolo perfetto) passando per la grande storia del rock (Fire, alias una cover di Jimi Hendrix) alle tante jam ravvicinate (stupenda quella quasi free-jazz su Ethiopia) che, pure su di un palco immenso come quello dell’Heineken, ci hanno confermato quale sia la vera identità di Flea e soci: una sudatissima band da club prestata magicamente al grande show-business globale. Nota di merito, giusto in conclusione, per Josh Klinghoffer: ok, sostituire uno come John Frusciante è roba da far tremare i polsi, ma cambiare tutti gli assoli (compreso quello epocale di Scar Tissue) secondo il proprio stile personale significa, né più né meno, avere le palle quadrate.
Voto: 8

NOEL GALLAGHER’S HIGH FLYING BIRDS (5 LUGLIO): lo citiamo perché degli Oasis comprammo il singolo di Shakermaker nell’estate del ’94, e quindi ci riteniamo fan al di sopra di ogni sospetto. E ne parliamo anche per sfatare un luogo comune che, onestamente, inizia a darci un po’ sui nervi. Da tempo, infatti, gira voce che il buon Noel abbia un rapporto speciale con l’Italia tant’è che lui stesso non perde occasione – ovviamente sui tabloid inglesi – di lanciarsi in lodi sperticate prima su Alex Del Piero (correvano i mondiali di Germania 2006) e ora sul molto più trendy Mario Balotelli. Sarà, d’altronde stiamo pur sempre parlando di un tifoso sfegatato del Manchester City, ma quello visto a Rho è stato un Gallagher al minimo sindacale: scaletta impeccabile (sempre quella, fin dal tour dell’inverno scorso, equamente divisa tra materiale solista e merce pregiata degli Oasis), broncio perenne e un po’ scazzato (avrà forse imparato dal suo idolo Super Mario?), un “thank you” rivolto alla folla con moderazione e l’applauso sempre garantito quando attacca roba tipo (It’s Good) To Be Free, Little by Little, Whatever o la conclusiva Don’t Look Back In Anger. Dietro di lui un gruppo professionale, certo, ma pure un po’ sgonfio e lezioso tipo backing-band di Rod Stewart se uno ripensa alla catarsi-noise (ricordate Columbia?) di certi live epocali divisi col fratello Liam. Tutto qui. Da uno che ama alla follia l’Italia, la pizza, il mandolino, Dolce & Gabbana e Roberto Mancini ci saremmo attesi qualcosina in più. Perché Noel potrà pure spedire sms a iosa al gotha del calcio azzurro, ma un “grazie mille, siamo i New Order e questa è la nostra versione di un pezzo dei Joy Division: speriamo vi piaccia” deve ancora impararlo. E dire che viene anche lui da una città operaia, sporca e autentica come Manchester…
Voto: 6

TUTTI GLI ALTRI (5-6-7 LUGLIO): all’interno di un festival così “headliner-centrico” come l’Heineken di quest’anno è stato perfino inevitabile che alla fine la parte dei comprimari l’abbiano fatta proprio quei gruppi che suonavano ben prima delle fatidiche sette-otto di sera. Un bel in bocca al lupo collettivo, dunque, vorremmo comunque riservarlo alle varie band emergenti che hanno avuto il non semplice compito di affrontare la canicola pomeridiana e intrattenere i primi temerari spettatori che si sono spinti sotto il palco. Il nostro abbraccio collettivo va quindi a: Destrage, Nomorespeech, Ivan Mihaljevic & Side Effects, Good Vibe Styla, All About Kane e Birds Vs. Planes. Ne risentiremo parlare. Tra gli altri, invece, vanno almeno citati il nostro Il Cile, i drammatici Evanescence (ah, che bel vedere la pelle bianca scottata dal sole di Amy Lee…), i sempre più emo-style Lostprophets, l’accoppiata sudafricana formata da Seether (post-grunge) e The Parlotones (post-wave tipo Killers con un pizzico di Kaiser Chiefs qua e là), le party-vibes di Pitbull e la dubstep-metal degli scatenatissimi Enter Shikari. Menzione speciale, infine per gli isterici canadesi Crystal Castles che sull’onda di una orgiastica post-techno hanno mostrato al popolo di Rho le grazie alcoliche e debosciate di Alice Glass. Una cantante che per ora non raggiunge il pathos erotico di una Alison Mosshart della situazione ma, se vivessimo in un mondo più attento, avrebbe già fatto le scarpe come minimo a Lady Gaga. That’s all folks, all’anno prossimo!

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