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Smile, Mr. Wilson!

I settant'anni del malinconico genio dietro i Beach Boys

20 giugno 2012


Brian Wilson, Foto Capitol Records

Di Chiara Papaccio

Se ci fate caso, nel corso degli ultimi anni i ritratti di Brian Wilson sono diventati via via sempre più solari. Fedele a rispettare l’esortazione nel titolo del disco perduto dei Beach Boys: “Smile” è diventato il biglietto da visita, la professione (di fede?) e forse pure l’ambizione di questo personaggio che è al tempo stesso limpido e insondabile, placido e tormentato, il gran padre di tutte le rockstar torturate nonostante il viso ora si illumini più spesso di quanto non si corrughi. Essere come Brian Wilson, anzi essere Brian Wilson è l’ambizione (a volte segreta, a volte non molto) di tanti musicisti, ma a quanti riuscirebbe arrivare al 20 giugno 2012, il giorno del suo settantesimo compleanno, con la stessa grazia, la stessa energia, lo stesso entusiasmo quasi fanciullesco? Soprattutto avendo attraversato quello che la mente dietro i Beach Boys ha vissuto: dalla sordità alle violenze del padre, dalla depressione alle numerose dipendenze da droghe, dal ricovero in ospedale psichiatrico alle fantasiose “terapie” lì praticate, forse compreso il terribile elettroshock (probabilmente non lo sapremo mai per certo). Proprio ai Beach Boys e al loro ritorno sulle scene Rolling Stone dedica un servizio nel prossimo numero, in edicola fra un paio di settimane. Rolling Stone online, invece, dedica la giornata a questo magnifico, unico, commovente poeta musicale, che per ironia della sorte è nato solo a una manciata di ore dal suo contraltare inglese, quel Paul McCartney che mezzi di informazione, critici e fan hanno sempre voluto vedere come un suo acerrimo nemico. Senza pensare che in realtà hanno sempre occupato lo stesso lato della barricata: quella della vita immolata alla musica.

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