Torino e… il lievito musicale
C'è fermento nel capoluogo sabaudo. Di band, musica, locali e pubblico. Ecco il reportage e un regalo in... musica

I Verlaine, Foto Stampa
Di Giulia Caterina Trucano
Torino è una città che dissimula. Apparentemente compita, sussiegosa, bigia. Un posto in cui la popolazione sembra essere dedita solo all’incartamento del gianduiotto. E invece è pregna di musica, di locali imprescindibili, di iniziative culturali foriere di novità. L’estate torinese è un susseguirsi di festival e di concerti. Uno dietro l’altro, tra Giugno e Luglio, ecco il Traffic Free Festival, lo Spaziale Festival e gli Mtv Days, per citarne solo alcuni tra i più famosi. Musica, musica, birra e ancora musica. Ma una città tanto ospitale, in particolare per quanto riguarda la musica indipendente, ha una scena musicale degna di questo nome?
Seguiteci in questo viaggio alla scoperta del rock in salsa sabauda, per scoprire se è corposo come una bagnacauda o lieve e fruttato come un buon Erbaluce. Siamo, dunque, andati a esplorare le molteplici offerte musicali, a raccontarcele è Paolo Ferrari, che segue le iniziative culturali per il quotidiano La Stampa: “Qui abbiamo una scena molto atomizzata: tante piccole realtà sparse sul territorio. I due motori sono all’apparenza agli antipodi: la canzone d’autore ed elettronica. Sul fronte indie rock, la fine di CasaSonica ha lasciato il segno ma troviamo nomi giovani e freschi come Matteo Castellano, Carlot-ta, Vittorio Cane, Deian, Stefano Amen, Ila Rosso, Luciano De Biasi, Marco Notari, il chitarrista Paolo Spaccamonti a raccontare una città un po’ bohemien, che oggi si muove tra San Salvario e Vanchiglia, vecchi quartieri a ridosso del centro in cui spostarsi a piedi o in bicicletta è facile e dove fioriscono locali di ogni genere in cui trovarsi e cantare. Dall’altra il festival Club To Club, un portale come Piemonte Groove, poli di attrazione internazionali e anche importanti con nomi come Xplosiva, Vaghe Stelle, Guido Savini per quanto riguarda l’elettronica. Terzo incomodo”, conclude Ferrari, “è l’hip hop, che qui ha una delle scuole fondanti, sui marmi del Teatro Regio è cresciuta la generazione anni ’80: Onemic, Dj Double S, Ensi, Zuli, Principe, Royal Rhymes, Pula+”.
Attirati da cotanto fermento, etichette discografiche indie, geograficamente collocate ben più lontano, sono state di fatto “adottate”: ”A Torino ho trovato qualcosa di speciale”, racconta Govind Khurana della New Model Label, “una concentrazione di creatività non presente in nessun altro posto d’Italia. Non è un caso che più della metà degli artisti che pubblichiamo provenga da qui. Al di là dei meriti professionali dei singoli e di una sorta di affinità stilistica, soprattutto negli artisti dediti alla canzone d’autore, mi permetterei di parlare di “scuola torinese” per nomi come Vittorio Cane, Stefano Amen, Mezzafemmina, Davide Tosches, Matteo Castellano. Ciò che sorprende è la vitalità della scena e del pubblico, elemento fondamentale di cui troppo spesso ci si dimentica, e poi ancora giornalisti e addetti ai lavori che la sostengono anche a livello nazionale”.
Ascoltate la compilation di Rolling Stone sulla Torino Musicale…
Chi ha deciso di non stare in cameretta ad aspettare la giusta occasione discografica, ma di crearsela da solo è Davide Tosches: ”Ho fondato l’etichetta Controrecords nel 2009. Mi sta dando molte soddisfazioni. Una specie di collettivo di artisti (non solo di Torino) che condividono, con la massima onestà, una visione comune nel fare musica, nel promuoversi, nell’organizzare concerti ed eventi. Ognuno è il manager di se stesso, ma con il costante supporto di tutti gli altri artisti. Per ora, fra dischi pubblicati e altri in via di pubblicazione, siamo 12 artisti. E ci tengo a dirlo perché è importante: noi i contratti li facciamo con una stretta di mano, come si faceva una volta.”
Per farci dunque svelare l’anatomia e, perché no, anche la fisiologia della nuova scena torinese, dobbiamo paradossalmente andare ai confini di Torino e raggiungere uno dei gruppi storici sabaudi: i Perturbazione. ”La nascita del nuovo cantautorato piemontese, non solo torinese, può essere letto in diverse chiavi, oltre a quella puramente poetica”, sostiene Gigi Giancursi, chitarrista. “Oggi un gruppo snello, a fisarmonica, che può presentarsi nei locali e adeguarsi a qualsiasi situazione, è una macchina che puoi mettere su strada più facilmente: con 50/100 euro sei appetibile da chiunque riconosca almeno la retribuzione minima all’artista. Nei piccoli festival estivi torinesi questo giro di band e cantautori ha acquistato una buona capacità contrattuale, nel momento in cui le forze si uniscono. La parola scena è sempre impegnativa perché in fondo ogni gruppo è un piccolo universo a sé stante, ma si finisce poi per incontrare gli altri, collaborare. C’è di fondo una solidarietà che nasce dal condividere le stesse esperienze. Più sul piano umano che su quello artistico, in cui ognuno porta avanti le proprie poetiche. Noi Perturbazione promuoviamo e registriamo nuove band, in fondo la nostra è quasi una missione, cercare di farli suonare al meglio”.
Stefano Amen, cantautore torinese da anni nell’ambiente, ha un’idea precisa riguardo l’interazione degli artisti della scena cittadina: “È molto ricca ed eterogenea. Le cose si muovono, qui a Torino, è una città piena di fermento. Un punto di forza sono i locali, quelli che sono interessati alla musica live, senza i quali è impossibile sperimentare la propria musica dal vivo e prendere contatto con il pubblico. Oltre a quelli storici come Hiroshima, penso allo Spazio 211, il Blah Blah, il Velvet, il Circolo Sud e un posto piccolo, ma gestito come si deve, che si chiama Miao. È importante ricordare che parte della cultura, soprattutto di quella musicale, nasce dall’incontro di personalità diverse e, spessissimo, i posti atti a quelle esperienze sono i proprio i locali: la vivacità di una città è proporzionata a quella dei luoghi che la ravvivano”.
La sinergia tra gli artisti torinesi è confermata anche dai Verlaine, band indie prodotta dai Perturbazione, in procinto di far uscire il secondo disco: ”I rapporti con le band della scena torinese sono buoni, noi siamo amici fraterni dei Farmer Sea, di Lalli (indimenticata voce dei Franti, N.d.R.) e, ovviamente, dei Perturbazione. Stimiamo molto Paolo Spaccamonti e gruppi ormai defunti come Nebbia, Malvida e Armstrong. Per quanto riguarda i locali, escludendo i kebabbari che non vendono alcolici, li amiamo un po’ tutti. Come il Manhattan, ad esempio, perfetto per immergersi in due ore di musica metal per tonificare il corpo e poi tornare a casa a pezzi e addormentarmi con gli Iron & Wine. Altri posti buoni sono ll Birrificio e la Cricca (per il cuore granata)”.
Luciano De Blasi, dei Luciano De Blasi e i Sui Generis, è il presidente di Minoranza D’Autore, collettivo che riunisce la maggior parte dei musicisti torinesi: “Cosa potevamo fare noi poveri ‘cantautoracci’ se non cercare di aiutarci a vicenda, darci un ‘mutuo soccorso’? Abbiamo unito le forze per generare collaborazioni artistiche, cercare di uscire dalle piccole realtà che ognuno si è creato. Se non ci si confronta con gli altri non si ha modo di capire quanto si vale. E solo da questo confronto possono nascere delle possibilità valide, in questo periodo difficile per la canzone d’autore. Un tizio con una chitarra è solo un tizio con una chitarra. Il collettivo è qualcosa che attira. I cantautori di Torino sono bravi e generosi. Ce la faremo”.

Paolo Spaccamonti, Foto Antonietta Lagrande
Meno ottimisti sono i I Farmer Sea, freschi di pubblicazione del nuovo album A Safe Place. Raccontano così la genesi del nuovo cantautorato locale: ”A Torino c’è tanta, troppa gente che suona e siamo gli unici a fare un certo tipo di musica in città. Quindi, quando ci chiedono se c’è una scena, a noi viene in mente quella in cui siamo un po’ cresciuti. E, a conti fatti, dopo quasi dieci anni, rimaniamo noi e i Verlaine. Ma il più delle volte la risposta è: ‘No, non c’è una scena’. Memori dell’esperienza e del tentativo di creare un’etichetta discografica, quest’estate abbiamo deciso di lanciarci nell’autoproduzione e fondato la nostra etichetta: la Dead End Street Records. In questi anni abbiamo acquisito consapevolezza e un po’ di autorità per poter fare un passo del genere, e questo ci permette anche di mantenere il totale controllo artistico del nostro lavoro. Non ci dispiacerebbe in futuro coinvolgere altre band vicine a noi”.
In definitiva, quali sono i locali torinesi dove si può sentire della buona musica? Ce lo facciamo dire dagli artisti stessi: “Ci sono posti che, con scelte abbastanza coraggiose, negli ultimi anni hanno portato in città artisti che diversamente non avrebbero avuto spazio”, riprende Stefano Amen. “Pensiamo, per esempio, si perdoni il gioco di parole, allo Spazio 211, che ha dato sicuramente tanto a Torino. Ma altrettanto interessante è il fermento legato ad alcuni locali e circoli come Pueblo, Bazura, Officine Bohemien, Officine Corsare, che con grandi sforzi investono su una programmazione in cui la realtà musicale torinese abbia modo di esprimersi e farsi. Il pane dei musicisti è il concerto, sia emotivamente sia economicamente. Per fortuna a Torino si è innescato un circolo virtuoso, per cui chi fa suonare ha buoni riscontri e quindi decide di investire sempre di più nella musica live. Sono aumentate, rispetto a pochi anni fa, sia le occasioni ordinarie, sia quelle straordinarie (Paratissima, il Premio Buscaglione). In un clima di questo tipo i musicisti vengono messi alla prova e scatta anche un meccanismo di competizione, che fa molto bene alla qualità media della musica proposta”.
La programmazione musicale sembra dunque essere florida e nutrita, anche se in calo rispetto al passato, come ci racconta Glenda Gamba, addetta stampa dello storico locale Hiroshima Mon Amour: “Ogni anno organizziamo circa 120 spettacoli all’interno del locale e circa 50 fuori. Negli ultimi anni abbiamo registrato numerosi tutto esaurito. Nel 2009 fa abbiamo fatto 14 sold out su tutta la stagione, nei due anni seguenti abbiamo battuto quel record, registrandone 17 a stagione. Il pubblico che frequenta i concerti è cresciuto, ma è anche vero che la programmazione eventi non s’è infittita, anzi, s’è ridotta a due o tre eventi a settimana. Tanti, per i tempi che corrono, ma in minor numero rispetto a dieci anni fa, in cui l’HMA stava aperto al pubblico cinque sere su sette. In tutto questo, s’è perso il pubblico del post concerto. Terminato lo show, c’era il ricambio del pubblico: a tarda notte arrivava la gente che voleva ballare. È sparito il pubblico abituale che sceglie di trascorrere normalmente il suo sabato sera all’HMA. E l’Hiroshima si è trasformato in un vero e proprio live club”.
È invece molto amaro Gianluca Gozzi, ex fondatore dello Spazio 211 e attuale gestore di un piccolo e delizioso live club nel centro di Torino, il Blah Blah: ”Nulla è stato costruito in questi anni, è stato, invece, lentamente e inesorabilmente distrutto quello che si era tentato di costruire autonomamente. Ora, quel poco che resiste è troppo indietro per andare avanti o già troppo avanti per tornare indietro. Se per novità si intendono o realtà o collettivi, interessanti e dotati di personalità, comparsi negli ultimi 2 anni, non c’è nessuno. Perlopiù si tratta di fotocopie sbiadite di altro già fatto, già sentito, già vissuto. Non credo esista nessuna scena”. Continua Gozzi: “Ognuno fa la propria cosa guardando solo a se stesso. Gli unici momenti di ritrovo sono probabilmente da H&M, quando scelgono il proprio giubbottino da hipster. Nello scegliere i musicisti per la programmazione artistica del mio locale, mi sto muovendo per lo più a caso”.
Anche Andrea Calabrò (che ha scelto come nome d’arte Fra Diavolo) non è ottimista: ”Circa tre anni fa ho iniziato a esibirmi nei locali cittadini, con chitarra e voce, portando in giro le mie canzoni. La prima cosa che ho capito è che la maggior parte della gente che frequenta i locali la sera non è interessata alle proposte culturali, bensì al semplice intrattenimento con gli amici. Questa è la situazione stagnante di tanti club, che non riuscendo a crearsi un proprio giro, sperano di riempire il locale facendoti suonare e pagandoti il meno possibile. Per fortuna a Torino ci sono club che credono nella musica e sono riusciti, negli anni, a guadagnarsi la stima del pubblico, per esempio il Folk Club o lo United, il Jazz Club, il Cafè Procope o circoli Arci come il Bazura e Casseta Popular”.
Quindi, tirando le fila, la scena torinese è viva e fertile. I locali ci sono, le etichette discografiche anche, il pubblico plaudente e interessato pure. Ma quanto di tutto questo fermento viene recepito nel resto della penisola?
Afferma Ferrari: “Credo che il ruolo storico di Torino sia quello di laboratorio e startup di idee e artisti, che poi vanno a diventare grandi altrove. Non è un lamento, mi sembra un bel mestiere; in cambio il cielo è spesso blu, c’è un sacco di verde e si vedono le montagne”.
Gabriele Ferraris, giornalista musicale e mente di TorinoSette, storico inserto settimanale de La Stampa, conclude, più mestamente: ”La scena di Torino è vivace: intorno a Subsonica, Linea 77, Perturbazione, si sono aggregati tanti ragazzi. Casacci produce, i Perturbazione producono, Madasky produce. Il problema è poi venir fuori: una volta cominciavi nelle birrerie e ti facevi un pubblico, oggi questi locali e club non si arrischiano a pagarti, gli devi garantire tu, il pubblico. Una volta arrivare in un club importante era un traguardo, si faceva il salto perché cominciavi a vendere dischi, a essere passato dalle radio. Oggi le radio o le TV musicali hanno le playlist, non fanno più promozione di esordienti. L’impressione è che il pubblico giovanissimo sia interessato esclusivamente al pop e principalmente alla musica straniera. I cantautori, poi, fanno ancora più fatica perché davanti a questo pubblico ondivago, distratto e che ascolta con superficialità, e pochissimo, le parole, sono diventati davvero di nicchia”.
Rispetto ad altre città italiane, Torino sembra essere rimasta l’unica ad avere una scena, che però ha grosse difficoltà a uscire dai confini regionali. Ha mantenuto un “lievito” musicale, una commistione di idee e un’unitarietà di proposte che nelle altre città italiane non si trova più.
Che poi da questo “lievito” si riesca a sfornare una torta che arrivi al resto della penisola, questo è il busillis. Se non si riuscirà a investire a livello nazionale nella musica indipendente, per aiutarla a uscire dal proprio risicato contesto, anche realtà come Torino che sono sopravvissute laddove città più grandi sono ormai tabula rasa (elettrificata), sono destinate a rimanere isolate e raminghe come piccole nocciole d’Alba, pregiate finchè si vuole, ma che non diventeranno mai l’onnipresente e perfetta Nutella!
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