Trust, l’importante è crederci. Appunto!
Canadesi, uomo e donna. Anzi, donna e uomo. Funziona così il nuovo corso del rock...
Il duo canadese, Foto Stampa
Di Stefano Cuzzocrea
Sta succedendo qualcosa. L’importante è crederci. Trust appunto. Del resto è innegabile che le crisi ispirino delle piccole rivoluzioni. Era successo negli anni ’60, per non parlare di quel quinquennio, che va dal ’74 al ’79, generatore di nuove onde sulle quali non si è mai smesso di surfare. E adesso? Ebbene, questo è il momento nel quale le band seguono le leggi di mercato. No, non quelle del marketing consolidato delle major, anche perché di consolidato in un traballare generale resta poco pure per loro. Il fatto è che quando il fatturato scende arrivano i licenziamenti, in uno strano paradosso che vede gli Agnelli sacrificare e non sacrificati.
I musicisti, che non sempre sono pecoroni, hanno compreso il segreto: riuscire a scomporre tutto in fattori primi. Ma, in una società individualista, il sentire artistico vuole che il numero perfetto sia, invece, il due. Sì, il duo è la formazione capace di rigenerare le sorti del rock. Spesso si tratta di un uomo e una donna, in un dialogo tra i sessi tanto fecondo da (pro)creare. Trust appunto. In questo caso sono Robert Alfons e Maya Postepski i fattori. Il loro orticello è in Canada. Pare che le cose più interessanti, al momento, vengano tutte da lì. Se, poi, oltre ai nomi di persone ci fosse bisogno pure di un nome di città, allora, sarà il caso di chiarire che sono di Toronto. Continuando a giocare, quindi, sarebbe il caso di fare anche i nomi di persone famose, ed ecco, anche per natali, entrare in ballo i Crystal Castles. Il parallelismo è scontato. N’omo, n’omo, na donna, na donna, sebbene entrambe le band siano in viaggio senza Papà e non si lascino guidare da sordi, anzi tutt’altro.
Anche il sound è simile. L’elettronica è l’ambito, il delay il filo conduttore che riporta alla contemporaneità. I Trust, in verità, pare non facciano affatto mistero di una certa devozione ad Alice Glass e al suo socio: Gloryhole è un tributo palese. Ma cosa vuoi che sia una canzone? Difatti è proprio il loro metro espressivo a riuscire a misurare le distanze e a dare latitudine e longitudine dell’attualità: è Maya a stare al comando, trasformando la velina in orchestra. Robert è esattamente il new maschio che descrive questo momento storico: ombroso, limpido, processato, fragile. La sua voce ha questo tipo di caratteristiche e una modulazione tale da lasciarlo in bilico tra il giocoso e il tormentato. Sotto di lui una precisione chirurgica e puntigliosa, che è donna, piena di tinte e armonie che avvolgono come labbra umide. Suoni caldi e dilatati.
L’erotismo è uno dei punti salienti impressionati in questo album, TRST, pieno zeppo di istantanee. Anche la lettera mancante del titolo, quella U che suona come you, è il corollario di quest’era che ci vede tutti di fronte a uno schermo, non più televisivo, dove ognuno sceglie il programma da applicare. L’era è quella del 2.0 e gli allievi abbattono i castelli dei maestri. Sta succedendo qualcosa.
In mezzo a tonnellate di file mp3, archiviati come zeri e uno, c’è ancora qualcuno che può fare la differenza. Molti dischi, rubati o meno che siano, marciscono negli hard-disk, ma non questo. Il perché è semplice. Suona come se i Solid Space avessero riscaldato la cold wave, entrando in un negozio di animali (Pet Shop Boys, diamine, mica è tanto complicato il rimando!). La differenza la fanno le contaminazioni bastarde con Moroder e il dream pop, per quella peculiarità che fa del delay la costante di una generazione che non può non essere ritardataria in un mondo inarrestabilmente in corsa, e, dunque, trova stabilità in rimandi un po’ retrò. L’humus è appunto quella adolescenza che è spregiudicata età di mezzo, fra playlist radiofoniche e rock brizzolato e giallognolo, ovvero rock’n’roll nudo, crudo, bagnato, onnivoro, arrapato e col coito precoce della sensualità homemade.
E visto che l’indole goth dei Trust, tradotta in termini giovanili, ha necessità di autolesioni per sentirsi parte del branco, ecco una copertina dovdrosamente di cattivo gusto: una donna, orrenda, in panni da fan di Marilyn Manson, per farci comprendere quanto rischiamo di diventare sudiciamente patetici a restare arrockati sule nostre posizioni. Sta succedendo qualcosa, certo, ma qualcosa che è già successo ce lo portiamo addosso. L’importante è continuare a crederci. Che poi il senso, a detta dei Trust, siano la nostalgia e il rimpianto è un atto di dedizione agli appunti presi su questa nostra storia. Dopotutto, tra tatuaggi e cicatrici l’unica differenza è la scelta del colore.
