Woody Guthrie, star suo malgrado!
Un secolo fa nasceva il più famoso folksinger d'America. Nonostante il destino brutale, lasciò un'eredità artistica enorme. Il primo a raccoglierla fu un giovane (e folgorato) Bob Dylan...

Woody Guthrie, Foto Internet
Di Paolo Madeddu
Non si dovrebbe iniziare così un pezzo su un eroe certificato della musica popolare. Però Woody Guthrie, nato 100 anni fa, il 14 luglio 1912, è stato uno dei più colossali sfigati della storia. Non nel senso che non era figo. No, proprio nel senso che il destino si è accanito.
- Quando era bambino, in Oklahoma, la casa di famiglia fu distrutta da un incendio.
- Sua madre sviluppò un’isteria per il fuoco. La sorella di Woody, per spaventarla, diede fuoco al proprio vestito. Non riuscì più a spegnerlo. Bruciò viva.
- Il padre, un politico coinvolto in crimini del Ku Klux Klan, fece più volte fallimento.
- La madre tentò di bruciare il padre (no, davvero). Fu internata in manicomio, dove morì.
- Durante la Seconda Guerra Mondiale, militò nella marina mercantile americana. Per due volte, la nave su cui stava venne silurata e affondata.
- Ebbe otto figli da tre mogli diverse. Cinque di loro morirono giovani, o giovanissimi come Cathy Ann, morta a 4 anni, anche lei, incredibilmente, bruciata viva.
- A 44 anni si ammalò di una malattia rarissima ereditata dalla madre, la Corea di Huntington, morbo degenerativo caratterizzato da spasmi paurosi e un decorso lunghissimo: rimase in ospedale per anni, e morì 55enne.
Eppure, tanta indicibile sfortuna non fa parte del suo mito. Che si basa su altro: Guthrie è l’emblema del poeta con la chitarra che canta il suo popolo, viaggia per la nazione con i vagabondi e i lavoratori, e vive con loro – senza una lira.
L’esatto contrario del ragazzo che si autoproclamò “il suo più grande discepolo”, ma in realtà iniziò a girare l’America solo grazie ai suoi tour da acclamata star. Ovviamente parliamo di Bob Dylan, che nel 1960 scoprì Guthrie leggendone l’autobiografia Bound for glory (nemmeno pagata coi suoi soldi: l’aveva presa in prestito da un compagno al college). Pochi mesi dopo andò a trovarlo nell’ospedale in cui era ricoverato. L’incontro fu ricostruito trent’anni fa, con ironia iconoclasta, in Saturday Night Live (nella parte di Woody Guthrie, il futuro protagonista di Kill Bill, David Carradine). Dylan è rappresentato mentre ne imita la voce, prende spunto da ogni singola parola, infine chiede all’infermiera se può restare anche di notte casomai Woody parlasse nel sonno…
Malignità a parte (…all’epoca dello sketch, Dylan era nell’unico periodo in cui non era santo – la fase teo-con di album come Slow Train Coming e Saved), nell’immagine di Dylan che cerca di diventare a forza erede del collega malato ci sono un paio di punti interessanti su cui soffermarsi in occasione del centenario della nascita di Woody Guthrie. Ovvero, il perdurante fascino del cantastorie e il suo ruolo nella musica rock.
Da un punto di vista strettamente musicale, Guthrie fece (spontaneamente) un’operazione conservatrice, che però fu fatta propria dalla sinistra progressista, in America come in Italia: la valorizzazione del patrimonio popolare, esaltato in quanto proletario, in quanto veicolo di Storia, e pazienza se non era un gran veicolo di Musica. Perché musicalmente era un repertorio di ballate basic, pochi accordi e arie tradizionali di discendenza europea, su cui raccontare storie grandi e piccole. Ma un po’ di pallosissime dispute sul purismo nascono da qui, e Dylan stesso ne fu vittima quando al famoso folk festival di Newport del 1965 fu fischiato per essersi presentato con una chitarra elettrica.
La sofisticazione e la tecnologia, per molti appassionati di musica, sono ancor oggi Il Nemico, l’Industria, l’Intrattenimento. Eppure, se i Tempi Stavano Cambiando, era anche per la diffusione di quelle chitarrone, destinate a proseguire il vero filone della musica americana per eccellenza, quello ritmico. Come sosteneva Leonard Bernstein (non un piffero) la musica originale degli Stati Uniti, quella nata in loco e non importata dal vecchio continente come le ballate folk care a Guthrie (e a Dylan) partiva dal jazz, e passando per Gershwin, il blues e il country, approdava a Elvis. Beh, forse il country un pochino sì, ma sicuramente il jazz, il blues e il rock non avevano molto a che fare con Woody Guthrie. Come del resto le successive musiche urbane americane: Lou Reed, Jimi Hendrix, la Motown, i Ramones, e via di corsa fino al rap.
Nonostante il retroguardismo musicale, però, un fatto giocò a favore del mito del folksinger e dell’eredità di Guthrie.
Perché anche se non erano i vituperati anni ’80, già nei rivoluzionari anni ’60 la questione musicale passava in secondo piano rispetto all’immagine. E l’idea del tizio che saliva sui treni merci in corsa con una chitarra su cui aveva scritto “Questa macchina uccide i fascisti” era irresistibile. Per molti giovani, incluso il giovane Dylan, l’accompagnamento di una semplice, onesta chitarra acustica diventò premessa necessaria per proporre canzoni di protesta o commento sociale. Canzoni che poi, Dylan decise di cantare non per indole, ma proprio perché folgorato dalla figura eroica di Guthrie: la sua prima inclinazione poetica era più intimista, oscillante tra aspirazioni spirituali e visioni di fulgore lirico alla Dylan Thomas (oh, si era pur sempre ribattezzato Bob Dylan, mica Bob Guthrie). E conclusi gli anni 60, gradualmente riprese quell’orientamento.
Nel 1976 lo scomparso Giaime Pintor scrisse sulla storica rivista Muzak: “Se Guthrie è il cantore di una non addormentata lotta di classe in America, dalla grande depressione verso la guerra mondiale e il dominio mondiale dell’imperialismo americano, Dylan è solo il ripiegarsi su se stesso dell’intellettuale giovane americano, di quell’isolamento cultural-politico che ha in Jack Kerouac il suo fenomeno più esplicito”. Parole un po’ brutali nei confronti della leggenda vivente: è vero che già a 22 anni Dylan era acclamato come profeta, attorniato da intellettuali nel Greenwich Village, vezzeggiato da Joan Baez (e centinaia di altre fanciulle). Ma è innegabile che entrò nel ruolo benissimo: Hattie Carroll, Hollis Brown, i minatori di North Country Blues entrarono nei pensieri di milioni di giovani. E ci entrarono su monocordi schemi strofici, al limite della cantilena, quasi sempre discendenti da vecchie arie folk britanniche o irlandesi. Ma la causa era così pura, che arrangiamenti o melodie più elaborati erano considerati impuri – semplici estetismi borghesi.
Ah, guai.
L’ipotesi del musicista come Working Class Hero si diffuse così tanto che sull’esempio del giovane profeta del Village, parecchi ragazzi inizialmente privi di consapevolezza sociale si sarebbero ritrovati a passare, in 3-4 anni, da Yesterday e The Last Time a canzoni sul Dare una Possibilità alla Pace o sull’essere uno Street Fighting Man. Ma fu Dylan quello che per primo comprese la suggestione dell’idea del “menestrello”, dell’eroe armato di una chitarra che suona non per compiacersi di sè o fare il grano ma suona per noi stanche, povere masse accalcate, bramose di respirare liberamente. E col passare degli anni, sono stati additati come eroi personaggi diversi come John Lennon, Bob Marley, Bruce Springsteen, Bono – ma il parametro del loro eroismo sarà sempre Woody Guthrie.
