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Il Teatro degli Orrori e il Mondo Nuovo

Intervista a Pierpaolo Capovilla e Gionata Mirai

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3 febbraio 2012

Teatro degli Orrori

di Antonio Viscido

Il disco Il Mondo Nuovo del Teatro degli Orrori è appena uscito ed è già uno degli argomenti più discussi nell'ambiente musicale. Incontro Pierpaolo Capovilla nei locali della FNAC di Campi Bisenzio, vicino Firenze. Insieme a lui, gradita sorpresa, Gionata Mirai. Arrivano con un leggero ritardo a causa della neve che rallenta il traffico cittadino. Nessun problema. Pierpaolo è molto attivo e carico. Vorrei riuscire a mettere nel mio resoconto dell'intervista, la veemenza ed i toni che usa per arricchire le parole delle sue risposte. Non credo che i simboli di punteggiatura potranno aiutarmi molto. Non esistono simboli che riescono a descrivere i suoi continui cambi di tono, le accelerazioni ed i rallentamenti e soprattutto gli sguardi. Non ci sono punteggiature per gli sguardi.

Sedici canzoni, quasi un'ora e venti di musica. Un fenomeno abbastanza raro negli ultimi anni. Come è andata?

Pierpaolo Capovilla: Abbiamo usato sedici pezzi anche se in realtà ne avevamo diciannove. Ne abbiamo esclusi tre perché ci sarebbe stata troppa carne al fuoco e va bene così. In questo modo siamo arrivati al limite fisico del CD. Non volevamo pubblicare un doppio CD. Il vinile ovviamente è doppio ed è una edizione bellissima, con in copertina un'opera d'arte! Inoltre Il Mondo Nuovo è un “concept album” e per definizione i “concept album” non sono brevi. Ci siamo dati un obiettivo molto ambizioso, anche perché è il nostro terzo album. Con questo disco non ci vogliamo certo autocelebrare, ma abbiamo sentito la necessità di consacrare, in qualche misura, la liturgia fatta fino ad oggi. Ci siamo detti che con il terzo album avremmo dovuto confermare i nostri buoni propositi con la volontà di fare anche un passo in avanti, è musicalmente lo è, un passo in avanti. Sia per ciò che riguarda l'esecuzione dei brani, per come sono stati suonati, sia per la produzione artistica. Molte collaborazioni esterne, tutte pianificate e pensate strategicamente, pezzo per pezzo. Ad esempio Egle Sommacal che interviene in Doris. Abbiamo voluto lui e non qualcun altro, perché lui ha un fraseggio chitarristico molto riconoscibile e molto originale. Rodrigo D'Erasmo è praticamente ovunque, è il nostro violinista, ha anche lavorato nell'ultimo disco di One Dimensional Man. I suoi interventi sono stati preziosi. Caparezza, al quale ho volentieri ceduto la possibilità di scrivere un pezzo, ché per me erano tantissimi! Caparezza è un fan della prim'ora del Teatro Degli Orrori, cosa che sorprese piacevolmente anche noi. Eravamo in contatto principalmente via social network, più che di persona. Quando gli abbiamo chiesto se ci scriveva un brano, dopo due giorno ce l'ha spedito. E che pezzo!

La copertina de "Il Mondo Nuovo"

Anche lui racconta una storia mica da poco!

PC: Certo! Ovviamente gli avevamo dato delle indicazioni sul progetto che avevamo, del concept, perché scrivesse un testo in linea con l'idea principale.

Gionata Mirai: Caparezza è intervenuto nel disco a modo suo, perché nel disco si sente che è Caparezza, però siamo riusciti ad infilarlo in qualcosa che musicalmente non è Caparezza. Ha capito esattamente il feeling e dove andare a parare. Si è totalemente immedesimato nel gruppo e nella tematica.

PC: Addirittura ha cercato di imitarmi nel modo di cantare, cosa che mi ha detto. Si è calato nella parte, è stato attoriale. Il risultato è che, secondo me, è il brano più potente del disco. È una bomba. Ora sono cazzi miei, perché dal vivo lo devo cantare io. Forse capiterà di ospitarlo, ora non so quando e se succederà. Ma non sarà facile per me riproporlo dal vivo, e lo devo fare. Non posso non cantarlo, è troppo bello.

Mi potete raccontare bene come è avvenuta la fase di realizzazione dell'album, dalle idee alla registrazione?

G: Abbiamo svuotato i “sacchetti” che avevamo in casa tra me e Giulio (Favero), che è un vulcano di idee. Ha sempre una miriade di spunti che possono diventare elementi interessanti. Io avevo un po' di mie idee. Ci siamo messi in due a gestire il materiale. Poi la maggior parte del lavoro è avvenuta in studio, dove abbiamo sviluppato le idee selezionate. Nella fase di registrazione e mixaggio per arrivare alla finalizzazione del disco, c'è stato il lavoro di produzione vera di Giulio. Non è una cosa semplice, perché nel momento in cui ti trovi questo magma di materiale già abbastanza definito, ma non completamente, Giulio è riuscito a portare fuori i dettagli ed i particolari che hanno fatto quadrare tutti i discorsi. Perché un disco va visto anche nella sua interezza, nella sua completezza.

Ed i testi in che punto sono entrati?

PC: i testi arrivano sempre per ultimi, anche se molte cose le ho scritte anche in contemporanea con le musiche. L'idea portante del concept è “l'immigrazione”. L'immigrazione paradigmatica dei nostri tempi contemporanei, della globalizzazione. L'immigrazione è il più grande fenomeno che abbiamo davanti agli occhi e che dovremmo osservare con maggiore attenzione, ed è il prodotto della globalizzazione, che non significa solo Internet o “mercati finanziari”. La globalizzazione non è altro che la divisione del lavoro su scala globale. I fenomeni migratori sono la conseguenza di questa nuova divisione del lavoro. Sto parlando in maniera un po' “marxiana”, ma Marx aveva già capito tutto nella seconda metà dell'800, i meccanismi intimi del Capitalismo. Il Capitalismo è il sistema sociale nel quale viviamo. Ora che non ci sono più i sistemi Socialisti autoritari, concentrazionari, il Capitalismo ha vinto ovunque, e la migrazione è il risultato di come ciò viene vissuto. Di come lo viviamo noi, che siamo stati un popolo di migranti, ma ce ne stiamo dimenticando. A venezia i miei collghi di lavoro venivano dal Bangladesh o dalla Turchia, dall'Albania, dalla Romania, ho conosciuto tanta di quella gente. E queste canzoni parlano di loro.

Nei testi di praticamente tutte le canzoni ho avuto la sensazione di percepire come una tensione costante tra due elementi. Tensione di attrazione o di repulsione: un uomo verso una donna, un uomo che scappa dalla sua terra, oppure che vuole tornarci. Sono queste le tensioni che rendono gli uomini intimamente infelici? Capirle e conviverci può aiutarci a essere più sereni?

PC: C'è una grande infelicità che domina la vita nella società contemporanea in Italia. Siamo comunemente tutti molto più infelici di un tempo. Stiamo meglio, c'è più benessere, ma siamo più infelici. Non credo che con delle canzoni riusciremo a rivoluzionare la società, sarebbe sciocco pensarlo. Il nostro obiettivo è quello di narrare la società, la comunità in cui viviamo e le sue contraddizioni. Le ingiustizie e le prevaricazioni che avvengono intorno a noi. Quando le conosciamo, le vediamo accadere nelle nostre stesse esistenze. Perché attraverso la narrazione possiamo riuscire a capire meglio cosa ci sta accadendo, e cosa vogliamo da noi stessi. Con le canzoni possiamo allietare, consolare le persone. La musica ha sempre avuto un lato consolatorio, però possiamo anche indurre le persona a fare una riflessione in più, a farsi delle domande. Noi non diamo risposte, poniamo domande. Attraverso questo nuovo processo di riflessione possiamo augurarci che la società italiana incominci a cambiare. Perché la buona musica contribuisce al progresso sociale. È un fatto, la musica è un elemento del progresso sociale. Non è il principale. C'è tutta l'arte, non solo la musica. Anche l'architettura ha il suo ruolo. La musica conta qualcosa. Negli ultimi 35 anni, perché il berlusconismo non ha solo vent'anni, ci hanno fatto credere che “va bene tutto cosi!” Come conseguenza nella musica, ecco la Pausini, ecco Ramazzotti, ecco Zucchero, ecco come sono diventati tanti altri artisti che mi piacevano e ora non mi piacciono più, purtroppo, e di questi non faccio i nomi. Tutta questa superficialità, tutto questo parlare del nulla a noi non serve a niente, ed io sono stanco. Noi siamo stanchi di questo stato di cose, e remiamo in direzione opposta. Sai che soddisfazione proviamo a riempire le sale dei concerti? Salire sul palco e vedere, centinaia, migliaia di persone emozionate davanti a te.

A proposito di concerti, palchi e pubblico. Ad un vostro concerto ti ho sentito dire, e la cosa mi piacque molto, una frase del tipo “quì stasera non vogliamo solo divertirci ma facciamo anche cultura.” Nelle vostre canzoni ci sono moltissimi riferimenti a poeti, scrittori, altri cantanti, storie di altre realtà del mondo. Avete mai avuto un ritorno positivo dato dai vostri spunti? un ragazzo che vi dice che ha letto l'autore da voi citato, oppure che vi propone lui stesso degli autori da leggere.

PC: Sono successe ambedue le cose. Proprio oggi con un ragazzo, nemmeno poi tanto giovane, abbiamo un pubblico intergenerazionale, e la cosa mi piace. Spesso ai concerti sono arrivati ragazzi con i libri di Majakovskij e volevano il mio autografo sul libro. Intanto il libro se lo sono comprato, ed è un primo passo. Poi se l'hanno letto, speriamo di sì, è un'altra cosa. Anche perché leggere la poesia è una cosa molto impegnativa, la poesia non può essere letta a mente. Per essere apprezzata, compresa, vissuta, devi leggerla ad alta voce. Le parole devono sgorgare dalla tua bocca. Deve essere un fenomeno acustico, perché se non alzi la voce, ovviamente se e quando puoi, la poesia rimane imprigionata nella pagina scritta. Molti hanno paura di fare questa esperienza, invece è importantissima. Se noi riusciamo ad indurre i giovani ad amare i grandi lirici russi del '900, allora vuol dire che abbiamo fatto un grande lavoro di cultura. Allora vuol dire che il rock serve a qualcosa. Noi ci mettiamo grande entusiasmo nel fare questa cosa.

Ed il contrario? Proposte di lettura?

PC:Come ti dicevo prima, proprio ieri un ragazzo che studia lettere a Torino, mi ha detto: “non voglio autografi, voglio regalarti questa cosa.” Mi ha regalato un saggio universitario, non ricordo scritto da chi, su August Strindberg, grande drammaturgo scandinavo che adesso correrò a leggere perché mi era sfuggito. Oggi in treno ho avuto la possibilità di dargli un'occhiata e da quel poco che sono riuscito a leggere, ho già capito che lo sento molto vicino a Majakovskij e mi ha fatto venir voglia di approfondirlo subito.

Entriamo nelle canzoni. Tutte ricche di citazioni, e rimandi. Parole incastonate nei testi, come ad esempio “il campo di grano” che potrebbe essere di Battisti come di De Andrè. Perché ne usi così tante?

PC: Il verso al quale ti riferisci è sì una citazione ma da una canzone di Scott Walker dell'album Tilt, Bolivia '95. L' ho fatto di proposito perché amo Scott Walker e sono due anni che non ascolto altro. Qualsiasi altra cosa mi sembra ininfluente. E così altre, ad esempio De Gregori lo cito con Generale, ma ci aggiungo del mio. Là dove lui scrive “la guerra è bella anche se fa male”, io aggiungo, “anche fra di noi” ed è la guerra civile. Ed è una mia strategia narrativa. Tutte queste piccole citazioni, estrapolate dal loro contesto originario e messe in queste canzoni, che narrano un contesto “del qui ed ora”, fanno germogliare dei significati nuovi dei quali anch'io mi sorprendo. È una strategia efficace perché metaforica, allegorica, iperbolica! E funziona.

E “Selling England by the Pound”?

PC: è il mio disco preferito in assoluto da sempre, ed è registrato così bene!

“Roma Capitale, sei ripugnante”: non hai pensato che potesse essere fraintesa o usata in maniera distorta da come l'hai pensata te?

Se qualcuno ha voglia di fraintendere quello che dico, lo faccia pure, sono affari suoi. Analfabetismo politico, analfabetismo culturale, incapacità di leggere il sottotesto, incapacità di capire la canzone, incapacità di capire tutto! Me ne frego di questa gente!

In Skopje, il protagonista, è un ragazzo macedone che vive e lavora a Marghera, lontano dalla sua famiglia. Passa dal Centro Sociale Rivolta, dove “romba musica cupa e discontinua” ma in lui “rifiorisce in petto un pianoforte” come suono d'amore. Che relazione c'è tra questi due “suoni”.

Ho immaginato che quest'uomo frequentasse il Rivolta. Tanto per inciso, il Rivolta è un Centro Sociale che grazie a Dio esiste. Perché sta proprio in una porzione del territorio veneto, ovverosia Marghera, fra le più brutte e le più difficili da vivere. Il Rivolta è un luogo di libertà e di socializzazione, anche per gli immigrati. Detto questo, il pianoforte, suono che rimanda all'amore lontano e che fiorisce in petto, lo vedo come contrasto dei suoni del Rivolta che ricordano più la fabbrica: la speranza prevale sulla disperazione.

Una domanda un po' surreale. I tre protagonisti delle canzoni Stati Uniti d'Africa, Cleveland-Baghdad e Monica ovverosia rispettivamente Henry Ocah, il ribelle nigeriano ingiustamente in carcere, il ventenne americano suicida in guerra in Irak e il ventenne nord africano vittima del carcere, se potessero incontrarsi, viste le loro storie, proverebbero empatia l'uno per l'altro?

PC: Certo, Henry Ocah, lotta per il sacrosanto diritto di quei 35 milioni di uomini e donne che vivono nel Delta del Niger e vivono in condizioni disumane e per questo finisce in carcere; Ahmed emigra dal Marocco o dall'Algeria e viene sbattuto in carcere per questo nuovo reato che si sono inventati ultimamente che è il reato di immigrazione clandestina. Il questore non può farci niente, perché non sa, non vuole, non può. Il questore non è necessariamente una cattiva persona, è semplicemente costretto a mettere in pratica le leggi in vigore, anche se ingiuste, ed Ahmed muore. La condizione delle carceri italiane è scandalosa, non è degna di un paese civile. In Cleveland-Baghdad, abbiamo un uomo libero, un soldato che però viene costretto a fare delle cose terribili e di conseguenza non è affatto libero. Quindi sì, certo che ci potrebbe essere una relazione “empatica” tra questi personaggi, anche se sono così distanti. Eccolo qua Il Mondo Nuovo, ecco ancora la migrazione. In tre punti del mondo del tutto diversi, tre persone del tutto diverse, vivono una condizione simile e drammaticamente contigua. Noi siamo cittadini del mondo, non di un paese soltanto.

Un'ultima domanda che non ha a che vedere con i testi delle canzoni e che necessita di una precisazione personale: a mio avviso il termine “commerciale” non ha necessariamente valenza negativa. Però ho bisogno di un chiarimento. In una intervista che recentemente hai fatto con Rockol.it dici: “Il Mondo Nuovo è infinitamente più commerciale rispetto ai precedenti.” Sul Fatto Quotidiano on line ad una domanda rispondi: “Vuoi dire che questo disco è più commerciale dei precedenti? Io non sono d’accordo.” Non voglio metterti in difficoltà, voglio sapere solo qual è la tua affermazione corretta.

PC: Bene, allora affidiamo a Rolling Stone il chiarimento della questione. Noi abbiamo fatto un disco molto più commerciale di quelli di prima, ma molto, molto, molto più bello dei precedenti. La nostra coerenza sta tutta lì. Questo è il nostro lavoro. Il Teatro degli Orrori è uno dei rarissimi casi nella musica italiana, nel rock italiano degli ultimi anni, in cui la parola commerciale non coincide assolutamente con effimero. Qui non ci stiamo calando le braghe, qui stiamo alzando la schiena!

Non credo ci sia bisogno di altri commenti.


Il tour del Teatro degli Orrori partirà il 2 marzo da Pordenone.


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slash1989
3 febbraio 2012

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