24 giugno 2011

Michale Graves (foto di Alessandro Aroni)
di MARZIO DAL MONTE
Personaggio davvero particolare e di non subito fruibile assimilazione, Michale Graves. Conosciuto dai più per essere stato per diverso tempo il frontman della famosa band The Misfits, Michale è da tempo attivo con Marky Ramone nel progetto Marky Ramones Blitzkrieg. Ma la sua non è una krieg limitata ad un solo campo.
Cantante dotato di una voce da brivido, performer di primissima qualità (riesce a trasformare i suoi concerti in veri e propri show) ma anche regista di cortometraggi davvero intensi, impegnato in prima fila in numerose battaglie sociali, deejay di un noto programma radio statunitense e soprattutto marito e papà orgoglioso, Michale è uno dei personaggi più poliedrici che animano la scena rock mondiale.
Lontano dal mainstream e dai tappeti rossi, Michale da anni porta il suo contributo alla scena rock senza soluzione di continuità, impegnato in innumerevoli iniziative con la dedizione ma soprattutto l’entusiasmo di un neofita e con l’umiltà di chi, dalla vita, non ha mai smesso di imparare, ma continua una sua personale progressione in un particolare percorso che a 360 gradi spazia dalla musica al cinema all’arte in generale. Difficilmente etichettabile, Michale è al di fuori da ogni standard canonico. E’ un surfer, e applica la sua filosofia particolare ad ogni ambito della sua vita. Hang loose, come dice lui.
“So di essere un personaggio molto particolare”, ammette. “Spesso la mia coerenza ed il mio impegno in alcune tematiche importanti mi hanno portato l’automatica esclusione da molti circuiti punk canonici. Io sono animato da profondi valori: credo in Dio, credo nella mia Patria e credo nella famiglia. Credo nel rispetto per il prossimo e nel duro lavoro. E questo, nell’ambiente punk, mi ha portato innumerevoli critiche da parte di quelli che chiamo i puristi della scena: detrattori che fanno della loro pochezza culturale una bandiera, e la utilizzano per attaccarmi laddove il mio pensiero non è omologato a quello che si ritiene essere il pensiero – unico del punk rock: l’anarchia, la sregolatezza. Tutte balle. Io credo in Dio e credo nella mia famiglia, e non ho paura a dirlo”, afferma Michale con fierezza ma anche con una certa timidezza.
Qualche anno fa, al termine della sua avventura con i Misfits, ha attraversato un brutto periodo. E’ lui stesso a parlarcene. “Tutti i miei vecchi amici mi hanno abbandonato. Tutto d’un tratto, a più di 30 anni, mi sono trovato da solo. E questo mi ha portato a rivalutare diverse mie scelte e decisioni”. In questo periodo buio della sua vita, due incontri molto importanti.
“Il primo incontro è stato quello con la storia di Damien Echols. Stavo attraversando uno dei periodi più bui della mia vita, quando ho per caso trovato un libro di Damien in cui parlava del suo particolare caso umano. Condannato nel 1993 per l’omicidio di tre bambini, Damien in seguito sarebbe stato scagionato dall’utilizzo di nuove prove scientifiche quali l’analisi del DNA, ma la giustizia americana è molto particolare, e spesso a finire nel braccio della morte sono persone provenienti dagli strati più disagiati della società e con poche speranze in una giusta difesa. Da questo fortuito incontro, ho trovato nuove energie per affrontare la vita, e fatto della sua esperienza personale un nuovo punto di partenza per la mia vita. Non sono il solo ad essersi appassionato alla vicenda di Damien: anche Eddie Vedder, ad esempio, si è mobilitato per lui. Con Damien ho scritto 5 canzoni, e sono andato a registrarle proprio in Arkansas, dove è detenuto nel braccio della morte in attesa di esecuzione: Frost Pie, Wornhood, Nothing, Thousand cracks of daylight e Silent Partner. Damien ha un sito, ed invito tutti a visitarlo: www.wm3.org”
Ma è il secondo incontro della sua vita ad aver segnato la differenza. L’incontro con la sua compagna di vita, Renee. “Renee mi ha salvato. So che sembra strano sentir parlare di amore che dura una vita da parte di un punk, ma così è. Renee è il mio punto di riferimento, la prima cosa cui penso al mattino e l’ultima cui penso prima di addormentarmi. Lei, e nostra figlia Olivia. Guarda – e mi mostra un tatuaggio che gli copre tutta la spalla: un cuore spezzato con le scritte Olivia e Renee – Olivia è nata con una malformazione al cuore che l’ha costretta diverse settimane in ospedale. Per settimane io e Renee abbiamo temuto per la sua vita, ed è a lei che ho dedicato IF AND WHEN, l’ultima canzone che ho inciso con Marky Ramone. L’esperienza di avere una figlia in ospedale, una piccola creatura indifesa, mi ha cambiato la vita. E’ a Dio che rivolgevo le mie preghiere ogni mattina, per la salvezza del mio piccolo angelo. E le preghiere sono servite. Questa esperienza ha rafforzato ancora di più il legame tra me e Renee: lei è una donna molto paziente, sa che devo stare spesso via in tour e che la vita non è facile, ma tiene duro: è la mia prima fan. E la amo con tutto il mio cuore”.
A sentirlo parlare del suo amore per la moglie e la figlia, ti si stringe il cuore. Quando parla di Renee, lo fa con l’entusiasmo ed il trasporto di un innamorato, folgorato dalla passione e dall’amore. E’ sincero Michale, si nutre di sentimenti sinceri: l’amore per la propria donna e per la propria famiglia, i propri valori ed ideali, gli stessi che spesso gli hanno attirato le critiche di molti nell’ambiente.

(foto di Alessandro Aroni)
“E’ la ragione per cui ho iniziato a non aver paura di dire la mia. In un mondo fatto spesso di convenienze, ho notato che quello che la gente percepiva dai miei concerti era solo la punta dell’iceberg: di qui l’esigenza di parlare direttamente al pubblico, di narrargli il mio punto di vista senza filtri e senza censure. Per questa ragione è nato il mio programma Radio Deadly, che chiunque può ascoltare in streaming all’indirizzo www.radiodeadly.net”. Ho avuto spesso problemi per le mie convinzioni: molti dicevano che parlare di amore per la propria nazione, per Dio e per la famiglia non sono “punk”, come se “punk” fosse uno stereotipo cui doversi per forza adeguare, non più un modo energico di vivere la vita, ma un vuoto insieme di contro-valori che ho sempre rifiutato. Io credo molto nella spiritualità, lo vedi anche tu. Se la spiritualità ha o meno a che fare con il punk, questo non spetta a me stabilirlo. Ma tu ricordi bene la serata di ieri: quella ragazza che mi ha preso le mani e piangeva, oppure quel bambino cui ho dedicato la canzone … dimmi tu se quelli non sono momenti che trascendono l’uomo, se non sono momenti che valgono una vita”. Michale si riferisce a due concerti appena avvenuti, al momento dell’esecuzione della canzone Poison Heart. La prima volta, a Barcellona, una ragazza gli ha preso le mani e lui gliele ha tenute per tutta la durata della canzone, mentre la ragazza piangeva e viveva un’esperienza che solo lei può capire, come se le stesse emergendo qualcosa dal suo profondo, qualcosa che nessun altro poteva capire. La seconda, sempre Poison Heart, ma a Marsiglia questa volta: Michale si è chinato ed ha preso le mani di un bambino, e gli ha cantato tutta la canzone, quasi fosse stata scritta solo per lui. “Believe in your dreams”, gli ha detto. Due momenti davvero coinvolgenti.
Ma questa schiettezza gli è costata cara: sulle prime molti locali hanno iniziato a disdire i suoi show ed a boicottarne la promozione musicale. Michale se n’è bellamente fregato, ed ha abbracciato un’altra causa “scomoda”, quella dei veterani di guerra mutilati supportata dalla Wounded Warriors Foundation. “La gente tende troppo ad identificare l’esercito ed i marines con un’entità astratta, come se non fossero formati da uomini, da ragazzi che spesso e volentieri abbandonano tutto per l’esigenza di trovare un lavoro, il più delle volte mal retribuito ed a migliaia di chilometri da casa. Questi sono i veri eroi dei nostri giorni: ragazzini di 18, 20 anni che partono in missione, perché amano il loro paese ed hanno bisogno di un lavoro. Purtroppo per molti di loro partire significa rimanere mutilati, perdere un braccio od una gamba in uno scontro a fuoco. E purtroppo, per molti di loro al rientro in patria li attende un’attesa di anni prima che vengano loro riconosciuti indennizzi da parte del governo per cui hanno sacrificato la propria vita e gioventù. E’ per questo che nascono associazioni come la Wounded Warriors: per dare un aiuto immediato ai reduci che tornano a casa con menomazioni permanenti e che una volta a casa non trovano più assolutamente nulla, abbandonati spesso dalle stesse autorità che li hanno mandati a combattere in una guerra che non era la loro. Nessuna politica da parte mia in questo: io amo il mio paese, anche se a volte non ne condivido alcune scelte e contraddizioni, come nel caso della pena di morte o della mancanza di aiuti ai reduci. La mia azione è mossa solo da un’enorme spinta umana di solidarietà nei confronti di quelli che un tempo sono stati miei coetanei. Solo umanità, niente politica. E’ questo che spesso la gente non capisce”.
Impegno sociale, musica, tour, radio show: Michale è una persona incapace di stare con le mani in mano. A tutto questo si aggiunge il suo recente impegno nel mondo del cinema in qualità di regista, dietro la macchina da presa: The Blackness and The Forest rappresenta il suo debutto cinematografico, fruibile per tutti dal suo account youtube www.youtube.com/radiodeadlyshow … la sua voce narrante è intensa, incalzante, un po’ come i suoi show. Nel cortometraggio si parla anche della sua vita, delle sue difficoltà, di come le ha affrontate e superate e di tutte le situazioni che lo hanno fatto diventare la persona che è ora.

(foto di Alessandro Aroni)
Gli stessi show cui ha abituato le sempre più vaste schiere di suoi fans, che ovunque, dal Sud America all’Europa all’Indonesia, lo seguono fedelmente. E, a vedere i suoi ultimi concerti in compagnia dell’icona punk Marky Ramone, si può capire perché. Michale non si ferma un attimo, per 90 minuti si concede anima e corpo alla platea: canta, danza, suda, incita gli astanti, salta. “Non mi risparmio quando sono sul palco. So che per i giovani acquistare il biglietto per un concerto è un sacrificio. E quando fanno questo sacrificio, non è solo per un concerto: è per andare a vedere uno show, un concetto, l’idea stessa del rock’n’roll. Ed io non li devo deludere. La gente non vede spesso quello che sta dietro le quinte di un tour: chilometri e chilometri in macchina, tutti i giorni una data in una città, spesso una nazione diversa. E’ stressante, ma è il mio lavoro. E non mi risparmio. La gente mi paga per vedermi al 100%, ed io mio dovere è fare un buon lavoro, trasmettere loro quello per cui hanno pagato il biglietto, offrirgli uno show memorabile. E a volte, come nel caso di quella ragazzo o del bambino, anche qualcosa di più”.
Ma in tutto questo, Michale trova un po’ di spazio per sé stesso? “Certo. Continuo a coltivare la mia passione per il surf: non uno sport, ma un vero e proprio stile di vita. A volte quando sono a casa, in New Jersey, prendo su la mia tavola da surf ed esco alla ricerca di uno spot. Quando le prime luci dell’alba illuminano la spiaggia, inforco la tavola e nuoto fino al largo. Lì aspetto il mio momento magico, in quei momenti siamo soli, io e l’immensità della natura. Lì sono stato, e lì voglio tornare. Ed un giorno, spero non troppo lontano, vorrei poterci portare mia figlia Olivia: io, lei, una coperta … e l’immensità dell’oceano. Lo spettacolo della natura che si sveglia. In quei momento le nostre azioni quotidiane mi sembrano ridimensionate, di nuovo così piccole. In quel momento mi sento parte di un immenso. Solo un piccolo ingranaggio nell’enorme gioco dell’esistenza umana”.
Cavalca la tua onda, Michale. E che sia l’onda più alta della tua vita.



marziodalmonte
24 giugno 2011
Michale Rocks!