21 novembre 2011

Sonics (foto di Merri L. Sutton)
di Michele Bisceglia
PSYCHOOO! Evviva la terza età che se ne strafrega della pensione: tornano in Italia, per la terza volta, i Sonics. Suoneranno mercoledì 23 novembre al Circolo degli Artisti di Roma (all'interno del festival Road To Ruins) e venerdì 25 al Charles Bronson di Ravenna.
Ne approfittiamo per riproporre l'intervista fatta due anni fa in occasione del XVIII Festival Beat e pubblicata su Rolling Stone #82 dell'agosto 2010.
Tra l'altro, settimana scorsa i Sonics sono stati ospiti del festival organizzato a New York dalla Norton Records per festeggiare i 25 anni di attività dell'etichetta. Bene, allo stesso festival ha suonato un altro arzillo vecchietto di passaggio in Italia in questi giorni. Mr. Rhythm, the Black Godfather, insomma: André Williams, atteso a Milano, sul palco del Lo-Fi, sabato 19 novembre.
Ma ora... the Sonics, BOOM!
Quando i Sonics hanno suonato Strychnine al Festival Beat di Salsomaggiore un loro fan sulla sedia a rotelle si è ribaltato. Mentre gli amici lo aiutavano a rialzarsi, lui ha continuato a ridere e cantare: Some folks like water, some folks like wine, but I like the taste of straight strychnine... Tutto questo perché i Sonics suonano, definizione loro, «straight rock n' roll», ossia quel rock n' roll senza fronzoli che smuove chiunque: musica selvaggia fatta per divertirsi e ballare, punto.
Gerry Roslie, Larry Parypa e Rob Lind – i tre membri originali del gruppo – cominciano a rendersi conto solo ora di quello che hanno combinato all'inizio degli anni Sessanta, quando facevano a pezzi le canzoni di Chuck Berry e Little Richard e scrivevano brani come The Witch, Psycho o – appunto – Strychnine.
«Non ne sappiamo nulla né del garage né del punk rock» ammettono candidamente, anche se è universalmente riconosciuto che il cosiddetto garage punk l'hanno inventato proprio loro.
I Sonics sanno sì che i Cramps nel 1980 hanno ripreso Strychnine, ma – pure se è difficile crederlo – dicono di non aver mai sentito la versione suonata dalla coppia rock n' roll per antonomasia, Lux Interior e Poison Ivy. E se ti spiegano che hanno conosciuto personalmente Rudi Protrudi dei Fuzztones (una band che dal repertorio dei Sonics ha estratto tutta la propria materia prima) solo l'anno scorso, scendono dalle nuvole quando scoprono che gli LCD Soundsystem, tanto per essere chiari, li nominano ben quattro volte alla fine di Losing My Edge: the Sonics, the Sonics, the Sonics, the Sonics.
In principio, Gerry Roslie – cantante, tastierista e principale autore delle canzoni (a guardarlo oggi, ricorda vagamente il nostro Claudio Baglioni) - aveva in mente solo «le ragazze e le automobili», non pensava certo di cambiare la storia del rock n' roll. Eppure, quei due album pubblicati uno dietro l'altro, Here Are The Sonics nel 1965 e Boom nel '66, hanno indicato la via, la verità e la vita al punk. E qualunque appassionato di rock sano di mente non può fare altro che dire: i Sonics spaccano, come loro non c'è nessun altro.
Ma cosa può dire invece Roslie a proposito del successo della reunion dei Sonics, mezzo secolo dopo i primi concerti? «Stiamo vivendo un sogno. Spesso, il pubblico che abbiamo davanti ha la stessa età di quello che veniva a vederci negli anni Sessanta: è pazzesco. Non potevamo immaginare niente del genere quando suonavamo ai nostri tempi». Per fortuna, i Sonics hanno ancora la stessa energia dell'epoca: «Diamo il massimo – dice il sassofonista Rob Lind – Picchiamo più duro possibile e alla fine dei concerti siamo sudati fradici, quando ci togliamo le camicie possiamo appiccicarle al muro!»
Il sogno, comunque, lo vivono sia i Sonics – che a Salsomaggiore, come in tutte le altre città europee dove hanno suonato, firmano autografi e posano sorridenti davanti alle macchine fotografiche dei fan – sia quelle migliaia di persone che finalmente possono vedere con i propri occhi, e ascoltare con le proprie orecchie, una delle leggende - forse la leggenda - del rock n' roll.
Insomma, in un angolo dell'Emilia Romagna - per il week-end del diciottesimo Festival Beat, manifestazione dedicata esclusivamente alla celebrazione della cultura Sixties - è stata Sonics-mania, come la Beatles-mania dei giorni che furono. In scala ridotta, d'accordo, ma rende bene l'idea.
Niente male per un gruppo che nei pochi anni di attività aveva suonato sì e no in quattro stati del proprio Paese, come ricorda lo stesso Roslie: «Washington (i Sonics sono di Tacoma, ndr), Idaho, nord della California e Oregon. A Portland abbiamo aperto per i Beach Boys, la gente non aveva idea di chi fossimo, così abbiamo fatto finta di essere inglesi... E sono tutti impazziti!»
«Il picco più alto della nostra carriera è stato quando siamo andati a Hollywood per registrare un disco» racconta Rob Lind, ma non fa in tempo a finire la frase che il pacatissimo Larry inizia ad agitarsi: «Quella roba è merda pura! E non ci hanno mai pagati per quel lavoro... Come si chiama quello stronzo?», «Jerry Dennon» ricorda puntuale Rob. «Sì, giusto: Jerry Dennon. Mi raccomando: scrivete nome e cognome». L'album in questione è Introducing the Sonics, terzo lp e canto del cigno della band che, seppur disposta a firmare qualsiasi cosa, nella lucida tranquillità del pomeriggio autografa tutti i cd e i dischi portati dai fanatici in pellegrinaggio tranne quello.
Dalla provincia americana alla provincia italiana, quarantacinque anni dopo: per Roslie l'esordio londinese della reunion del 2008 è stata la prima occasione per mettere piede nel Vecchio Continente, mentre se il sassofonista Lind era già stato altre volte in Europa per lavoro, il chitarrista Parypa si era fatto un giretto da questa parte dell'Atlantico nel 1990, «zaino in spalla, sono partito dalla Scozia e sono arrivato fino in Polonia. Ma non ero mai stato in Italia prima d'ora».
Potrebbero essere dei turisti qualunque a Salsomaggiore per le terme rigeneranti: over sessantenni con pantaloncini corti, sandali e calzini bianchi. E invece sono i Sonics.
Il successo postumo - e neanche troppo underground - di una band del genere è dovuto principalmente alla riscoperta del sound degli anni Sessanta fatta nei due decenni successivi grazie al passaparola dei collezionisti di vinile e a compilation come Nuggets (assemblata dal chitarrista di Patti Smith, Lenny Kaye), Pebbles e Back From The Grave - dischi sui quali il regionalismo si fa religione (tanto per fare un esempio, il garage texano è un culto a sé, proprio come il suono del Northwest di Gerry e compagnia al seguito).
Ed è così che si è arrivati alla ristampa dei primi due album dei Sonics già citati (usciti originariamente per un'etichetta che si chiamava semplicemente Etiquette e ripubblicati dalla Norton Records) e al loro attuale ritorno sulle scene, insieme a Rycky Lynn Johnson (batterista degli Wailers di Tacoma: più che un gruppo, un vero e proprio punto di riferimento per gli allora nascenti Sonics) e Freddie Dennis (bassista delle loro parti, che ha suonato in passato con i Kingsmen - quelli di Louie Louie - e assomiglia parecchio alla buonanima di Benny Hill).
«Abbiamo smesso di suonare nel 1967 – spiega Gerry Roslie – E solo dopo il nostro scioglimento ci siamo accorti che altri gruppi facevano le canzoni dei Sonics, incredibile!». Ma che diavolo ha fatto, dunque, dal '67 a oggi? «Avevo suonato per quattro anni pieni e a quel punto volevo provare qualcosa di diverso, così ho cominciato a fare un po' di business in proprio e ho messo su una ditta che asfaltava strade».
Sembrano - e sono - vecchi amici che, in vacanza, faticano a ricordare i bei tempi andati. Ma nonostante un paio di membri originali del gruppo non siano in tour per problemi dovuti all'età che avanza (il bassista Andy Parypa, fratello di Larry, e il batterista Bob Bennet) e almeno uno dei presenti – Roslie – sia effettivamente in pensione, questa è tutto tranne che una gita Inps.
«Quando ho visto i Beatles mi sono fatto crescere la frangetta» racconta Larry, indicandosi su una vecchia foto sul retro di una copertina e scherzando sulla sua impietosa stempiatura attuale. Capelli a parte, i Sonics già suonavano e scrivevano canzoni quando i Fab Four arrivarono per la prima volta in America. Quindi John Lennon e Paul McCartney sono stati sì un'influenza per loro, ma non fondamentali per la composizione di canzoni come The Witch, il primo singolo dei Sonics uscito nel 1964, o Cinderella, altra loro hit. Alla domanda «qual è allora la vostra maggiore influenza musicale, gli Wailers o i Beatles?» rispondono all'unisono e con notevole senso dell'umorismo: «I Kinks».
Su quello che differenziava i Sonics dalle altre band dell'epoca e dunque su qualità o trovate compositive che hanno trasformato cinque ragazzini di Tacoma in icone rock n' roll, Gerry Roslie non ha alcun dubbio. Né i riff di chitarra devastanti né la batteria fracassona: «Le urla». E poi, ovvio, i testi delle canzoni: «Negli anni Sessanta tutti cantavano di amore e cose del genere, noi invece uscivamo con roba come streghe, stricnina e Psycho»
Gerry promette che di urla nel disco nuovo ce ne saranno ancora. Infatti, non solo i Sonics sono tornati sul palco (negli ultimi due anni hanno suonato due volte a Londra, poi Germania, Francia, Spagna, Nord Europa: sempre tutto esaurito, a Salsomaggiore c'erano più di duemila persone), ma stanno anche lavorando a un album.
Quattro canzoni ci sono già, una si chiama Bad Attitude e un'altra Vampire's Kiss: «Le facciamo dal vivo – dice Larry – e il pubblico sembra reagire bene: non ci fischiano e battono le mani, ma forse solo perché sono educati!». È normale che il sound sia leggermente cambiato – qualcuno, addirittura, paragona le novità in scaletta agli Ac/Dc – ma la sostanza è sempre la stessa: puro rock n' roll.
Non si sa ancora per quale etichetta usciranno i nuovi pezzi, ma le manine magiche che hanno giocato con il mixer sono quelle di Jack Endino, il produttore di Bleach dei Nirvana. Mentre Jerry, Larry e Rob provavano il nuovo materiale, è passato in studio un certo Krist Novoselic che, interpellato sulle tracce registrate, ha detto: «Siete i Sonics, potete fare quello che volete e sicuramente sarà una figata».


