10 febbraio 2012
Di Franco Capacchione
Le biografie degli artisti non dovrebbero influenzare il giudizio sulla loro opera. Non si dovrebbe sapere niente della vita di un musicista: solo ascoltare i suoi lavori in purezza di spirito. Impossibile. Soprattutto se hanno vite interessanti, fatte di ricerca esistenziale, di costruzione passo dopo passo di un’identità unica, forte. E l’età è un vantaggio. I percorsi lunghi, se ben sfruttati, hanno più appeal del purissimo testosterone, adolescenziale o poco più che sia.
Cohen è magnifico esempio di ultra 70enne che con il nuovo Millennio, dopo il “ritiro” buddista, ha trovato una diversa voce, letteralmente, e una differente ispirazione. Ten New Songs del 2001 era una magia di understatement, con i controcanti di Sharon Robinson e quel tratto musicale pastello, delicatissimo che accompagnava le composizioni. Dear Heather (tre anni dopo) era quasi sperimentale nella sua bizzarria, in una (voluta) non compiutezza dell’insieme. Erano album che, nella ricerca di toni quieti (una musica suonata piano se non pianissimo, un modo di esprimere concetti senza mai rimarcare, senza mai alzare i toni), sembravano rappresentare, più che una raggiunta maturità, un passo nuovo nella ricerca di un senso. Vai a capire se gli anni di ritiro spirituale e gli esercizi di meditazione avevano avuto il loro peso nella nascita di una diversa direzione artistica.
Queste inedite “vecchie idee” riportano alla purezza formale, compiuta, del disco di inizio Millennio. Composizioni blues, valzer e armoniche, banjo, fiati in arrangiamenti curatissimi perché la forza del Cohen di questo nuovo Millennio è di aver trovato una bella musicalità per esprimere i propri pensieri, non semplici accordi per accompagnare parole sgocciolanti sapienza. Anche se la sapienza comunque c’è, ma è vestita benissimo, a partire da Going Home, l’apertura del discorso, la prima traccia, che, per noi peninsulari, musicalmente, sa quasi di Battiato. È una dichiarazione d’intenti, l’affermazione di una rinascita senza sensi di colpa, senza gabbie mentali, una libertà da vincoli e maschere. E quel recitato cantato si fa ancora più spesso con Amen: una voce rocciosa, sgraziata che qui segue un andamento blues e si piega a un gospel costruito intorno a un piano in Show Me the Place. Quasi un sussurro, poi, dice cose pesantissime in Darkness (“non ho futuro / So che ho ancora pochi giorni”) eppure non c’è dramma in questa nuova variante blues. E in Anyhow Cohen gioca allo sciupafemmine, in penombra, con piano dai timbri jazzati. Tutto elegante, ogni strumento a suonare poche note, il giusto tocco per disegnare un’atmosfera, senza spocchia, con indolenza. Un’essenzialità che in Come Healing raggiunge la perfezione: quella voce da orco si piega a una melodia dolce, quasi una filastrocca, tenera e struggente. Niente che sorprenda, ma bello e, in definitiva, rigenerante. Beata maturità.


