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I Lowlands tornano al Windmill! (e io torno a vedere una band italiana)

Scritto 29 Giugno da chiarameattelli
And I say: cazzo! Finalmente ho voglia di andare al concerto di una band italiana a Londra. Si fa per dire: Edward Abbiati - fondatore e autore di tutti i brani – è di madre inglese, padre italiano e ha lo spirito apolide di chi ha vissuto ogni angolo di mondo prima di fermarsi nel Bel Pa(v)ese. Sarà per questo che la musica dei Lowlands, per quanto intrisa della più classica roots americana, risente di svariate influenze. Dentro ci sono le serate irlandesi nei pub di Galway dove si consumano jam sessions prima ancora delle pinte di Guinness. E c’è l’alternative rock della scena di Londra, dove Ed Abbiati ha vissuto per dieci anni e torna spesso, facendo slalom tra un fantasma del passato e l’altro (il groove di Ghost in this Town lo testimonia). Qui al Windmill di Brixton (ottima e straconsigliata venue in South London) avevano già suonato lo scorso settembre. Grazie ai Lowlands - rincoglionita me - ho pure scoperto da cosa nasce il nome della venue: c’è un enorme mulino a vento nel parco dietro il locale; io pensavo si chiamasse così per via dell’enorme san bernardo sempre di guardia sopra il tetto (?!). Stasera con loro sul palco c’è Richard Hunter, l’americano mastro-guru dell’armonica, con cui hanno anche registrato in studio. A dirla tutta, i Lowlands vantano di grandi collaborazioni, tra tutte Mike “Slo-Mo” Brenner che da Philadelphia ha mixato il debutto The Last Calle Chris Cacavas dei Green on Red (pionieri del Paisley Underground), che li ha aiutati in studio per il nuovo ed imminente album oltre ad avere contribuito come ospite ai loro live.

Lo show attacca in punta di piedi con The Last Call e Gypsy Child, atmosfere-incanto con il violino di Chiara Giacobbe che s’intreccia con la voce sussurrata di Abbiati. Il tappeto di chitarre in Lowlands, (il brano da cui prende il nome la band), avvolge ogni angolo di suono: dovrebbe essere una cover dei Gourds ma in realtà le due versioni sono irriconoscibili. Fatto sta che mi piace da matti: è sempre un buon segno quando nell’interpretare la musica di altri, una band lascia che ad emergere sia piuttosto il proprio sound distintivo. Come in When We Will Be Married dei Waterboys, con il riff bastardo del violino che si schianta sulla batteria di Phil Ariens. In 38th & Lawton, i pensieri di Abbiati si soffermano sui cavi elettrici di un’inutile incrocio nelle strade di San Francisco e sembrano spostarsi al ritmo del vento californiano grazie all’armonica di Hunter mentre Stefano “Spurs” Speroni tiene il groove con l’arpeggio acustico. Cheap Little Paintings è una nuova ballata al piano (nelle mani di Stefano Brandinali), che già suona come un classicone per le serate di torbida tristezza, per la piccola fiammiferaia che c’è in me. Friday Night subentra come “svegliacoglioni”, (così diciamo a Brixton): è una cavalcata rock in cui l’armonica di Hunter si rincorre ad un ritmo serrato con la chitarra di Roby Diana (ottimo anche come ‘steel-pedaliere’) e il basso di Simone Fratti. La nuova Between Shades & Light costringe anche i culi più pesanti a ballare mentre il finalone è affidato all’irresistibile singalong di In The End.

Non resta che aspettare l’uscita del nuovo Gypsy Child, stavolta degnamente distribuito nei negozi italiani, che sempre di musica indipendente stiamo parlando qui. Magari dovrà farsi prima un giretto per mondo, come è successo con il primo The Last Call, per guadagnarsi un po’ di spazio qui in Italia o forse no. Dopotutto finché c’è barba, e una camicia quadrettata bucata, c’è speranza.

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Tutte le immagino sono ©ChiaraMeattelli_2010

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