9 luglio 2012

Un'immagine da Detachment - Il distacco di Tony Kaye (foto courtesy Officine Ubu)
Di Massimo Rota
Ci voleva un inglese per raccontare la catastrofe senza ritorno dell’istruzione pubblica americana. Ci voleva una sceneggiatura dell’ex insegnante Carl Lund e la regia del Tony Kaye di American History X (1998) per fingere di appoggiarsi a luoghi comuni: il supplente, gli adolescenti perduti (c’è persino il ragazzino apprendista serial-killer che si esercita con i gatti), i genitori inesistenti, i colleghi sopraffatti e in realtà dar libero sfogo a una struggente invettiva sulla pesantezza del vivere.
Un liceo pubblico, da qualche parte nella zona metropolitana di New York, è la meta di Henry Barthes (Adrien Brody, magistrale), supplente solitario che affronta il lavoro mantenendo un detachment, un distacco compassionevole. Henry è lì per aiutare ma non si fa illusioni, visto che anche fuori dal lavoro la sua è una vita priva di speranza (si autodefinisce “una non persona”). In classe si ritrova Meredith (Betty Kaye, figlia del regista), ragazza obesa con sogni da artista suicida, sensibile fotografa dilettante disprezzata dal padre, che lo sceglie come confidente e punto di riferimento. Lo circondano i colleghi interpretati da un calibrato coro di attori opportunamente sottoutilizzati: Christina Hendricks è la prof. carina che tenta un patetico approccio amoroso; Marcia Gay Harden, la preside già licenziata; Lucy Liu, la psicologa impotente che sbraca; James Caan, il veterano picchiatello che ha capito tutto e s’impasticca allegramente. Il nostro eroe nel tempo libero visita il nonno (Louis Zorich) confinato in una casa di cura e imprigionato dalla demenza, ma abbastanza lucido per essere tormentato dai sensi di colpa. Incentrati nei confronti della madre alcolizzata di Henry, morta suicida, che ritorna per tutto il film in luridi e sgargianti flashback.
Chiaro riferimento al cinema indipendente degli anni 90 (estetica arty, tanto per capirci) che riemerge anche nell’uso dell’animazione, nella comparsa di immagini oniriche, in qualche ralenti e soprattutto nella confessione/racconto con Henry che guarda in macchina e si autoanalizza. Un monologo efferato che disegna un’esistenza al grado zero. Quasi la cronaca di una vita incompiuta che si fa dolorosa metafora di un’incompiutezza più grande, assoluta. Costretto in un isolamento al tempo stesso procurato e coatto, Henry rappresenta l’insegnante che tenta di definire e sbloccare la propria funzione perché è l’unico in grado di riflettere sulla propria condizione. Però per lui il rifugio è rappresentato dall’incarnazione nel buon samaritano e da uno stoicismo a buon mercato (in verità strategia di sopravvivenza un po’ codarda: quando gli altri chiedono di più, lui scappa), solo all’apparenza modi di porsi in contraddizione. In una situazione simil Taxi Driver, il casto Henry incontra Erica (Sami Gayle), una 15enne prostituta in fuga. Lei lo segue a casa e lui in una sola notte la trasforma, da reietta coperta di lividi e specializzata in pompini sugli autobus, nel surrogato di una figlia felice e radiosa. Ma pure con lei l’impegno ha una scadenza... Il film funziona come sguardo sullo squilibro familiare, sulla disfunzionalità di un’istituzione che Tony Kaye ritiene evidentemente moribonda. Detachment è racchiuso fra due citazioni: si apre con Lo straniero di Camus e si chiude con una lettura in classe di La caduta della casa degli Usher di Poe, un modo per circondare di nero il racconto, per certificare che il dolore è (sempre?) una componente del destino. Intanto, pare che Kaye abbia messo in cantiere anche Attachment, in uscita nel 2014.
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