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Hans Haacke: sovvertire le logiche

23 Luglio | Rolling Stone

Haans Haacke, The Invisible hand of the Market (2009), Courtesy the artist e X Initiative, New York
The Invisible hand of the Market (2009), Courtesy the artist e X Initiative, New York
di Andrea Lissoni

Hans Haacke fa paura. E' una paura diversa da quella che ormai conosciamo bene. A 40 anni dall’episodio che lo ha reso celebre – quando ha iniziato a seminare quell’ambiguo timore delle istituzioni nei suoi confronti – l’artista tedesco continua a essere considerato una figura scomoda e potenzialmente temibile. Come mai? Non sarà certo più quella personale annullata dal Guggenheim di New York del 1971, quando il nostro si è ritrovato liquidato per aver proposto due opere sull’ambiguità delle proprietà immobiliari di Manhattan...

Nel 1995 esce Free Exchange, uno dei libri più pericolosamente illuminanti della storia dell’arte contemporanea. La conversazione di Haacke con il sociologo francese Pierre Bourdieu è un manuale di lettura e di interpretazione delle logiche di funzionamento del capitalismo nei confronti delle arti e della cultura, che si prende l’inconsueta responsabilità di indicare vie d’azione e strategie. E dal momento che è ormai da anni il riferimento segreto di queste pagine, prendiamoci il lusso di tentarne una sintesi. La crescita del potere dei media – convengono i due – ha finito per sottomettere il campo artistico, scientifico e culturale. Ovviamente, innanzitutto, sembrerebbe insostenibile affermare queste posizioni proprio da un medium giornalistico, per quanto travestito e scanzonato. Ma resta la sincerità di fondo di spingere a far pensare le contraddizioni, piuttosto che a sciogliere informazioni banali nei liquami mediatici... L’intellettuale francese parla della crisi della possibilità di azione del pensiero: il giornalismo ad esempio è monopolizzato e sottoposto al regime condizionante della pubblicità. L’effetto è la riduzione al silenzio o all’assoggettamento di chi pensa, sorpassato bellamente da chi gestisce il dibattito semplificandolo, spuntato di funzione critica e trasformato in “esperto”, o, se gli va bene, assistente tecnico del campo del potere. Haacke invece, denuncia l’evidente empasse dell’arte contemporanea: completamente dipendente dalle logiche del capitalismo moderno, con artisti deprivati di funzione critica autentica e opere come sola immagine, soggette ai criteri semplificatori dell’efficacia (quella comunicativa) e svuotate dei valori simbolici profondi. Come reagire all’erosione di un’autonomia delle discipline conquistata nei secoli? Bourdieu e Haacke convengono: il punto è rivolgersi verso i rispettivi campi e sottoporli all'esame del loro stesso funzionamento. E, piuttosto di asservirsi o scomparire, sovvertire: invece di ridurre l'intellettuale alla dipendenza del sistema dell'informazione, provare a condurre i media in una logica, la propria, quella del pensiero e della ricerca. Il rischio, e lo stiamo correndo in questo stesso momento, è ritrovarsi incomprensibili, ermetici ed elitari. O peggio ancora (ma non è certo il nostro caso), individuati, con le norme applicate al contrario, o mappati. Ecco emergere la potenzialità dell’arte: l’artista è uno specialista di intensità e di potenza simbolica, ha la possibilità di inventare forme, forme inusuali e forme di sovversione.

Ad Haacke venne affidato il Padiglione tedesco della Biennale di Venezia del 1993. Era vuoto: le macerie del pavimento in marmo suonavano inquietanti, se calpestate. All’ingresso stava una riproduzione di Hitler in visita a quello stesso padiglione nel 1934. Al di là della pervasività (e della perversione) della dittatura liberista, l’arte può essere il più splendido ed evocativo dei testimoni. Haacke fa paura non solo perché da anni la sua ricerca snida ciò che molti, per tradizione e sicurezza, si ostinano a ignorare, cioè i troppi imperatori nudi in circolazione. Ma, soprattutto, perché insegna a pensare. Ed è questa la cosa più pericolosa.


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