di Daniele Luchetti
con Elio Germano, Isabella Ragonese, Raoul Bova, Stefania Montorsi, Luca Zingaretti
Cinema/ - L'Italia vista da Luchetti: parentele, debiti e pregiudizi.
Per fortuna c'è ancora cinema che continua a sporcarsi le mani con quello che la politica chiama, senza conoscerlo, il "paese reale". Molto prima di andare in concorso a Cannes, la trama di
La nostra vita è già nota: Claudio, piccolo impresario edile romano e romanista (Germano), è innamoratissimo della moglie Elena (Ragonese). Due figli, il terzo in arrivo. Lei muore di parto, e lui resta solo con il neonato (chiamato Vasco in onore di Rossi), i bambini e il cadavere di un rumeno in cantiere, che lui deve far finta di non aver visto per non bloccare i lavori.
Se manca la madre, il sistema Italia salta, s'inceppa, e la rete familiare smagliata cerca di ricucirsi come può. La scena del funerale, in cui Claudio piange su
Anima fragile, spiega come la regia voglia essere insieme sensibile e oggettiva. L'unica alternativa possibile, per uno come Claudio, è fare i soldi. E mostrarli. Dare in mano ai figli – che non arrivano neanche all'altezza della cassa – un rotolo di banconote per comprarsi da soli la Wii lo distrae per un attimo dal dolore. La parabola di Claudio – un Germano energico, concentratissimo – è l'emblema di un Paese in grave deficit, più e oltre che economico, di solidarietà.
A curare i figli, qui, c'è la sorella in cassa integrazione a zero ore ("e i sindacati, voi, li avete sentiti?"); a tamponare i debiti c'è l'amico pusher o il cognato che fa la cessione del quinto, o il fratello celibe, con un bonifico discreto. A meno che, come i furbetti insegnano, non si dichiari fallimento. Tanto, a finire di costruire le case ci sono gli italiani, brava gente in nero. A dirci queste evidenze, nel film, sono gli stranieri. La scrittura di Rulli e Petraglia (e Luchetti) è, come sempre, a rischio zero di fraintendimento, ma almeno schietta: se non è più dolce vita, da queste parti, la colpa è
nostra.
RAFFAELLA GIANCRISTOFARO
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