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Oceania

The Smashing Pumpkins
(Martha’s Music/Emi)

16 luglio 2012

Di Manlio Benigni

Che lo si adori o lo si detesti, bisogna riconoscere a Billy Corgan, deus ex machina del gruppo tuttora noto come Smashing Pumpkins, almeno una qualità: aver elevato la paranoia a forma d’arte. Oceania, ultimo prodotto della sua creatività, è rimasto a lungo un enigma avvolto in un mistero. Corgan chiede ai fan di immaginare un’articolazione visiva per ognuna delle sue 13 canzoni, ennesimo tassello del più ampio progetto Teargarden By Kaleidyscope (i cui primi pezzi erano già scaricabili sul sito del gruppo nel 2010), attraverso le più svariate diramazioni dei social network. Al contempo, scatta l’embargo assoluto per la stampa di fare menzione di questa musica prima del tempo... Ma pure dopo, come recita una clausola della liberatoria debitamente sottoscritta.

Quasar, il primo pezzo di Oceania, ha forza squassante. Da quel momento si parte per un viaggio dentro un universo liquido e mutante, lungo un’ora e 13 canzoni, concepite come un tutto unico, inclusivo e coeso. Il saturnino Billy è abile a creare una musica fascinosa e indefinibile, che mescola e condensa in un solo disco l’intera esperienza Smashing Pumpkins. C’è il grunge di Gish/Siamese Dream con la sua potenza, i suoi pieni e vuoti, vedi un pezzo duro e puro come Inkless. C’è l’elettronica di Adore, magari con un gustoso retrogusto vintage alla Who’s Next, in una composizione epica come One Diamond, One Heart. C’è quella malinconia che permea un po’ tutta la produzione corganiana e caratterizza il suo timbro vocale, già celebrata nel monumentale Mellon Collie and the Infinite Sadness, e qui ubiqua, fino a emergere appieno in una lenta, pacificata ballata, Pale Horse. La prima impressione, un po’ ossimorica, è quella di una forza tranquilla, di una summa complessa e armoniosa, ma occorreranno ulteriori ascolti, stratificati nel tempo, come stratificato appare il progetto Oceania.

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