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To Rome With Love

Woody Allen

18 aprile 2012

Di Raffaella Giancristofaro Ma quanto è piacione questo ultimo Allen? Tanto. Per quelli che non leggono le recensioni, ma si regolano con le stellette, qui ce ne sono due solo perché qua e là (ma ci mancherebbe: è Woody Allen!) si sente qualche battuta potente e affilata. Peccato che le frecciate contro l'inutilità della psicanalisi, e in generale contro la miseria degli uomini, si perdano in un film pasticcio e poco coerente - per comparire nel quale, anche per pochi secondi, molti nostri attori hanno fatto a botte - che è molto lontano dalla poesia e dall'intreccio di Midnight in Paris, giusto per citare il film "turistico" precedente. È vero, siamo a Roma e non nella Ville Lumière, ma sinceramente - e non per amor patrio, per carità, in Vicky Cristina Barcelona Allen ha combinato anche di peggio... - ci siamo un po' stufati di vedere il pizzardone che fa da voce narrante, neanche fossimo in Febbre da cavallo di Steno o in una favola Disney, o gli sposini pudichi vestiti anni '50, e preti e processioni per strada come ai tempi di Zavattini e Fellini. Per non dire di Benigni che per strappare la risata si mostra (di nuovo) in mutande in una geriatrica Via Veneto. Parliamo di quello che ci è più piaciuto di To Rome With Love: la presa in giro dell'insipienza dei nostri telegiornali, e della nostra ossessione per la fama; l'incapacità di dare indicazioni semplici ai turisti; l'ipocrisia in campo sessuale. E l'episodio dell'architetto dallo sguardo diabolico in vacanza a Roma (Alec Baldwin), mentore scafato del giovane architetto connazionale (Jesse Eisenberg) che a Trastevere perde la testa per una giovane e capricciosa attrice coetanea (Ellen Page), tradendo la fidanzata (Greta Gerwig) che ingenuamente gliela butta tra le braccia. Non è difficile né originale associare l'Allen di oggi al personaggio di Baldwin: uno costruisce centri commerciali, l'altro (ogni tanto, non sempre, ma negli ultimi anni, spesso) fa film costruiti a tavolino per gli sponsor e gli Enti del turismo. Non c'è niente di cui vergognarsi, basta saperlo. L'unica cosa che proprio non abbiamo tollerato è questa musichetta da commedia italoerotica anni 70, che accompagna come un tormentone tutto il film. Ma come? Come sfondo a Manhattan Allen usa Rhapsody In Blue di Gershwin, e a noi infligge Amada Mia, Amore Mio di Pallesi-Valli-Zavallone-Migliacci? O forse ha ragione Allen: agli occhi degli americani non possiamo che essere (oltre che melomani e talvolta anche comunisti), buffi, scomposti e farseschi. Come una marcetta disco. Forse anche questo è amore.

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