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Beth Ditto: Punk will never diet

Women in rock/ - La straripante intervista all'altrettanto straripante cantante dei Gossip. L'ha fotografata per noi Oliviero Toscani

18 gennaio 2010

Foto Oliviero Toscani
Testo Fabio De Luca

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abito Zucca
collana Heaven

“Lo scorso Halloween”, dice Beth Ditto, la buzziconissima lesbica militante cantante dei Gossip, che della sua ciccia torrenzialmente straripante (e pure dell’essere lesbica) ha fatto uno statement estetico, un’affermazione esistenziale, forse persino un’opera d’arte, “lo scorso Halloween mi sono travestita da Ragazza Grassa In Fondo Al Pozzo nel Silenzio degli innocenti. Ero meravigliosa. Non hai idea delle risate. Ah ah ah”. La vedo al di là del vetro, nello studio dell’importante network radiofonico cui lei e gli altri due Gossip, la batterista Hannah Billie e il chitarrista Brace Paine, stanno rilasciando un’intervista. Fa morire dal ridere. È quel che si dice “contagiosa”.

Per la cronaca, cinque minuti prima lei e Hannah hanno sfogliato la copia di RS contenente la recensione dell’ultimo album dei Gossip, Music for Men, complimentandosi – in diretta nazionale – col giornalista che ha dato loro quattro stellette su cinque. Sulla questione delle stellette, però, ci torneremo dopo. Perché ora, prima di cominciare qualsiasi altro discorso, va messa agli atti una cosa fondamentale. E cioè che Beth Ditto sarà pure buzziconissima, ma è affascinante. Anzi, di più: è sexy. Non sexy secondo i torbidi canoni BBW di certe ben note sottopagine di YouPorn. No, sexy in un modo entusiasta, liberatorio, quasi infantile. Leggera, paradossalmente: come una fatina gentile. Il suo corpo ha la qualità plastica – e si muove con la grazia in slow-mo – di un cartoon pubblicitario anni ’60. Fate conto Susanna Tutta Panna (“Pi-tu-pitum-paah!”). Oppure il pupazzo bianco vestito da marinaio in Ghostbusters.

Poco dopo siamo tutti quanti dentro un altro studio, vuoto e gigantesco. Ci sono dei cubi ricoperti di moquette sui quali dovremmo in teoria sederci, ma soprattutto un paio di poltroncine a rotelle pericolosamente a portata di mano. “Facciamo che tu eri il sole e tutti noi ti giravamo attorno. WEEEE-HEEEEE!”, urla Beth, saltando sopra a una e cominciando, in effetti, a girarmi attorno. Hannah ride divertita. Brace non fa una piega. Io, disperato già dopo solo 30 secondi d’intervista, cerco di ricordare la puntata di SOS Tata in cui spiegavano le tecniche per ottenere l’obbedienza dei bambini iperattivi. Credo avesse a che fare con il proporre loro dei focus alternativi d’attenzione. “Ehi, ecco i caffè”, dico io. “BRAAAAH-HAAAA!”, dice lei. Poi, miracolosamente: “Ok, ora possiamo cominciare. Prima domanda?”.

La storia dei quasi dieci anni di vita dei Gossip è ormai cosa nota: nati a Olympia, Stato di Washington; debutto su K Records (l’etichetta il cui logo Kurt Cobain si era tatuato sull’avambraccio); anni di militanza nell’ultima coda del movimento punk femminista che a metà anni ’90 prese il nome di Riot Grrrl e dentro la scena gay/lesbian. Due album di garage-punk simili a mille altri: poi, nel 2006, l’inaspettata hit con Standing in the Way of Control, un miracolo di canzonetta costruita letteralmente su due-note-due di basso. Uno di quei pezzi destinati a definire un’epoca, tipo My Sharona dei Knack o Song 2 dei Blur. Di lì la crescita esponenziale. Specie per Beth, che – metà suo malgrado, metà attraverso un sagace e assai “stradaiolo” processo di cavalcamento dei media – diventa la it-girl della stagione. Prima per i circuiti della musica underground (copertina in déshabillé per NME, premi della critica assortiti), poi – paradosso dei paradossi – per l’intero mondo dei couturier fichetti. Sussiegosi designer abituati a vestire esangui stangone che pesano meno di un singolo polpaccio di Beth d’improvviso convertiti all’extra extra large, costretti a tenere sveglie la notte eserciti di sartine per trasformare striminziti tubini di raso e tulle in lenzuola in grado di coprire la debordante carne tremula della Beth. E a questo proposito, un gustoso pettegolezzo: il famoso servizio fotografico della scorsa primavera sulla rivista inglese Love, quello firmato Mert Alas e Marcus Piggott, quello della consacrazione di Beth a icona, era stato sì ritoccato con Photoshop, ma solo per renderla ancora più buzzicona e debordante… Il mondo alla rovescia.

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scarpe D-Squared
costume da bagno Spanx

Da allora il vero lavoro dei gossip è stato di tenere insieme estremi ogni giorno sempre meno conciliabili. Il successo e le radici punk; le novelle femministe di Dorothy Allison e le paparazzate sui tabloid; la ciccia e i couturier fichetti. “La cosa che mi chiedono più spesso”, ragiona Beth, “è: “Stai cercando di sovvertire il mondo della moda?”. Ma non è così: non sto cercando di sovvertirlo, sto cercando di normalizzarlo. Sarei felice se delle ragazze normali non fossero più spaventate dalla moda, perché secondo me la moda è una fonte di grande creatività. Per chi la fa, ma anche per chi la indossa”. Perfetto: ma che ci azzecca questo con le radici punk e D.I.Y. a cui comunque, evidentemente, non rinunciate? “Banalmente ti potrei dire che non occorre mica spendere migliaia di dollari per un capo firmato: ci sono i negozi dell’usato, ad esempio. Ma tu intendevi un’altra cosa, no?”. Beh… “Credo sia più facile capire perché le due cose non sono in conflitto se ti è chiara la differenza che corre tra essere poveri e passare il 90% della propria vita a odiare i ricchi”.

Il tutto, dice Beth – che, come scrisse una volta il Sun, ha “la bocca grande esattamente come il suo culo” – ci riporta invariabilmente alla necessità di liberarsi dalla vergogna. È la vergogna l’origine di tutti i mali. La vergogna di essere benvestiti, di successo, ciccioni. “Il momento chiave della mia esistenza ha a che fare con la scoperta della vergogna”, ricorda. “Era l’inizio della pubertà: fino a un istante prima ero una bambina paffutella che sprizzava salute, ma un giorno mi sono svegliata ed ero diventata un’adolescente cicciona. Improvvisamente era colpa mia se ero grassa”. Le dico che ricordo una foto del 2004 in cui lei, debordantissima, indossava una stazzonata t-shirt rosa con la scritta “Punk Will Never Diet”, un punk non si metterà mai a dieta. “Come vedi sono stata di parola”, sottolinea lei.

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sciarpa di cuoio Martin Margiela
bracciale d’argento Nuit n°12

C’è poi un altro concetto chiave nella battaglia privata dei Gossip per sovvertire (o normalizzare) il mondo, ed è una quotidiana attitudine a quello che in inglese si chiama “prank”, traducibile come qualcosa che sta tra lo scherzo e la manipolazione dei meccanismi sociali più ingenui. È un prank che Beth sia diventata – ancorché buzzicona – l’ossessione di massa degli stilisti. Sono un prank, riuscitissimo, le storie che hanno riempito i tabloid della sua amicizia con l’icona fashion Kate Moss, suo esatto opposto fisico e mediatico, ma in qualche modo pure suo naturale complemento. Ed è un prank il fatto che una canzone come Standing in the Way of Control, violento attacco alla presa di posizione di buonanima Georgino Bush contro le unioni omosessuali, sia diventata una hit talmente trasversale che magari l’ascolteranno, la balleranno e la canteranno pure orgogliosi capibastone antidemocratici d’ogni latitudine, senza minimamente sospettare ciò di cui parla.

“È come Freddie Mercury e i Queen”, commenta Hannah, che veste una “ironica” t-shirt dei Village People, parla con un filo di voce ma è quel che si direbbe una ragazza estremamente opinionated. “C’era un livello fortemente sovversivo di aperta omosessualità in quello che facevano, che ai tempi però a una larga parte del pubblico sfuggiva”. La differenza è che i Queen negli anni ’70, come i Culture Club negli ’80, spostarono in avanti i confini del “consentito” riguardo all’omosessualità nel pop, ma nel caso dei Gossip – coerentemente col retroterra lesbo-punk-femminista da cui provengono – c’è una consapevolezza politica del proprio ruolo e dei propri obiettivi che va oltre il pop puro e semplice. Chiacchieriamo per un po’ su quanto furono bizzarri, in termini di pop music, gli anni ’80 a cavallo della scoperta dell’Aids, quando gente come i Frankie Goes to Hollywood finiva prima in classifica con un video che era pura dark-room contrabbandata in prime time, e Boy George dichiarava di preferire una tazza di tè al sesso. “Probabilmente era sincero quando lo diceva”, osserva Hannah, “erano tempi in cui un gay poteva anche non avere mai un singolo rapporto sessuale in tutta la sua vita. La sessualità è centrale, per questo ne parliamo spesso nelle nostre canzoni, allo stesso modo in cui la chiesa o certi governi cercano di controllarla”.

“Al momento”, continua Hannah, “il grosso vantaggio della nostra posizione è che abbiamo la possibilità di essere noi stessi “in pubblico”, per così dire”. E il rischio è che vi trasformino in un cliché? “Ecco la band delle lesbiche combattenti”? “Esatto, è una linea sottile”. Hannah è anche il viso imbronciato che appare sulla copertina di Music for Men: una scelta fatta, fra l’altro, per depistare l’attenzione dei media, tutta concentrata sulla ciccia di Beth.

Adesso sei ufficialmente una star, le dico. “Beh, no”, si schernisce, “le copertine dei cd sono piccole”. “Sì, ma vedrai i cartonati nei negozi di dischi!”, borbotta divertito Brace. In realtà, la cosa che pare interessarla di più è quanto la foto ricordi certe classiche cover di vecchi singoli degli Smiths. Quella con Elvis Presley, dico io. “Shoplifters of the World Unite!”, puntualizza Brace. “Se insistiamo molto sulle cose che ci hanno formato – le band, le scrittrici, la politica”, continua Hannah, “è perché questo è parte integrante delle modalità della scena cui ci sentiamo di appartenere. Far circolare l’informazione, dichiarare le radici”. Tipo che un teenager ascolta i Gossip, fa una ricerca su Google, trova voi che parlate di diritti omosessuali o degli Smiths, e quindi può farsi un’idea un po’ più ampia del mondo in cui vive? “Esattamente. Idealmente, è così che dovrebbe andare”. Sentite molto la responsabilità di essere dei modelli di ruolo per il vostro pubblico? “Io in realtà”, interviene Beth, “lo percepisco più come un “restituire ciò che ti è stato dato”. Cioè: ci sono delle band dalle quali, al di là della musica, abbiamo imparato qualcosa di significativo per le nostre vite, e adesso è il nostro turno di mettere questo… strumento di empowering a disposizione di qualcun altro. Per noi “punk” significa essere consapevoli di avere un impatto culturale su una parte del pubblico, e di conseguenza suggerire dei modi in cui possono riflettere su se stessi”.

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Brace:
t-shirt Julius
jeans Diesel
giubbotto Boris Bidjan Saberi

Beth:
abito Jean Paul Gaultier
sciarpa Martin Margiela
collana Karl Lagerfeld

scarpe Larare

Hannah:
jeans Rock & Republic
canottiera Julius
stivali Y3
giacca The Kooples
cintura 0044

Viene in mente quello storico momento, del quale esistono centinaia di migliaia di racconti e versioni personali, in cui David Bowie apparve per la prima volta a Top of the Pops con gli occhi bistrati, il rossetto e tutto il resto, e di botto un’intera generazione – inglese prima, planetaria poco dopo – intuì che ci potevano essere confini un po’ meno rigidi e modelli un po’ meno ortodossi per quanto riguardava le scelte sartoriali e i generi sessuali. “Esatto! È il momento in cui sei lì davanti al televisore, nel salotto della casa dove abiti con la tua famiglia che probabilmente è molto tradizionalista e non esattamente progressista, e dici: “Ma allora è possibile!”. È tutto finalizzato a quel momento: fare dischi, parlare con i giornali, andare in tv. Vorremmo che attraverso noi un ragazzo o una ragazza scoprissero che è possibile essere diversi da come sono tutti gli altri”. Beth fa un altro giro sulla sedia girevole (“WEEE-EEEH!”) e per un istante vengo sfiorato dal dubbio che si sia finiti tutti in un buco spazio-temporale, visto che nell’epoca della Rete diffusa & democratica e di un iPhone in ogni tasca, pare davvero un po’ ottimista (o pessimista, forse) pensare che esista qualcuno, al mondo, che deve aspettare l’apparizione televisiva di un gruppo rock per sentirsi liberato o empowered. “Sìììì? Beh, fatti un giro dalle nostre parti”, dice Beth. “O in certi Stati del Sud”, aggiunge Hannah. “Ci sono posti che ridefiniscono completamente la nozione stessa di “isolamento”", conclude Beth.

Chiedo qual è stato il loro personale “momento David Bowie a Top of the Pops“, quello dopo il quale la loro vita non è più potuta essere la stessa. “Quando abbiamo scoperto Sonic Youth e Nirvana”, dice Brace. “Credo che i Nirvana siano stati la più straordinaria band di tutti i tempi”, aggiunge Beth. “Hai presente il film 1991: The Year Punk Broke? (strepitoso documentario diretto da Dave Markey, che partendo dal tour europeo dei Sonic Youth raccontò l’intera scena alternativa americana dell’epoca, ndr). Ecco, quello spiega esattamente com’era essere adolescenti ai tempi dei Nirvana. Secondo me, è stato un periodo fantastico. Probabilmente anche gli anni ’80 sono stati notevoli, con la nascita del pop elettronico, la diffusione dell’androginia, la scoperta di un sacco di spazio in cui sperimentare. Ma i ’90… Li ricordo come una stagione di grandi dibattiti, in cui si stava insieme e si discuteva, su tutto”. Beh, è normale mitizzare il decennio nel quale si è stati adolescenti, no? “Sì, ma pensa che io sono partita ascoltando heavy metal melodico: gli Scorpions, hai presente? Tutte quelle ballatone… uau! Non so ancora adesso come ho fatto a diventare quella che sono. Proba-bilmente è merito dei Nir-vana, sì. E guarda che non rinnego nulla. È una ricchezza aver attraversato tante cose”.

Qualche ora più tardi Brace Paine e il suo inseparabile BlackBerry stanno fumando una sigaretta fuori dal teatro di posa in cui è in corso lo shooting fotografico di RS. Viene fuori che il nerd travestito da figo (o il figo travestito da nerd, ancora non si è capito quale delle due è la versione che gli corrisponde) è il vero spirito inquieto dei Gossip. Nel tempo libero gestisce un’etichetta – Painekiller – che pubblica rigorosamente solo dischi in vinile, e cura mostre d’arte che sono finite pure all’ultimo Art Basel di Miami Beach. Finiamo, non si sa come, a parlare dei Velvet Underground. “La cosa che mi sconvolge è che noi abbiamo già venduto più dischi di loro”, dice. Gli menziono la celebre dichiarazione di Brian Eno secondo cui, all’epoca, il primo dei Velvet vendette sì pochissimo, ma “chiunque lo comprò, poi non potè fare a meno di fondare una rock & roll band”. “Ti sei accorto”, mi chiede, “che le prime parole della canzone che apre il nostro disco, Dimestore Diamond, sono una citazione dei Velvet Underground?”. Uh, a dire il vero no. “Everybody knows, the things she does to please…” canticchia. “Ne abbiamo messe un sacco, di citazioni così. Non solo dei Velvet, ovvio. Devi essere molto abile per trovarle”.
Breve silenzio e un filo di fumo di sigaretta che sale nel cielo sopra via Forcella. “Beh. Quattro stellette non è male”. Scusa?!? “Il voto. Il voto che avete dato al disco. Non come quei bastardi”. Insomma, il punto è che quattro giorni prima il celebre sito über-indie Pitchfork ha postato la recensione di Music for Men affibbiandogli un 6.4 (le recensioni di Pitchfork sono famose per i decimali di voto, oggetto di interminabili dibattiti sui forum della comunità nerd), e a Brace la cosa non è esattamente andata giù. Ma nel 2009 ancora stai a leggere le recensioni?, gli dico. Mentre in lontananza arriva un “WEEE-HEEEE!” d’inarrestabile divertimento di Beth alle prese con la truccatrice, Brace pigia i tasti del suo BlackBerry e scuote la testa. “Bastardi”, ripete. Poi non parla più.

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