Now On Air:

Buona disoccupazione: un anno per rifarmi una vita/ 16

Gianni Miraglia torna a casa. I miei orari, a misura di senso di colpa. Quando voi siete in ufficio, io dormo

28 maggio 2012

Gianni Miraglia, Disegno di Karin Kellner

Di Gianni Miraglia

Capitolo Sedicesimo.
Scegliete il vostro potere

Scegliete il vostro potere, non ci sono significati. Le illusioni danno forza a chi spera nel dopo. Tanto ci sarà sempre un prezzo da pagare, c’è scritto di sicuro nella Bibbia, succede anche nei film e in una canzone di Springsteen. Otto euro per una pizza margherita + acqua, macedonia e caffè e poi riparti per la route 666, a luci spente. Il costo della mia nuova vita, un confronto tra presente e passato. Cerco indizi dal futuro, a quasi quattro mesi dalla cacciata aziendale. A stomaco pieno queste pagelle fanno anche paura, ti viene da pensare a quando avrai fame, se riuscirai ancora riempire il tavolo di piatti, a guardare nell’iPhone, in preda ad ambizioni che sembrano solo attimi.

Conto ancora con le dita, mancano delle settimane. Probabilmente avrò un’opportunità in un network televisivo, poi ancora un reportage. Vieni scelto, come i gamberi del ristorante cinese, sono io quello più in carne. Qualche giorno fa, ho anche perso un’altra verginità: mi è stata affidata un’intervista.
Il sottoscritto esiste sempre di più, pure io ci sto credendo. Per me l’entusiasmo è quando prendi la rincorsa e ti viene da dirlo a tutti. Stanlio e Ollio sono il mio modello, ma anche John Wayne e Taxi Driver, dormire è da italietta.
Sono uscito di casa presto, per conquistare il mondo. Si va allo sbaraglio con dei fogli qualsiasi e scritti a penna, in stampatello stentato. Cerco forme di personalità nel mio disordine più autentico. Ho stilato una lista di domande. Quella dei desideri me la ricordo a memoria, ma spesso la dimentico. Non avevo il microfono a forma di gelato. Mi sono rivolto all’uomo e non al suo ruolo pubblico. Siamo tutti bambini, ci vuole sintonia con l’interlocutore. Ho dovuto comunicare nello spagnolo materno, so sempre meno parole e spesso maccherono con delle s finali. Le lingue vanno praticate, mia madre non parla da anni. Le gesta dei predecessori ci influenzano e ispirano.
Andare avanti, bisogna agire come si sa, a modo proprio. La cassiera tanto napoletana mi sorride, quando pago. Io sono un signor cliente, quello che tira fuori i soldi veri. C’era scritto Gianni Miraglia, sui ticket restaurant, facevo parte di un pacchetto di vita tutto compreso, anche le bestemmie da routine.

Sono uscito dall’orbita, ho preso fuoco. C’è quel film in cui un astronauta sparisce nel cosmo e sembra galleggiare dolcemente. Sì, ora sto viaggiando, mi sento più lucido e pacato. Solo botte di testosterone per aver doppiato il massimale che dal prossimo lunedì sarà il passato. Il mio obiettivo è 115 e poi 117.
In questi giorni dovrebbero anche arrivarmi dei soldi, per i primi lavori svolti: il tanto, o poco che ho fatto, non c’entra però con la vita precedente. Voglio celebrare l’avvenimento, sacrificare una capra, come nelle culture ancora vive, che ti insanguinano, ma non alle spalle.
Un giorno andrò alla festa delle trombe che si tiene nel cuore della Serbia. Raffiche di grappa, le ex-tigri di Arkan tengono famiglia e lavorano per il Comune, ti spazzano via con l’idrante, sei un turista che va lì a vomitare.
Ma l’M-16 fa scena più del Kalashnikov. Il mio eroe immaginario è spazzatura bianca, vive in una roulotte argentata, spara alle bottiglie e guarda l’orizzonte.

Solo dei ricordi dal passato senza più aria. Dagli ultimi secondi, così eccitanti, più dei 12 anni là dentro. All’improvviso si è aperta una botola e tutto è precipitato, finalmente. Anche l’aereo nazista di Joseph Beuyf si schianta e lui diventa sciamano e pittore della libertà. La sedia calda del tuo culo, ancora in volo, ergonomizzata dalla stasi ultradecennale, il tempo si rallenta, stagna nella palude ogni forma di vita. Dicevo sì e ancora sì, a tutti, bastava che mi lasciassero in pace. Volato giù nel vuoto, potevo rimanerci impiccato. Sparito dal monitor dove mi annullavo, per resistere. Potrei rimpiangere la tredicesima, i contributi, le botte d’adrenalina per quelle mail coi punti esclamativi. L’urgenza comandata da altri più cialtroni di me, ma che conoscevano il business english, mi faceva diventare misogino e ancora più pigro. Sto dicendo la verità, più meditata e onesta, ora sono più Gianni Miraglia, di prima. Una sonda che attraversa il cervello e il cuore, esploro scientificamente il teatro dei miei sogni e degli incubi che li minacciano. L’intermediario tra Gianni Miraglia e la realtà dice che così va meglio, il cowboy elettrico delle volte si chiede che succederà, ma fa parte del gioco, dentro i vestiti ero diventato di peluche, ora sono di nuovo tutto pubico.

Gianni Miraglia torna a casa. I miei orari, a misura di senso di colpa. Quando voi siete in ufficio, io dormo. Dracula di notte è più lucido, sempre più convinto che il terzo romanzo debba spaccare, ribaltare le recensioni apocalittiche per le scorregge più inflazionate del momento. Il lettore è femminuccia, viene drogato dal marketing editoriale. Il mio rancore è necessario. I need more, me lo voglio scrivere sul braccio più libero, la canzone di Iggy Pop, le parole capolavoro che hanno ispirato il monologo di Trainspotting, scegli la vita.
A me basta toccare i pettorali, le cosce, il cervello. Bisogna agire come si sa, a modo proprio. Le regole non esistono, il narcisismo è uno degli appigli, in questa era troppo collettiva. Io non credo ai media che ci vogliono tutti uguali e inermi, io sono artefice dei miei dieci metri quadrati attorno. Faccio troppo di testa mia, per fortuna. C’è stasi nel progetto sponsor, forse ho esagerato. Ma sto cercando un’altra via, visto che non so cos’è l’endorsement, che non ho i follower, che non sono un rapper vincente, io non ho più l’età delle certezze. Ma quello è il mio sogno, così si riscatta il signor nessuno. Voglio essere il primo disoccupato sponsorizzato, punto e basta. Io parlo solo per me, per la voglia che ho di riscrivere la mia vita. Anche in nome di Adolf Dassler, il fondatore della cometa a tre strisce. Solo se hai due coglioni enormi infili ai piedi di Jesse Owens le tue nuove scarpe con le ali, nella Germania che teneva per l’ariano. Il fuhrer trema, non stringe la mano neanche a Jeremy Scott, perché anche le sue ali fanno volare i coraggiosi. I precursori iniziano sempre in salita. Enzo Ferrari piange quando viene scartato dalla Fiat e, in quei giorni, germoglia il cavallo rampante. Willie il Coyote, precipita nel vuoto solo quando si accorge di avere superato il burrone. Le persone dovrebbero credere ai film che amano, a ciò che dicono di se stesse dopo le due del mattino.

Leggi qui il capitolo precedente.

Commenta la notizia

New York Film Academy