Buona disoccupazione: un anno per rifarmi una vita/ 20
Finalmente gli anni 80 sono finiti, anche se solo da qualche mese. Gli ex-paninari sono scappati...
Gianni Miraglia, Disegno di Karin Kellner
Di Gianni Miraglia
Capitolo Ventesimo.
La banca del seme
Rigurgito appestato, da Milano che col caldo deflagra. Fosse comuni dietro gli uffici. Un paese deturpato dai politici ex-paninari, ma l’epoca bella sta finendo per fortuna.
Ritorno all’età del nulla. Voglio tatuarmi un veliero sulla schiena, per navigare fino a un milione di anni fa.
Una mia coetanea che si definisce precaria ottiene le luci dei media. Scrive ai capi del paese, ai notabili della democrazia, all’impero delle idee che sono le solite facce. Muore sul palco ogni forma di vita, specie se alternativa, non apparentemente etica, collettiva e costruttiva. Il messaggio sociale come sovrastruttura che crea verità importante, espressione morale.
Il concerto del primo maggio, ci sarà ogni giorno.
La tipa coetanea ha mandato una lettera shock, durata prevista della scossa: tre minuti. Una delle cape del popolo viola, prima era di forza italia, Berluskony 2012, più nessuno può farmi le prediche.
Giovanna D’Arco senza spada si lamenta “che se hai più di 40 non sei merce da buttare”.
Si rivolge anche a me, mi aggrega agli zombie sociali, visto che a 46 anni sono stato cacciato dalla vita tranquilla a tempo indeterminato.
Magari, mando un pacchetto di pasta ai terremotati, via Facebook, va così di moda essere buoni.
Fa innervosire la solidarietà via tastiera, io quella non la conosco, lei non è la mia portavoce. Se ci fossero gli antichi romani, quelli che lei chiama precari, si batterebbero al Colosseo, anche se over 40, e io non mi tirerei indietro.
I miei anticorpi speciali l’hanno bloccata: la frase incriminata è “siamo anche noi essere umani”, affermazione soggettiva, ma estesa alla prima persona plurale, quindi parla anche di me.
Sono già parecchie le persone che si battono per diritti collettivi, strumentalmente al loro ego. Lei non mi rappresenta, lei è il mio anatema, io sono per conto mio.
Se dici della nostra crisi con uno del terzo mondo, si mette a ridere. Voi non sapete cos’è la povertà, mi ha detto un giorno una barista brasiliana.
Ma spero anche io che questa crisi finisca, ora che il paladino più famoso la vuole romanzare. Che se la scriva per conto suo, di notte, in silenzio, quando tutti dormono. Nessuno sa cos’è il bene, ma andrebbe comunque fatto alle spalle, senza esibire.
Benvenuti in questo regno di ghiaccio, qui sventolano le bandiere con l’effigie del culo altrui. Dare messaggi, predicare la coesione.
L’uomo è una merda, l’uomo pretende la solidarietà, solo quando cade in disgrazia.
Quando le città belle venivano distrutte, la vocina contrita della maestra si rammaricava. Lei teneva per i romani, sottointeso la civiltà, e poi la democrazia e suoi padri eletti. Supportata da quel sussidiario misero e vile, così democristiano e presuntuoso coi barbari, i miei cattivi preferiti che finalmente distruggevano la capitale del mondo, le vetrine, le statue e pure il Papa re.
C’era l’illustrazione del visigoto che fa bere la moglie dal cranio di un suo nemico, il padre di quella ragazza che non vuole. Era la pagina che più mi attraeva.
Caldo atroce e moschini dagli ossari, ogni città ha un substrato di vittime della peste, le nostre fondamenta. I più poveri morivano prima. È sempre stato così. Nessuna emanazione superiore ti può salvare. Ci sei solo tu.
Non facciamo finta di essere migliori, siamo bestie e fa caldo e attiriamo minimosche mai viste, probabilmente infette.
Lo stesso caldo scenografico della saga in tempo reale: i cavalieri si grattano, quelli vogliono solo la roba. “Amore Tossico”, il film più vero degli ultimi 40 anni.
Andrea V invoca gli dei sumeri e ne linka le sequenza migliori, quella alla stazione. L’overdose vicino alla statua di Pasolini, la zona di Ostia dove l’hanno bastonato, per la sua libertà di godere, per la nostra.
Si vive senza scorta e presenzialismo.
Il caldo e tutta la crisi che vuoi. Ma c’è sempre quella scossa, che all’improvviso affascina, un gesto, una parola che ti tieni per sempre. Qualche giorno fa, ero in ambulanza, con la persona che più mi assomiglia al mondo.
Protagonisti, due barellieri coi tatuaggi sul collo e piercing e un autista che anche lui è un mio coetaneo.
Ci mettiamo a parlare. Quello che guida è un cassaintegrato. I tempi scricchiolano sotto i piedi, c’è spazio per tutti nelle statistiche della crisi.
Ma l’epica interrompe la pippa sociale: uno con lo scooter suona e ci manda a fanculo: il minchione ha avuto coraggio, lo ammetto. Noi siamo in quattro e pronti a scendere, pieni di medicine, siringhe e anestetici.
Clacson e sterzata, dò un botta con la nuca. Ci fermiamo con la frenata da commissario anni 70. E l’autista che grida: “La prossima volta ti prendiamo, coglione!” e riparte con la sirena.
Gli ho fatto i complimenti. È così difficile scrivere dialoghi che restino dentro per sempre.
Questo sì che è un bel film, contattiamo Tarantino.
S’intitola “La banda dell’ambulanza”, è da vedere. La storia di un gruppo di ex-qualcosa e che non hanno più niente e si arruolano nella croce verde. Maniaci dell’ordine tra i batteri. La gang rapisce i maleducati e fa gli esperimenti dentro l’ambulanza. Tutti ne parlerebbero di un film così, vorrebbero le magliette “Miraglia Kino Produktion.”
Oggi tante virgolette, per evidenziare le parole dette da altri. Se no, poi scoppiano strane storie per i diritti.
Il caldo continua, sono contento, l’aria condizionata fa sciogliere il cielo sopra gli uffici.
Alla banca del seme, ci sono le favole dietro Fregene. Un ragazzo volenteroso se lo tira fuori e lo modella, di fronte a Patti Smith.
Mishima s’innamora di Giovanna D’Arco pensando che sia un maschio e si incazza quando lei gli dice la verità.
Su Ciao 2001, un ragazzo crede che quel Patti sia Patrizio, va pure lui a Firenze che c’è la droga gratis.
Pensiero stupendo, Patti Smith coi baffi, ma che piace a chi detta la subcultura. Erano sopravvissuti alla politica e alle sprangate. Ci andava qualcosa di nuovo, che non fosse Jerry Calà e tutta quella merda colorata.
Questa è una storia degli anni 80, il re se ne è andato, ma non verrà dimenticato.
Anno 2012. Mi sono messo la canottiera, sento l’estate. Quando controllo il bancomat ho comunque una certa apprensione. Ma va tutto bene, cammino sulle nuvole nere e bianche. La leggerezza è l’arma del tremila.
Finalmente gli anni 80 sono finiti, anche se solo da qualche mese.
Gli ex-paninari sono scappati.
Gli anni 80 che mi avevano condizionato nella negazione di ciò che brilla, che è simpatico, che ha le meche, che primeggia, che piace alla gente. Sento ancora vivo quell’humus che sa di karaoke, se lo sono portati dietro, fino a questi giorni decaduti.
E tutto quindi inizia ancora per “I don’t”: la negazione, come strumento di difesa per allontanarsi dalla palude. È un meccanismo psicologico, me ne sto liberando. Ti attacchi a quello che viene da fuori, siamo tutti fratelli Ramone, per sempre.
La mia generazione condizionata dalla negazione: non più giovani, non ancora adulti, non ancora anziani. Svegli su Facebook alle tre del mattino, noi siamo gli inquieti del giorno dopo. Post-baby boomers, il botto economico era già lontano, ma ci ha fatto diventare sordi.
Quelli nati dopo di noi, amano facilmente il revival anni 80, la musica più di merda di quegli anni di merda e tutti i lustrini, dalla decade dell’inferno preregistrato: io non ho mai visto Back to the future. C’erano i morti dietro le aiuole. Io ero circondato dall’ero, io ero isolato, io ero indeciso, io davo fuoco a Drive In e al Tenerone. Anche i cartoni animati giapponesi mi facevano cagare.
Ce l’ho con chi mi manda i flyer delle feste anni 80. Io vi vengo a cercare casa.
This was a public announcement, with guitar.
Il 29 giugno collaborerò con Mtv.
E invece a settembre è probabile che una nota azienda automobilistica mi passa il più stiloso dei suoi modelli e così verrò costretto rifare i documenti. Questo sì che è uno sponsor, signorina Adidas Originals.
Io non dormo mai, come la ruggine.
