Buona disoccupazione: un anno per rifarmi una vita/ 21
Gli esiliati dal badge non capiscono certi linguaggi. Stanno sdraiati sul prato pelato, anche se è giovedì pomeriggio...
Gianni Miraglia, Disegno di Karin Kellner
Di Gianni Miraglia
Capitolo Ventunesimo.
Intervista all’uomo che parla da solo
Si parla del caldo, più della crisi. Più difficile svoltare. Ma c’è comprensione, il medico dalla tv del bar ha il disegno del corpo umano alle sue spalle, c’è pure la minchia, visto da dentro.
Il migliore amico dell’uomo ha la riga da una parte, prima di diventare superman sei uno qualunque. S’intende di vita sana, consiglia di bere tanto acqua.
Ogni anno, quando inizia la stagione, succede che le temperature aumentano e quindi il dottore della tv è pronto a dire che l’idratazione è importante.
Pure io l’ho scritto su qualche brochure e una volta ho pure inventato delle ricette per le insalate dell’estate, facendo finta che esistessero.
Basta che metti un po’ di olive e la senape, pure i wurstel e l’olio della macchina. Dovevo uscire entro le 18 e trenta, che c’era la palestra. Però m’immaginavo che qualche precisino se le mangiava e diceva che non è malaccio.
Notizie dal retro città, sotto l’anticiclone. Devo intervistare l’uomo che parla da solo al parco.
E poi, nei prossimi giorni, entrerò nel garage, dove i ragazzi si danno le botte, senza finzioni. A mani nude e coi caschi da moto, per abituarsi alle risse. Mi piace che la gente ti racconti le sue dimensioni. Per me quello che fanno è un incubo, ma per loro no. Il valore aggiunto di ogni esistenza, sei libero di amare anche una calza.
Per quei ragazzi, è innegabile che ci sia un pericolo costante. Di questi tempi sale la tensione, è il caldo, non solo la crisi. Sono brave persone, alcuni spengono la tv con le notizie della violenza e prendono le misure. Una sera ho visto il personale di un ristorante scagliarsi contro una tavolata. Uno dei clienti voleva ancora il formaggio e aveva preso a pugni un cameriere.
Prima volta al parco, da licenziato. Il mare che non c’è, in spiaggia non ci vado più, quasi per scelta. Vivevo sugli scogli, li vedevo da casa, ne ho il rigetto, la mia pelle piange se c’è il sole. Colpa anche delle stronze che da Milano vanno alle 5terre e mi occupano il treno. Lo prenotano già lunedì, le efficienti del cazzo.
Ma il distacco è iniziato prima. Con l’arrivo delle famiglie, proprio dove mi sdraiavo io. Forse non erano abituate e io ero il privilegiato che al mare ci abitava. Sono stato classista, lo so. Mi ricordo una scena. Un nucleo di sudati che costringeva le loro miniature a mangiare. Ci vorrebbe il patentino per poter figliare.
Parco Marinai di Itaca, l’isola in cui nessuno vuole tornare. Il territorio ai margini, se mi parli di sogni ti uccido.
C’è sempre un uomo che parla da solo, sdraiato, punta il cielo col dito. Sarà il primo a vedere l’atterraggio.
Quanto vorrei che arrivassero. Tanti di noi lo vorrebbero.
Una notte che pisciavo in questo parco, tanti anni fa, sono scesi e subito risaliti che c’era freddo. Un rischio, se poi conosci gli alieni e ci fai amicizia. C’è pieno di orologi sul disco volante. Me lo meriterei, un giro, oggi ho fatto bella figura, per la prima volta al Caaf e nessuno mi ha sgridato.
Avevo anche io i miei moduli, in mezzo alla realtà, alle persone che contano gli spiccioli. Quasi tutti più esperti di me in queste rotture di cazzo che definiscono un adulto.
Ma all’accettazione, ho scoperto che ero riuscito ad azzeccare la fila giusta.
Il caldo mi porta alla grande sfida. Sto esplorando Parco Marinai di Itaca. Troppo in mezzo al traffico per sembrare un parco, un’illusione da brochure. Quelle foto preregistrate, Getty Image o Corbis. Le bianche immagini prevedono tutto quello che succederà, secondo gli stereotipi prescelti. Se c’è il sorriso, prima c’era un problema da risolvere.
Il nonno di Paul Getty Jr ha previsto tutte le nostre facce, fotografato i tramonti migliori, inventato il prato tagliato bene e i bambini biondi che ridono. Ma il povero Paul era infelice, forse gli davano tutto, troppo, chissà cosa succede. E anche il destino, prima i sardi che lo rapiscono e gli tagliano un orecchio. Poi, qualche anno dopo, ha fatto la brutta fine. Però, prima lo diseredano per il suo comportamento a rischio di patrimonio familiare.
È così difficile essere nipoti di un imperatore.
Gli giro intorno. L’uomo che parla da solo, non vuole parlare con me. Lo guardo, ma non mi vede, non dà segnali.
Mi sdraio anche io. Mi prude il torace, mi gratto. Sono il re della California, senza maglietta, sul prato tagliato male. Come gli altri, qui tanti veri uomini senza la stuoietta. Capannelli di pelle ustionata, i ragazzi collo grosso dai balcani.
Suona un campanello, l’uomo coi gelati, su una bici carretto. Mi avvicino e compro un cornetto della marca famosa che lui rappresenta.
Viene intervistato dal sottoscritto, gli dico che è per una rivista e che lui fa un lavoro particolare. Non è suo il carretto che piace ai bambini.
Parla di un consorzio, dice franchising, con l’accento calabrese, francìsi.
Lui non li mangia i suoi gelati. C’è un codice professionale, tu non puoi ingoiare quello che vendi, a lui fanno anche male i denti. Costa caro il dentista. Ieri ho scoperto l’esistenza di un signore, con tanto di laurea in scienze aritmetiche, che si è attaccato un dente con l’Attack.
La gente ha paura di fare il bancomat. Quando chiedo il saldo, nessuno può scherzarmi. Perché sì, faccio cose e vedo gente e c’è il tfr e in prospettiva ci sono mille orizzonti, però di soldi mica ne vedo così tanti.
Noi siamo cacciatori e c’è bisogno di sentire che la selvaggina c’è l’hai sempre con te.
All’icecream man piacciono i bambini. Quando al parco montano i giochi gonfiabili arrivano con le madri e lui vende di più. Ha lavorato per anni in Germania, prende pure una pensione. Ma lì, non faceva niente. Me lo dice con la sincerità che non ti aspetti e lo capisci.
Doveva spazzare il magazzino. Quella fabbrica era piena di italiani che lo coprivano perché lui era più giovane. Poi è tornato in Italia e ha fatto tutto il resto, si è anche sposato.
Ora deve fare un giro, certo, io non voglio interrompere il suo lavoro. Intanto mangio il cornetto, sembra un vero microfono.
Parco Marinai d’Italia, dove non succede niente, secondo gli occhi di quando andavo a lavorare per davvero. Non potevo mica fermarmi. C’erano già quelli che parlano da soli, che non hanno niente da fare, né tra mezz’ora, né tra un’ora, né tra un mese.
Ma qualcosa è successo. E ora sono qui, potenziale collaborazionista delle forze aliene, loro sapranno cosa fare, sono più progrediti di noi.
Delle volte ci si sente troppo avanti, per un sistema che parte solo dal passato, è arroganza la mia. Però quando si fa parte di una logica produttiva, ti viene inculcato che non devi sbagliare, quindi è necessario rifare ciò che è venuto bene la volta precedente. Se il Pil incoraggiasse gli umani a sperimentare, forse la crisi non esisterebbe e ci sarebbe più soddisfazione in ogni ufficio incubatrice.
Gli esiliati dal badge non capiscono certi linguaggi. Stanno sdraiati sul prato pelato, anche se è giovedì pomeriggio. Io mica a vado a dire in giro che ho scritto un libro che prende spunto da tutte le volte che mi sono fermato a spiare le loro vite, così senza seguito, quando ancora lavoravo da stipendiato fisso, sicuro e insoddisfatto. Il protagonista perde il suo giogo e va al parco e non fa più niente di produttivo.
Muori Milano Muori! Un libro preveggente che, in un paese perfetto, sarebbe stato promosso e tutte quelle stronzate che ti rendono scrittore, di quelli riveriti e che vai in tv e ti ciucciano la minchia spirituale.
Ho avuto delle occasioni. Ero stato contattato da una redazione, mi hanno chiesto se per caso odiavo i cani o frequentavo bordelli cinesi. Del libro o di me, in quando potenziale seduttore di masse catodiche, non gliene fregava niente.
Un‘altra volta avrei dovuto interagire con una politica che urla sempre con tutti. È il giusto prezzo che paghi, per emergere dall’anonimato.
Balottelli dice che se sei famoso è più difficile essere come lui, che fa quello che gli viene. E che se, invece ti comporti da persona qualunque, non hai le palle.
Piazza Marinai d’Italia, la base dei bambini, del sabato senza pensieri, solo nei feriali ci sono gli alieni, in quelle ore lavorative in cui si dovrebbe produrre. Noi non facciamo niente per il pianeta, considera il Pil, come una barca e che tu non remi. Dopo un po’, nessuno ti vuole dare il suo mangiare.
Sono passate le 18. Questo parco si normalizza. Sempre più pieno di persone che hanno finito di lavorare. Quelli coi cani, gli altri fanno footing e tante etnie coi pentolini, da tutto il mondo, che pensano più positivo di me e te, messi insieme. Anche se guadagni il triplo. Quella è gente contenta perché può mandare i soldi a casa, ai figli che studiano e non vedono da anni, che si sporca le mani per pulire culi anziani.
Stanno a fare l’ora d’aria. Io invece arrivo dalla nuvole, il peggio lo vedevo sui monitor. Un esperimento interessante, sarebbe parlare di insoddisfazione con un profugo del Ruanda.
Tutto continua, domani sarà un altro giorno. In giro lo senti quel bisogno, di essere qui e gridare per una qualche gioia.
Lo stadio di Santiago ha ripreso a funzionare, dopo neanche una settimana dal sangue. Ancora oggi si riempie di gente, ogni domenica. Forse c’è qualche lapide, ma i goal e le esultanze, nessuno riesce a fermarle. Un ragazzo con un triplo cd in mano studia un mappamondo, cerca il Cile, ripete “Please remember Victor Jara”. Il muro alle spalle dei quattro sandinisti è scomparso, inghiottito dal progresso. Era dietro King Cross Station e voleva farci una foto.
Il gelataio a rotelle continua a girare. Ma oggi pochi bambini. Solo io fuori quota, che ho comprato un gelato. Mi risaluta da lontano. Chissà cosa diremo, quando parleremo da soli.
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