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Buona disoccupazione: un anno per rifarmi una vita/ 24

Ogni volta che vado a Berlino, cerco le tracce della Sparta che fu, Berlino ex-est, ormai covo di hipster biondi...

5 luglio 2012

Gianni Miraglia, Disegno di Karin Kellner

Di Gianni Miraglia

Capitolo Ventiquattresimo.
Berlin Calling

Tecnicamente non sei mai solo e hai sempre una chance, grazie agli enti preposti. Mi è arrivato un bando, dedicato ai cacciati dalle ditte.
Ti puoi riposizionare professionalmente, renderti utile al pil, decostruendo l’arroganza della vita precedente, quando volevi fare un lavoro moderno e che ti facesse volare su quel tappeto magico che è il biglietto da visita.
Ritorna a terra, major Tom. Levati il casco e molla le proteine. Devi scegliere tra ruoli, tipo addetto ai conti, tecnico degli impianti fotovoltaici, corsi di inglese e anche da segretaria. In questo ultimo caso non ci si deve vestire da donna, credo comunque, questa casella non la barrerò, perché sono disordinato.
Bello che ci siano questi supporti, per i gusti di tutti. Ti insegnano pure a fare il tatuatore, coi requisiti igienici richiesti. Manca però, la professione del reporter, ma infatti sarebbe un ossimoro.

Anche questa settimana sono stato in Messico, nei posti peggiori, nei centri dove operano i cartelli della droga. Fanno paura le foto mostrate dalla polizia. Quei corpi squartati, sulla tangenziale, nella guerra tra narcotrafficanti.
Grazie a Google Maps, con l’opzione street view, passeggio in quelle strade poco consigliate e penso a dei reportage, i bambini continuano a fare il rumore dell’automobile del padre, finché non crescono.
Un mio amico ci è stato in Messico. Se n’è fregato delle notizie del terrore.
Si è divertito, ha provato tutto, ha mangiato i piccioni con la neo-sposa: entrambi tornati con l’epatite. Mica consultavano le guide turistiche, quelle sono cattedrali del nazismo.
Lonely Planet ti avvisa, ti salva, con quella retorica superiore, tipica della cultura anglosassone. Sono loro i veri nazisti, hanno sterminato ogni popolazione indigena, senza nessuna Norimberga.

Dopo la guerra, gli inglesi volevano colonizzarci. Ma l’America si è opposta. Le regole del Mc Donald dettavano la politica.
Churchill, te ne sarei stato grato. A quest’ora sarei nel Commonwealth e saprei meglio la lingua, senza i condizionamenti del Papa. Perché l’humus è quello con la croce, pure se ascolti la musica ribelle.
La polizia inglese cataloga le etnie, una suddivisione precisa per aree geografiche e antropologiche. La perfida Albione s’intende di popoli minori, come italiani e greci: dicono che è bello fare il turista da noi, ma non ci si deve mischiare ai diversamente civili di quei posti.

Ma adesso via dal Messico, sto partendo per Berlino.
Il primo aereo l’ho preso a 31 anni. Ho fatto tutto in ritardo, dall’imparare a leggere alle prime braghe giù.
Il mio primo volo è stato deludente, un’atmosfera tipo convention dell’Ovs.
Tutti chiacchieravano come sull’autobus e applaudivano all’atterraggio. Quello accanto a me, un oriundo, parlava di bombe e io mi toccavo i coglioni, sperando che non fraintendesse e c’erano anche tante mamme, quelle che al supermarket fanno lo scatto alla Ronaldo per arrivare prime alla cassa, pieno di quei dialetti di periferia. Era un charter, un proto-lowcost. Ora vogliamo che tutto costi di meno.

In aereo ci vorrebbe qualche nobile inglese, annoiata e scalza, col cavallo. Che accende una sigaretta, che sbuffa quando viene sgridata, che chiama il re col telefonino. Questa persona potrebbe esistere, nessuno può dimostrare il contrario.
Ogni volta che vado a Berlino, non so che giorno è. Andrò a vedere gli X, la band di Los Angeles, non quelli con due X che ora vanno di moda. Dopo attaccano i Pearl Jam, che conosco non tanto bene, ma che stimo.
Eddie Vedder era fidanzato con una di Bologna, poi lui vede i suoi testi tradotti in italiano e se li fa spiegare, cogliendone un senso distorto. Non ha fatto causa o altri gesti da ego-artista, non so bene cosa è successo.
Lui piace tanto alle ragazze, forse per quel cielo sempre cupo, sopra di lui. Eddie Vedder è impegnato in tante cause, dovrebbe mollarne qualcuna.

Ci vuole coraggio a chiamarsi X, stavano per iniziare gli anni 80. L’ondata punk, dalle spiagge della California. I surfisti annegavano ubriachi, come avevano già fatto alcuni dei Beach Boys. Ma gli X hanno sempre parlato di un sole spettrale. Brett Easton Ellis chiude Meno di zero, citando un loro anthem: dei ragazzi mettono i Rayban Wayfares, per guardare alla luce bianca del giorno.

Mi riempivo di dischi con quella X, vivevo ancora nel mondo contemplativo. Anti-anni 80, nel pieno di quella decade merdosa. Anonimato come vanto, X, come dire, andate tutti affanculo. Il nichilismo patinato che si lega alla musica di rottura. Erano anche il gruppo preferito dal giovane Chris Carter, non caso, l’ideatore di X-Files.
Nei loro testi le ragazze bionde di buona famiglia si prostituiscono e si drogano, per passare il tempo, per spregio ai loro genitori pigri e straricchi cocainomani che vanno a troie. Ci sono anche i primi Motorola, gli spacciatori messicani e tante ragazze sull’orlo, vittime delle bipolarità, il motore che ad alcuni garantisce degli applausi. Povera Silvya Plath che eri malata. C’è qualcosa di perverso nell’incantarsi per il dolore altrui, anche se espresso in forma di arte sublime.
Il tuo libro viene posto nello scaffale più bello e sta così bene. Ma la povera Silvya stava male.
La poetessa vedeva le ferite dentro. Prima di dire ciao, ha riempito le tazze dei figli col latte del mattino.
La persona semplice dentro di me dice che sei una testa di cazzo, se ti ammazzi. Ma in realtà, vorrei che tutto fosse meno complicato, per tutti.

Ogni volta che vado a Berlino, cerco le tracce della Sparta che fu, Berlino ex-est, ormai covo di hipster biondi. Mancano quei Vopos che ti inquadrano dalla torrette, ma ci sono le ex-nuotatrici geneticamente modificate e coi baffi che ti accolgono nell’ascensore che ti porta in cima alla torre della ex-tv della DDR.
Un giorno ho chiesto a un negoziante di dischi la via in cui ha abitato Iggy Pop, ma niente, forse per riservatezza berlinese non mi ha detto nulla. Se uno passa per Genova, invece gli mostro la casa di Cristoforo Colombo.

Io sono il passeggero e viaggio e viaggio. La canzone così famosa da rientrare nelle raccolte di Repubblica, the Passenger. Piove e ci sono i lampi, mentre la metropolitana U-Bahn esce dalle gallerie.

Quanto mi piace quella città, sa di libertà evoluta e mangiarini pacifisti. Berlino è un’ipotesi, a volte troppo accogliente, base di tante teste di cazzo che si trasferiscono a vivere lì e poi tornano qui, rimpiangendo lì.
Ero contento quando quello che lì ci ha vissuto 5 anni mi portò al sacrario dell’armata rossa, quasi 30 mila anime, brandelli di vite diventate prato e chi sopravviveva si vendicava con quelli rimasti nella città senza più muri. È dal dolore che nascono i nuovi popoli più evoluti e tolleranti del nostro.
Qui ci si lamenta ancora delle foibe, senza saperne niente. Da sessant’anni, il format dell’ignoranza. Ci fanno credere che l’Italia sia sempre stata buona e simpatica, il paese della pizza. Nessuno racconta coss’è successo, quando gli italiani alla zuava sono andati da quelle parti.

Tra le cose che ti possono capitare a Berlino, c’è l’incontro con Lemmy dei Motörhead. Ci va spesso, colleziona aerei-modello della Luftwaffe. Passione che in qualche modo condivido, visto che per anni ho costruito modellini. Ero entusiasta, come lo sei quando conosci solo il regno perfetto della mura. Ma poi il radar in mezzo alle gambe mi ha portato via, facendomi sentire grande e intelligente.
È passato tanto tempo, da quando assemblavo gli aereoplanini e sto di nuovo inseguendo una svolta. Credo che ci possa essere una specie di lieto fine, ma che ce lo dobbiamo scegliere noi.

Leggi qui il capitolo precedente.

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