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Buona disoccupazione: un anno per rifarmi una vita/ 27

Capitolo essenziale, necessario prima della pausa estiva. Perché... after all this won't you give me a smile...

3 agosto 2012

Gianni Miraglia, Disegno di Karin Kellner

Di Gianni Miraglia

Capitolo Ventisettesimo.
After All This (summer edition)

Le poche parole che ho colto, dalla poesia di Bukowski che c’è su YouTube. Me l’ha girata l’amico Sergio B. Dice che in certi posti è inverno anche ad agosto. Ho colto poche parole, ma parla di una condizione miserabile, della sfortuna di alcuni.

Siamo tutti qui, ma anche a Londra, grazie ai giovanotti con la tuta Emporio Armani 7 che sorridono sulle passarelle. Io non seguo le Olimpiadi, ma non perché sono migliorato. Ma perché ho da fare e poi così si parla di più. La tv, nel mio caso, è una droga. Delle volte mi fermo a guardare gli acquari, perché hanno lo schermo piatto.

La scena olimpica più nitida, nove anni fa. Era il giro in bici Lost in France, con l’amico Piero Lo F. In questo paesino finto medioevale, peggio pure di Perugia, cittadina con le statuette e i castellini per turismo di famiglia e coppiette. Mi ero già fatto notare scivolando per terra, che pioveva tanto. Di notte ho fatto un giro, non c’era nessuno, come in tutti i posti turistici medioevali. Ascoltavo un cd, io non avevo la macchina degli mp3. Vedo un bagliore da una finestra piano terra. Penso siano le olimpiadi del momento, forse in Australia. Mi avvicino a spiare, come l’assassino di riders on the storm. E invece è un film porno. La scena di un pompino, mi sono fermato a vedere quello che succedeva anche dopo, per qualche minuto, ma era sempre un pompino. Mi sono allontanato, chiedendomi se fossi stato tecnicamente un guardone, oppure uno che guardava la tv di un altro.

Le mie olimpiadi a Londra le ho già fatte, era la prima volta che ci andavo. Pagava la ditta e allora è come se sei un olimpionico in trasferta. Mi avevano soggiornato in pieno centro, a Knightbridge, nell’albergo dove la spia russa fece bere il polonio all’amico. Il Millennium Hotel. Una cifra imbarazzante, simbolo di un’epoca strafinita. I soldi però arrivavano dalla centrale, credo americana, soldi per mandare i giovani e fare la settimana di studio professionale, soldi per costruire ricordi gratis degli schiavi rematori, soldi per rifare altri soldi, soldi che in qualche modo qualcuno scarica soldi dalle tasse, i soldi sembra che vanno via, quando ci sono le finanziarie internazionali, ma poi tornano.
La banca ti telefona quando hai un ammanco di 500 euro, ma se fossero 500mila sei un signor cliente e ci si mette d’accordo. Quando lavoravo col cliente banca della ditta, mettevo le maniche lunghe, per una serietà di facciata e per dignità, per non impersonare l’arrogante creativo che sbatte in faccia la sua creatività, solamente estetica, supponendo che dei bancari, invece, siano grigi e quadrati. Scoprivi ogni volta delle persone che avevano ritmiche quotidiane diverse, la fortuna era di entrambe le fazioni, pro e contro insomma. Nella classifica delle scene londinesi, del mio esordio olimpico, c’è la rissa tra gente con la tuta, di fronte a un bar, poi quella di un ragazzo che viene scaraventato vestito in una fontana e anche io che attraverso il ponte di Londra di notte, sotto la pioggia, e penso di essere proprio a Londra e di vivere al di là del fiume. /Dopo tutto questo potreste sorridermi/

Un tempo mi volevo tatuare la frase “after all this won’t you give me a smile.”
Anni dopo sarei più propenso per “We Came From Chaos, You Cannot Change Us”

Questo capitolo era necessario, ci rivediamo a settembre. Sarò in qualche modo sul web e manderò i miei mini-capitolini su fb. Comunque l’effetto del sole è una bella sensazione.

Leggi qui il capitolo precedente.

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