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Buona disoccupazione: un anno per rifarmi una vita/ 28

Fino a luglio ho impiegato il mio tempo a ricredere in me stesso, a cercare nuove strade e contatti, sono un cantiere in ricostruzione...

4 settembre 2012

Gianni Miraglia, Disegno di Karin Kellner

Di Gianni Miraglia

Capitolo Ventottesimo.
Anche i disoccupati vanno in vacanza

Sono uno che è tornato dalle vacanze. Per me così importante ribadire la parola “vacanze”, visto che nel manuale delle mie istruzioni c’è scritto che dovrei mantenere integro il più possibile il livello del tfr. Ma invece ho fatto bene, lo dicono anche i Beach Boys. Ascolto spesso Pet Sounds, il disco perfetto, tu ascendi fra i cori che sono delle spirali, ma i Beach Boys non sapevano nuotare, non andavano in spiaggia e neanche in vacanza, incidere capolavori richiede tempo e abnegazione. È nelle regole della nostra educazione che si deve rinunciare (avevo scritto debba, ma non direi mai debba N.d.R.), che si deve chiedere permesso alla vita, invece ai bambini devi insegnare il diritto di mandare in culo. Andare sempre in vacanza, anche per dei minuti al giorno.

È stata una grande prova corale di tutte le mie parti contro il cretino che ho dentro che riesce a sentirsi uno scellerato, uno che se avessi lo stipendio come prima, di sicuro non gli darei niente, se poi cade per terra, visto che se ne va pure in vacanza: ma vacanza da cosa, se non lavora, nel senso che paga un prezzo che lo costringe a svegliarsi, a dire sì, a sopportare il regime delle regole, a studiare nuovi trucchi per non farsi notare dallo sceriffo e tutto il dovuto che ti procura un reddito al 27 del mese.

Ma io ho fatto bene ad andare in vacanza, quasi un mese sabbatico che non mi prendevo dalle elementari, quando si tornava a scuola ai primi di ottobre. Anch’io dovevo andare in vacanza, la ripeto questa bella parola che per colpa di Celentano te la devi meritare, in termini di soldi guadagnati, chi non lavora, non va in vacanza. Già, ti devi sentire in colpa a nominarla e volerla, se non fai parte della fazione giusta.
Ma io fino a luglio ho impiegato il mio tempo a ricredere in me stesso, a cercare nuove strade e contatti, io sono un cantiere in ricostruzione, io li faccio dei lavori, solo che non so se ci potrei ancora vivere, intendo mantenermi. Ho anche cercato di diventare il primo sponsorizzato da Adidas Originals, ma non sono stato capito, quando invece il fondatore avrebbe accettato, indipendentemente dai format del marketing persuasivo dalla casa madre, che dovrei essere un rapper e tutte quelle puttanate da scimmia contemporanea, che non è mai stata in un ghetto.
Dovrei chiedere al marchio Specialized, grandi biciclette, americane ovviamente, fare pedalate fino a Murmansk a trovare l’amico Gianluca Lisi e tenere il blog, raccontare cosa succede, dietro le basi missilistiche kazake, come i camion romagnoli di Operazione Overland, la mia trasmissione televisiva preferita, pedalavano per tutto il mondo. Già, solo se ti fai il culo, crei un flusso di soldi, per sopperire alle spese, al mangiare e quelle cose lì.
È colpa della pioggia se penso già così invernale. Un mio amico ha provato ad andare avanti con due Filadelfia al giorno e un po’ di pane, però non ha funzionato, spero per lui. Ma se ne andava lo stesso in vacanza, a perdere conoscenza in una spiaggia dietro Fregene. E comunque sto per fatturare un po’ di cose e quindi zittisco l’omino interiore che mi ricorda che sono uno che fa le cazzate, che se n’è pure andato in vacanza.

Il concetto di vacanza globale è stato diffuso e imposto nel dopoguerra, legato alle grandi fabbriche che chiudevano, ma solo per un mese. Ora non è più così, i tempi si sono dilatati, purtroppo. Forse solo i cinesi hanno la ricetta per tenere aperte le produzioni, ma loro per primi si vietano le vacanze. La Cina si ridimensionerà quando comparirà una generazione che vuole andarsene al mare, anche per un mese. Sarebbe bello che anche gli assunti di tutto il mondo andassero tanto tempo in vacanza, tipo per tre mesi, col datore di lavoro che dice, “ah, sì, ok, vai in vacanza per quanto tempo vuoi”: se tutto il pianeta andasse in vacanza, i vertici planetari di tutte le borse si scioglierebbero, supplicherebbero: dai tornate dalle vacanze, abbiamo bisogno di voi, per fare i nostri giochetti. Questo è un tema che svilupperei con John Lennon e Jello Biafra.

Una volta individuato l’omino che tende a farmi sentire in colpa, perché desidero, lo faccio ragionare e lui allora si calma. Teme sempre e solo la distruzione del castello di carte che ti protegge dall’ineluttabile volontà di fare quello che ti va. Volevo partire per le vacanze, pedalare per oltre venti giorni e sentire svanire, la sensazione che nelle canzoni è “fade away”, diluire nell’oceano, disperdere, ridere di nuovo, come quando avevo i riccioli d’oro e rotolare immobile nel fiume senza colori, rivedere le solite scene e dimenticarle. Ho cercato l’itinerario europeo più caldo, la lingua simile, ma che sembra più uno scherzo, contadini e pastori spagnoli e portoghesi a cui non parli della tua rubrica “Buona Disoccupazione” così attuale, ma solo della tua meta, lasciando loro la libertà di supporre che io sia credente affascinato dalla storia psicotropa del pellegrino che anima il mito di Santiago. È la polvere che ti ricordi, il rumore delle ruote, del vento, del cambio, dei camion tripli alle spalle. E poi quando superi quelli che camminano, sembra che voli. Alcuni sembrano usciti dalle pentole dei Grateful Dead. Altri sono leccaculo di preti e suore, sembra tutto più facile, quando ci si affida ai dogmi scritti duemila anni fa, però se a loro fa piacere, cerco di rispettarli.
È bello quando credi solo ai pedali che girano, al silenzio che cercavi, alla fame e al rumore del bancomat che ti manda in rovina, c’è caldo ad agosto, ma forse anche a novembre, i soldi svaniscono perché devi mangiarti la tortilla e poi si vedrà, meglio le formiche che le cicale, diciamolo, io sono fatto così e poi ora che siamo ai primi di settembre credo ancora a me stesso, anche se piove.

È sempre una sfida al te stesso di prima, se mai esiste un te stesso di prima. Una volta una ragazza uscente mi ha detto che la gente non cambia, forse aveva ragione. Ma con lei non ero mai andato in vacanza.
E poi io intendevo riferirmi a me stesso, prima di essere escluso dalla grande normalità, anche adesso che scrivo in mutande alle 5 del mattino ed è strano notare l’abbronzatura che senza luce è come se si spegnesse. Sento i vostri rumori e i miei vecchi rumori di quest’ora all’alba. Sono uno che ha gli incubi, prima e dopo, è normale, mi dicono. La vacanza mi è servita a non avere incubi, solo pensieri che scioglievo pedalando. Piove , ho recuperato le giacche da freddo, il generale autunno mi ha sempre messo tristezza, amo il caldo, ma ora non sono più meteopatico (ndr non esistono ancora i metropatici) non riesco più a sentirmi meteopatico, ne avevo bisogno in ufficio, forse solo lì mi serviva, per poter esprimere una tristezza data dalla mia viltà impiegatizia. Dare retta allo spirito, c’è un leone dentro diceva Van Morrison, questa è l’epoca senza più tetti e pavimenti, la grande occasione per ritrovare il senso totale. Il cavaliere errante va per la sua strada, credendoci perché è l’unica cosa che conta, la cornice in cui ha sempre vissuto serva a illudere, l’ego di trent’anni, vai avanti per due decenni, per arrivare a Santiago segui le dannate frecce gialle, dipinte, cerchi di ignorare il pellegrino. Spesso un ammasso di persone, forse è moda, sento le chiacchere salvifiche che ho già incontrato mille volte alle macchina del caffè accanto alla quali ho trascorso una mia esistenza, ce ne sono ancora tante.
Di nuovo Milano, riprendiamoci il tempo perduto, gli anni sono ancora in movimento, a un certo punto in questa vacanza mi è tornata in mente la canzone degli Stones che parla del tempo che è sempre dalla nostra parte. , E quel ritornello me lo sono tenuto per giorni. Fuori piove o pioverà, ma è lo stesso.

Leggi qui il capitolo precedente.

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