Buona disoccupazione: un anno per rifarmi una vita/ 30
Stasera inizia il mio nuovo corso. Intendo il corso di inglese business, per disoccupati da riciclare...
Gianni Miraglia, Disegno di Karin Kellner
Di Gianni Miraglia
Capitolo Trentesimo.
Mi casa es tu casa
Mi piace tanto il momento cinematografico, in cui esci da una roulotte argentata e spari alle bottiglie vuote. Il cowboy elettrico vive lì e non conosce più l’uso della sveglia.
Tutto è iniziato a febbraio, il giorno del massacro di San Valentino, strage commissionata da Al Capone. E così dopo qualche giorno nasce l’idea del reality dalla testa, dal cuore e dalle vicende evolutive di un neo-disoccupato come tanti, ma che da anni resisteva genuflesso, per ricevere la paghetta: è umiliante non intraprendere l’impresa e che ti arrendi perché non hai più i fucking 20 anni.
È così che inizia la grande avventura del cavaliere elettrico che scrive e vanta il suo progetto “diventare il primo disoccupato sponsorizzato”, disoccupazione creativa, disoccupazione reattiva, disoccupazione attiva. Scatenare reazioni, la catena dell’uomo che diventa più buono e, se vive coralmente, migliora.
È lo share che cerchi quando ti butti nell’universo pop. Non sopporto che si finga modestia, lo dico a me stesso, ovvero io e il mio ego che mi tiene in vita. Traducilo in formule matematiche, algoritmi della rete sociale. Ho sempre desiderato uno share altissimo, per ogni puntata che ho messo online ed è ancora così. Lo cerco anche nella vita, è un diritto voler le luci, il cono magico ti porta a guardare in faccia gli dei: la sfida è darsi in pasto ai moralisti, a quel te stesso pronto a giudicarti perché non sei più il Gianni di prima, c’è sempre quella voce che vorrebbe dire la cosa più importante.
Siamo il suono delle rinunce. Al figlio che c’è dentro di me, dico sempre di non avere paura, che la fame è un diritto e che devi ammettere che là fuori c’è qualcosa che ti piace. La disoccupazione, secondo alcuni, va trattata in modo adulto, come dire responsabile, i grandi stanno antipatici ai bambini, è risaputo. Nessuno mi può nascondere il lecca lecca, neanche i graditissimi like su fb fanno share. Anche se secondo i dati raccolti, la gente che non shara, ma legge è tanta. Lo share significa che qualcosa di te sta circolando, ciò che resta di te, dopo che partono i titoli di coda.
Se non hai figli, sei costretto a fare del tuo meglio per lasciare qualcosa di te in giro. Anche questa potrebbe essere una buona teoria. Non a caso ai bambini che nascono spesso si dava il nome del nonno. Può anche essere, come quando a qualcuno danno il nome di un attore, di un calciatore, di un personaggio famoso, di un profumo prestigioso.
Diventi spunto dell’immaginario collettivo. Mare, magma, il dado da brodo primordiale. Le tue parole sono in giro, matematica ghiandolare, appena le dici, appartengono a tutti. Non più formule, i concetti annullano l’imperfezione, sono prestabiliti. Ma tutto prende forma, durante il viaggio e non il contrario. Il marketing crede nei format, sono meccanismi. Le aziende li pretendono, l’economia ripete se stessa. Innovi, magari quando ignori la scatoletta che contiene e omogenizza. Chi sono io per parlare di marketing: mi riferivo a degli effetti, quando sei una pedina, uno che ci mangiava. Flussi di passaggi associativi, secondo le regole che concepiscono valori aggiunti di ogni prodotto o servizio offerto ai soggetti, chiamarli consumatori è un insulto. Non siamo più negli anni ’80, si attribuisce intelligenza di nuova generazione alle persone, i potenziali acquirenti che, siccome hanno il web, si intendono di complotti e si sentono più intelligenti e scaltri.
La prima volta che ho visto dei consumatori, che si comportavano come tali, da dietro un vetro invisibile, era il ‘95: un gruppo demoscopico. Test di mercato che le aziende pagano per avere certezze, da appiccicare nei report, così che la dirigenza si può difendere, in caso il nuovo prodotto non piaccia ai veri consumatori. L’economia ripete il giorno prima, anche quando lancia prodotti nuovi, In quella stanza c’erano quelli più timidi e i leader, ma alla fine di ogni giro di consultazioni, alcuni dei più timidi prendevano la parola e soverchiavano il parere medio, ormai acquisito dal gruppo. Ogni prodotto nuovo dovrebbe offrirti dei vantaggi, anche l’abusato problema della disoccupazione, spunto per film, libri, discussioni, alcuni conoscono le ragazze, parlando di disoccupazione. Si creano bisogni, io ho già quello dell’iPhone 5, che rimuovo il secondo dopo. Ma è il meccanismo che conta, siamo stimoli, reazioni molecolari, prendiamo spunti, dal contesto, da chi ci sta attorno, da ciò che leggiamo sul web, siamo onnivori, siamo la notte dell’osmosi vivente.
Cambiano i contesti e assimiliamo, anche la lingua si evolve. Ma è lo spazio ciò che stiamo cercando, ti protegge dall’angustia dei concetti che uccidono il nuovo senso, il giorno dopo dovrebbe essere un’evoluzione.
Riassunto delle puntate precedenti. Le mie parole da disoccupato, uomo che diventa una rubrica online. Si occupava di marketing, sopravviveva, senza più leggere i fogli con gli ordini, senza guardare più negli occhi, c’era la dirigentessa lacrimata business english proof. L’ho sempre immaginata piangeva, nei corridoi rideva a voce alta per fare gruppo, forse temeva di essere detestata, fa parte del gioco, l’azienda è una gabbia trasparente. Quando mi ha consegnato la lettera, con le parole preimpostate, aveva gli occhi rossi, come l’ho sempre immaginata. Pensavo che fosse il passato, pensavo di essermi allontanato dal marketing, mentre invece sono diventato il marketing in persona, siamo tutti inconsapevolmente marketing, cerchiamo di far combaciare i nostri bisogni, cerchiamo affinità con chi può placare l’urgenza, si cerca un giorno dopo migliore. I concetti sono polvere che si perde, escono senza il controllo, non esiste il confine del format. Le parole e gli intenti si formano dalle dite, dalla testa, dal nero, dal rosso, dal buio, da tutto quello che ti sta succedendo. Le parole ridiventano altro, magma di questo lento e veloce movimento che è la vita circondata dai media. Siamo tutti uguali, diventi stimolo, se in qualche modo cerchi di coltivare la tua unicità, se la ignori stai male, se la coltivi, ti devi staccare, dal giorno precedente che ti faceva sentire parte di un contesto.
Sono stato il primo disoccupato che voleva farsi sponsorizzare. Niente di più, nessun messaggio sociale, demagogia di marketing. Volevo solo lo sponsor, per pavoneggiare la mia anima, magari dare un esempio, oltre che stimolare la rabbia, visto che sei disoccupato devi solo piangere, sei la pedina da dare in pasto agli articoli dei giornali, ai discorsi dei politici col culo sporco che parlano di te. Ma il progetto “primo disoccupato sponsorizzato” mica muore lì e soprattutto il titolo di questa rubrica: un anno per rifarmi una vita. Il senso è questo. Il marketing prende spunto dalla strada, dalle storie degli altri. E ora io non sono più in un’agenzia di pubblicità, faccio solamente parte del corpo consumatori, divento oggetto di clonazioni, fa parte del processo. La disoccupazione, nelle dinamiche di marketing viene trattata con riguardo, quel linguaggio sociale ed ecumenico, la voce contrita degli speaker quando ti dicono che c’è la fame nel mondo e magari stai mangiando e il tuo unico grande problema è che non usi tanto il cazzo o che vuoi il nuovo iPhone.
La mia vita da disoccupato che voleva diventare il primo disoccupato sponsorizzato, va avanti. Ci ho messo dei giorni a chiudere un pezzo che mi stato commissionato. Perché ognuno obbedisce alla propria idea di perfezionismo e io mi fisso su singoli passaggi per delle ore. Stasera inizia il mio nuovo corso. Intendo il corso di inglese business, per disoccupati da riciclare. Sì, inglese business, non c’erano altri ambiti che mi interessavano, io d’altronde so l’inglese delle canzoni. Comunque durante la lezione potrò osservare persone che mai avrei frequentato. Dalle 20 alle 23. Poi ripotrò guardare quella parte di cielo che mi piace di più.